32 – La conclusione del primo periodo

L’8 dicembre 1962 Giovanni XXIII chiude il primo periodo del Concilio con un discorso ai Padri suddiviso in tre parti:

Inizio del Concilio: il Papa ricorda lo schema da cui, il 22 ottobre, ha avuto inizio il dibattito conciliare, cioè quello sulla Liturgia, che riguarda i rapporti dell’uomo con Dio e, perciò, posto in apertura dei lavori.

Sviluppo del Concilio: i lavori continueranno anche nella intersessione tra il primo e il secondo periodo, che inizierà l’8 settembre 1963; durante questi mesi una nuova commissione dovrà coordinare i lavori delle commissioni conciliari, perciò ogni vescovo continuerà a studiare e approfondire gli schemi che gli verranno inviati da Roma. La speranza del Papa è che il Concilio possa concludersi con la prossima sessione, che coinciderà con il quarto centenario della fine del Concilio di Trento (1563).

Frutti del Concilio: si spera che essi giovino a tutti, quindi anche ai fratelli separati e ai non cristiani. Tutti, vescovi, clero e laici, dovranno impegnarsi ad attuare le disposizioni del Concilio: sarà veramente una nuova Pentecoste che farà fiorire la Chiesa, sarà un nuovo balzo in avanti del Regno di Cristo nel mondo.

Un mese dopo, nella lettera Mirabilis ille del 6 gennaio 1963 il Papa invita i vescovi a rimanere  spiritualmente uniti nei mesi dell’intersessione con i fratelli nell’episcopato e a partecipare col massimo impegno alla ripresa dei lavori; il Concilio di Gerusalemme di At 15 dovrà costituire il perfetto modello di Concilio al quale richiamarsi. Grande è l’attesa dei fedeli nei confronti dei frutti del Concilio, al cui buon esito tutti devono contribuire anche con la preghiera. Esso riguarda non solo i cattolici, ma tutti gli uomini e i cristiani delle altre Chiese, di cui alcuni delegati sono stati invitati come osservatori: ciò può essere l’inizio di un processo che riporti i cristiani all’unità voluta da Cristo stesso.

P.S. Con la fine del primo periodo del Concilio, si interrompe momentaneamente, per la pausa estiva, la nostra rubrica. Essa riprenderà nel mese di settembre con il secondo periodo conciliare. Si ringraziano tutti coloro che finora ci hanno seguito e a tutti i nostri più sinceri auguri di una buona e serena estate.

31 – Lo schema sulla Chiesa

Il 1° dicembre 1962, alla 31^ congr. generale, viene presentato dal card. Ottaviani il quinto e ultimo schema della prima sessione, il De Ecclesia, e la discussione continua fino alla 36^ congregazione del 7 dicembre, l’ultima del primo periodo. Il testo si articola in 11 capitoli. Cap. I: la natura della Chiesa militante; cap. II: i membri della Chiesa militante e la necessità di essa per la salvezza; cap. III: la natura sacramentale dell’episcopato; cap. IV: l’ufficio dei vescovi: santificazione, magistero, governo; cap. V: gli stati per acquistare la perfezione evangelica (povertà, castità, obbedienza); cap. VI: il ruolo dei laici nella Chiesa; cap. VII: il magistero nella Chiesa; cap. VIII: il principio dell’autorità nella Chiesa; cap. IX: rapporti tra Chiesa e Stato; cap. X: il dovere di annunciare il Vangelo a tutti i popoli; cap. XI: i principi dell’ecumenismo.

Lo schema viene pesantemente criticato da molti Padri che vi vedono una Chiesa presentata in modo troppo giuridico, chiusa in sé, lontana dallo spirito delle beatitudini, un linguaggio non rispondente allo scopo assegnato dal Papa al Concilio, cioè quello di parlare agli uomini d’oggi in modo intelligibile; insufficiente appare il discorso relativo all’episcopato, al rapporto tra laici e clero, al primato del Papa che è isolato dal resto della gerarchia, come se ci fosse solo lui e non anche i vescovi; non si tiene conto del pensiero orientale; parlando di Chiesa, si deve dare il primo posto alla dottrina evangelica della povertà e alla dignità dei poveri, nei quali è presente Cristo. Significativo l’intervento del card. Montini alla 34^ congr. generale: due sono i cardini attorno a cui devono disporsi tutte le questioni del Concilio: che cos’è la Chiesa  e che cosa fa la Chiesa, cioè in che cosa consiste  il mysterium Ecclesiae e il munus Ecclesiae.

30 – Lo schema sull’unità della Chiesa

Il 26 novembre (27^ congr. generale) inizia l’esame del quarto schema, il De Ecclesiae unitate, presentato dal Card. Cicognani (nella foto), presidente della Commissione per le Chiese orientali non

cattoliche, col titolo Ut omnes unum sint, riguardante solo l’unione con gli Orientali non cattolici (e quindi non con le Chiese del mondo protestante); il dibattito si protrae durante la 28^, 29^ e 30^ congregazione, cioè fino al 29 novembre.

Parte 1^: l’unità della Chiesa fondata su Pietro e i suoi successori; la Chiesa non può né volere né desiderare l’unità a scapito della verità, ma si è tenuto conto delle difficoltà dei fratelli orientali separati, per avvicinarsi il più possibile al loro modo di pensare e di esprimersi, facendo, per esempio, largo uso della Scrittura. Parte 2^: i mezzi più idonei per la riconciliazione sono di carattere teologico, liturgico, giuridico, psicologico e pratico. La Chiesa cattolica, pur essendo in possesso della verità, non deve tralasciare nulla per giungere all’unità. Parte 3^: i modi e le condizioni della riconciliazione nel rispetto di tutto ciò che fa parte del patrimonio religioso, storico e psicologico della Chiesa Ortodossa.

Un giudizio negativo viene espresso soprattutto da alcuni Padri delle Chiese orientali (Antiochia, Alessandria d’Egitto, Damasco) che valutano lo schema troppo giuridico e autoritario, poco ecumenico, privo di spirito pastorale. Si avverte inoltre l’esigenza di una Chiesa decentralizzata, di un ritorno anche dei cattolici ai fratelli separati.

Dalla maggior parte degli interventi comunque il documento viene valutato positivamente, pur con alcune necessarie modifiche da introdurre nel testo. Alla 31^ congr. generale del 1 dicembre si passa a una votazione orientativa sullo schema, con il seguente esito: voti a favore: 2068; contrari: 36.

29 – Intermezzo (segue)

Il Card. indiano Gracias: “Siamo grati al Papa di averci concesso il privilegio di pensare quel che diciamo e di dire quel che pensiamo”.

Giovanni XXIII, un mese dopo l’inizio del Concilio: “Le voci di oggi in gran parte sono di critica agli schemi proposti (card. Ottaviani) che, preparati da molti insieme, rivelano però la fissazione un po’ prepotente di uno solo e una mentalità che non sa divincolarsi dal tono della lezione scolastica” (dal suo Diario).

Mons. Piazzi, vescovo di Bergamo, al termine del primo periodo, dice: “L’assenza di conclusioni definitive potrebbe sembrare un insuccesso: è segno invece di serietà e di coscienza della immensa responsabilità dei Padri”.

Il Card. Lercaro, vescovo di Bologna, alla fine del primo periodo, dice ai suoi sacerdoti: “La Chiesa passa dalla difesa alla conquista, va incontro al mondo, Maestra sempre, ma soprattutto Madre, per offrire al mondo il messaggio di salvezza.” (L’Avvenire d’Italia, 9/1/1963).

Mons. Bettazzi (nella foto), allora vescovo ausiliare di Bologna, divenuto poi vescovo di Ivrea, oggi 98enne, scrive che in occasione del Concilio gli fu evidente “cos’era la Chiesa cattolica: vescovi di tutti i continenti, con la loro storia e la loro cultura, rendevano quel Concilio antropologicamente ecumenico…nel Vaticano II gli africani erano nati e cresciuti in Africa, i latinoamericani nell’America meridionale, gli asiatici per gran parte in Asia”.

Per concludere, un commento del teologo domenicano francese I. Congar sul Papa del Vaticano I: “Più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. E’ il primo responsabile dell’orientamento negativo che ha pesato per 60 anni sul cattolicesimo francese.  Ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale, ha spinto la Chiesa a essere sempre del mondo e non ancora per il mondo, che pure aveva bisogno di lei” (dal Diario del 14 ott. 1962).

28 – Intermezzo (talvolta anche divertente)

Un modo colloquiale e informale (!) con cui ci si rivolge a un cardinale nella fase preparatoria del Concilio: “Eminenza Reverendissima, ho l’onore di umiliare a V. E., in ossequio alla richiesta…, i voti dei Rev.mi Professori di questa Pontificia Università per il prossimo Concilio Ecumenico…il Corpo Accademico si tiene a completa disposizione dei venerati comandi  di V. E. Prostrato al bacio della s. Porpora con i sentimenti della più profonda devozione e riverenza, mi protesto dell’E. V. obbl.mo e umil.mo in Domino figlio”.

Il Card. Siri (nella foto), vescovo di Genova, alla vigilia del Concilio: “Il pastoralismo pare una necessità, mentre è, prima che un metodo deteriore, una posizione mentale erronea. Le aree francesi-tedesche non hanno mai eliminato del tutto la pressione protestantistica. Bravissima gente, ma non sanno di essere i portatori di una storia sbagliata. La calma romana servirà”.

Il Card. Siri a proposito del messaggio dei vescovi al mondo: “Taluni non hanno un’idea molto elevata di un concilio ecumenico e questo mi fa pena”.

Ancora Siri alla vigilia della votazione sul De fontibus: “La faccenda è grave, se domani lo schema cade! Signore aiutaci! Santa Vergine, San Giuseppe pregate per noi! Tu sola distruggesti tutte le eresie in tutto il mondo!”.

Il Card. Ottaviani durante il dibattito sulla Liturgia: “Il prurito delle novità insiste su cose che non solo non sono necessarie, ma neppure utili, anzi possono essere anche dannose”.

Scrive A. Spada: “Ottaviani vede eretici e attentati al patrimonio della Fede e cedimenti da tutte le parti, in contrasto col tono generale del Concilio” (dal Diario del 14 nov. 1962).

Peruzzo, vescovo di Agrigento: “In Concilio ho a volte l’impressione di trovarmi in un asilo di pazzi e per i pazzi c’è una sola via d’uscita: rinchiuderli” (continua).

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27 – Il Concilio visto da Indro Montanelli 

Il giornalista I. Montanelli (nella foto) interviene nelle vicende conciliari con tre articoli sul Corriere della Sera del 24, 25, 26 novembre 1962: soffermiamoci sul primo e sul terzo.

Titolo del primo: Restituendo libertà all’episcopato il Papa ha rinunciato all’assolutismo. Il giornalista sostiene che il Concilio fu indetto da Giovanni XXIII per esprimere implicitamente la propria rinuncia a esercitare il dogma dell’infallibilità, proclamato al Vaticano I, ma sgradito allora a molti vescovi, per restituire all’episcopato piena libertà e responsabilità di decisione e riportare quindi nella Chiesa un criterio di direzione collegiale, contro l’assolutismo, il monolitismo e l’intransigenza verso le altre Chiese cristiane.

Titolo del terzo articolo: Sottile ma anche concitato il dialogo tra Curia romana e vescovi stranieri. Montanelli presenta i Cardinali Bea, tedesco, e Alfrink, olandese, come gli ispiratori di un movimento riformista nel modo di interpretare la Scrittura per riavvicinarsi ai fratelli separati. Alfrink non nasconde i suoi sentimenti antiromani; c’è un contrasto quasi permanente tra la Curia romana e gli episcopati stranieri, dove il clero cattolico deve convivere con quello protestante; è perciò evidente nel Concilio lo scontro fra la tendenza conservatrice della Curia e quella riformista incarnata soprattutto da Bea e Alfrink.

Dura la critica della stampa cattolica, di cui si può considerare un esempio eloquente l’articolo che Andrea Spada, direttore de L’Eco di Bergamo, scrive il 27 novembre: “…Nei suoi articoli c’è una confusione di persone, di date, un’incredibile superficialità sugli stessi termini della materia di cui confessa di non intendersene. Montanelli ha offerto un doloroso esempio di voler politicizzare tutto, di voler vedere tutto in chiave di conservatorismo e di progressismo, di destra e di sinistra”.

26 – Lo schema sugli strumenti di comunicazione sociale (segue)

Il dibattito sullo schema continua durante la 26^ e la 27^ congregazione generale: esso viene accolto in modo positivo. Molti interventi sottolineano l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale come strumenti validi per la predicazione del Vangelo, per la collaborazione tra cattolici e protestanti, per difendere i fondamentali diritti umani, per contribuire alla collaborazione tra la Chiesa e organizzazioni a livello mondiale. Vengono espresse anche delle critiche: la lunghezza dello schema; lo scarso spazio dato ai laici, che hanno invece, in questo campo, una competenza maggiore di quella del clero; la sottovalutazione dei pericoli, per la fede e la morale, derivanti dall’uso di tali mezzi.

Il 27 novembre, alla 28^ congregazione generale, si vota lo schema nel suo complesso, con le modifiche richieste: voti a favore: 2138; voti contrari:15.

Una figura da ricordare per l’impegno in questo ambito è quella di don Giacomo Alberione (1884-1971) (nella foto), che nel 1914 fonda la Pia Società San Paolo per diffondere il Vangelo con gli strumenti della comunicazione sociale: basti ricordare la rivista Famiglia Cristiana nata nel 1931.

Don Alberione ha partecipato sia alla fase preparatoria che all’effettivo svolgimento del Concilio con numerose proposte, quali: diffondere la Bibbia, accompagnata da note catechistiche, perché entri in ogni famiglia; favorire l’apostolato dei laici; “dare impulso ai mezzi moderni e tecnici, atti a divulgare sempre più la verità cattolica: radio, cinema, televisione”. Da ciò si può capire la grande soddisfazione di don Alberione quando il Concilio, alla fine della 2^ sessione (1963), approva il decreto sui mezzi di comunicazione sociale che inizia con le parole Inter mirifica, in cui la Chiesa dichiara “apostolato” l’attività alla quale egli aveva dedicato tutta la propria vita.

25 – Ecumenicità     

Sul significato di “ecumenicità” in riferimento allo schema De fontibus Revelationis, il Vescovo di Bruges E. De Smedt, a nome del Segretariato per l’unione dei non cristiani, che aveva il compito di aiutare le altre commissioni a redigere i loro schemi con spirito ecumenico, dice che occorre dare importanza al modo in cui la dottrina viene espressa, affinché essa venga compresa dall’altro. A tal fine è necessario conoscere bene: quale sia la dottrina attuale degli ortodossi e dei protestanti; quale idea essi hanno della nostra dottrina; che cosa nella dottrina cattolica essi ritengono mancante o non sufficientemente sviluppato; se il nostro modo di parlare contiene formule o modi di dire difficili a capirsi dai non cattolici. Poiché, secondo De Smedt, lo schema presentato è carente in questi aspetti, esso è privo di spirito ecumenico. Egli conclude con un giudizio molto duro: “Questo schema è carente dal punto di vista unionistico. Per il dialogo con i non cattolici, non costituisce un progresso, ma un regresso, non un aiuto, bensì un impedimento e un danno”.

Lo schema sugli strumenti di comunicazione sociale

Dopo la sospensione del dibattito sul De fontibus Revelationis, nella 25^ Congregazione generale (23 novembre) viene presentato dal vescovo francese R. Stourm lo schema De instrumentis communicationis socialis. Struttura: Introduzione. Parte I, cap.1: diritto e dovere della Chiesa di occuparsi dei mezzi di comunicazione sociale; capp. successivi: i mezzi adeguati per la difesa dell’ordine morale oggettivo e i doveri della società in relazione a tale materia. Parte II: il valore apostolico dei mezzi di comunicazione per l’annuncio del messaggio cristiano e gli strumenti finalizzati a ciò, come giornali, cinema, radio, televisione (nella foto una copia di un’edizione del testo finale promulgato nel 1963) (continua).

24 – Pastoralità ed ecumenicità: due requisiti indispensabili

A parere di molti Padri, lo schema De fontibus presentato dalla commissione teologica presieduta da Ottaviani, era carente di due connotazioni fondamentali che secondo il Papa stesso avrebbero dovuto caratterizzare il Concilio: la pastoralità, indispensabile perché la dottrina della Chiesa Cattolica venga accolta “da tutti, in questo nostro tempo, con nuovo ardore”, e l’ecumenicità a cui erano molto sensibili i fratelli separati. Vediamo oggi che cosa si intende con “pastoralità”.

Il Cardinale di Colonia J. Frings (nella foto lo vediamo a colloquio col giovane J. Ratzinger, futuro Benedetto XVI, che partecipò al Concilio come teologo dello stesso cardinale) così dice: “Nello schema mi sembra non vi sia e non si senta la voce della Chiesa Madre e Maestra, la voce del buon Pastore che chiama le pecore per nome, e le pecore ascoltano la sua voce, ma piuttosto la lingua scolastica, professorale, che non edifica né vivifica. Si sente la mancanza di quella impronta pastorale di cui Papa Giovanni tanto ardentemente desidera che tutti gli enunciati del Concilio Vaticano II siano imbevuti”.

Il Vescovo di Savona G. B. Parodi in una lettera alla sua diocesi del 21 nov. 1962 così spiega: “Si tratta anche di tenere conto della realtà del nostro tempo, che conta masse imponenti di operai scristianizzati e gruppi di intellettuali radicalmente laicizzati; che vede il mondo cristiano separato, riformati e ortodossi,  muoversi verso la ricerca di una unità ecumenica…Impostazione pastorale quindi non significa abbandonare le verità acquisite e definite e adottare uno stile di compromesso, ma enucleare nel modo più chiaro e sintetico le verità fondamentali e proporle nel modo più vitale e leale, tenendo sempre conto delle mentalità, delle culture, dei pregiudizi, delle aspirazioni degli individui e dei gruppi, dei vicini e dei lontani”.

23 – Lo schema sulle fonti della Rivelazione: un dibattito molto acceso

Alla 19^ congregazione generale (14 novembre 1962) inizia il dibattito sullo Schema De fontibus Revelationis, che continua fino alla 24^ congregazione del 20 novembre.

Lo schema, elaborato dalla commissione dottrinale presieduta dal Card. Ottaviani (nella foto), dopo

un’introduzione fatta allo scopo di prevenire le possibili obiezioni, viene di fatto subito duramente criticato da molti Padri (cardd. Liénart, Léger, Frings, Suenens, Alfrink, Dopfner, De Smedt) perché considerato troppo scolastico, dottrinale, poco biblico, privo di quel carattere pastorale richiesto dal Papa nel suo discorso inaugurale Gaudet Mater Ecclesia, a cui si richiamano molti dei relatori. In particolare, un’affermazione ripetutamente criticata e contestata è quella secondo cui due sono le fonti della Rivelazione, cioè Scrittura e Tradizione: a ciò si obietta che l’unica fonte della Rivelazione è Cristo, da cui Scrittura e Tradizione derivano. Oltre alla discussione sullo schema complessivo, inizia anche l’esame del cap. I, finché, a causa della profonda spaccatura creatasi nell’assemblea (da un lato la posizione della Commissione teologica rappresentata da Ottaviani, favorevole allo schema, dall’altro quella di coloro che ne richiedevano il ritiro e il rifacimento totale), alla 23^ congregazione si mette ai voti la richiesta di interrompere il dibattito: votanti 2209; per sospenderlo (in quanto contrari allo schema): 1368; per continuarlo (in quanto favorevoli): 822; maggioranza richiesta per la sospensione: 1473; pertanto la discussione riprende il giorno dopo alla 24^ congregazione, ma viene poi interrotta in seguito alla lettura di un comunicato del Papa, che stabilisce che venga costituita una commissione mista per riesaminare e rielaborare lo schema complessivo del De fontibus e riproporlo più avanti alla discussione e votazione del Concilio.

22 – Il problema della lingua nella liturgia (continuazione)

Un altro vescovo indiano, S. Simons, afferma che ormai anche gran parte del clero ha poca familiarità col latino e legge i documenti della Chiesa nella propria lingua; inoltre il latino, invece di unire, divide il clero dal popolo, la Chiesa latina dai non latini, la Chiesa cosiddetta occidentale dai non cristiani.

Maximos IV, Patriarca di Antiochia di Siria (nella foto), dice di ritenere strano che chi presiede la liturgia debba usare una lingua diversa da quella della propria assemblea liturgica obbligata a pregare in una lingua che non comprende: una chiesa viva “non sa che farsene di una lingua morta”; egli propone perciò che le conferenze episcopali possano definire il limite di utilizzo di una lingua viva nella liturgia e sottolinea che anche molti vescovi presenti al Concilio non comprendono ciò che viene lì detto, perché essi non parlano mai in latino.

La votazione sul proemio e il cap. I dello schema, tenutasi il 7 dicembre 1962 alla 36^ ed ultima congregazione della prima sessione, dà questi risultati: voti a favore 1922, contrari 11, a favore, ma con modifiche, 180. Per gli altri capitoli bisognerà attendere la seconda sessione.

“Questo risultato piuttosto positivo”, dice G. Alberigo “diede una sicura base ai principi fondamentali del rinnovamento liturgico del Concilio. Anche il Papa espresse la propria soddisfazione per questo risultato iniziale”.

Nell’art. 10 del cap. I così viene definita la liturgia: “Il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia”.

L’art. 36 recepisce invece la richiesta di poter ricorrere alle lingue nazionali: “Poiché, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni”.

21 –  Il problema della lingua nella liturgia

Argomentazioni in favore del latino: timore che i cambiamenti nella liturgia (la messa in particolare) introducano mutamenti nei dogmi; timore che l’uso delle lingue volgari  metta a rischio l’unità dei popoli cristiani, simboleggiata dall’unità della lingua; superiorità del latino, chiaro e preciso per la formulazione del magistero della Chiesa; il latino avrebbe conservato il senso di mistero della liturgia; la lingua volgare già in uso nelle chiese protestanti aveva condotto alla loro frammentazione e ciò sarebbe potuto accadere anche nella Chiesa cattolica; l’introduzione del volgare nelle missioni avrebbe causato dei problemi, per la molteplicità delle lingue locali in quei territori.

Argomentazioni in favore delle lingue volgari: il volgare avrebbe permesso una partecipazione più attiva dei fedeli alla liturgia eucaristica, poiché ormai molte persone, soprattutto nei paesi di missione, non conoscevano affatto il latino; la liturgia era luogo privilegiato anche per l’istruzione dei fedeli e ciò era possibile solo se la lingua usata era per essi comprensibile.

Molti sono stati gli interventi dei Padri in favore dell’una o dell’altra posizione: significativi quelli di alcuni vescovi di paesi non italiani e di paesi di missione a sostegno della necessità di utilizzare le lingue locali. Per es. il vescovo ausiliare di Parigi J. Le Cordier, afferma: “La Chiesa sarà Maestra insegnando e nutrendo la fede nella lingua in cui i cristiani stessi ogni giorno annunciano Cristo. La Chiesa sarà Madre pregando nella lingua dei suoi figli”; L. La Ravoire Morrow, nato negli Stati Uniti ma divenuto vescovo di una diocesi dell’India, sostiene l’uso del volgare per ragioni pastorali (partecipazione attiva dei fedeli alle celebrazioni liturgiche e comprensione di ciò che vi veniva detto) ed ecumeniche (come segno di benevolenza verso i fratelli separati, per i quali il latino costituisce spesso un ostacolo) (segue).

20 – Struttura e discussione sullo schema della Costituzione sulla Sacra Liturgia

Introduzione generale, in cui si spiega l’importanza della liturgia nella vita della Chiesa. Seguono otto capitoli: 1- Principi generali per la promozione e il rinnovamento della liturgia; 2- Il mistero dell’Eucaristia; 3- Sacramenti e sacramentali; 4- L’ufficio divino; 5- L’anno liturgico; 6- Le sacre suppellettili; 7- La musica sacra; 8- L’arte sacra.

Molti Padri esprimono un giudizio favorevole sullo schema proposto, soprattutto per il suo carattere pastorale, l’equilibrio tra rinnovamento e conservazione dei riti, il suo carattere biblico, la possibilità di usare la lingua volgare, la promozione di un’attiva partecipazione alla liturgia da parte dei fedeli, l’incoraggiamento agli studi sulla liturgia. La valutazione positiva che ne viene data è dimostrata dalla votazione sullo schema complessivo tenutasi alla 19^ congregazione del 14 novembre, dopo gli interventi di 325 Padri durante le 15 congregazioni precedenti: 2162 voti a favore, 46 contrari.

Punti dello schema liturgico maggiormente discussi durante il dibattito: lingua latina o lingua volgare; concelebrazione, sì o no; comunione sotto le due specie; potere dei vescovi nella riforma liturgica; riforma del breviario, del messale e del rituale; unzione degli infermi.

Poiché uno degli argomenti più dibattuti è stato quello della lingua da usare, specialmente durante la celebrazione eucaristica con i fedeli, la prossima volta vedremo le principali argomentazioni in favore del mantenimento del latino, come molti vescovi avrebbero voluto, e quelle in favore dell’adozione delle lingue delle diverse nazionalità.

La prima celebrazione eucaristica in lingua italiana è stata celebrata da Paolo VI il 7 marzo 1965 nella Parrocchia Ognissanti a Roma

19Inizia la discussione sugli schemi

Nel primo periodo del Concilio vengono presentati e discussi dai Padri gli schemi di cinque argomenti: Liturgia, Rivelazione, Chiesa, Unità della Chiesa, Mezzi di comunicazione sociale.

Per nessuno di essi si giunse, al termine della prima sessione, ad una approvazione definitiva e totale del testo come oggi noi possiamo leggerlo: i primi furono approvati soltanto alla fine della seconda sessione, nel 1963. L’iter prevedeva dapprima la discussione e l’eventuale approvazione dell’impianto complessivo di ogni singolo schema (ma spesso gli schemi preparati dalle commissioni preconciliari e presentati all’assemblea per l’approvazione, vennero bocciati e si dovette perciò elaborarne altri), poi l’esame dei singoli capitoli, la votazione su ognuno di essi e, infine, la votazione del testo definitivo nella sua globalità. Tutto ciò richiese tempi lunghi; inoltre spesso, durante una stessa congregazione, la discussione poteva riguardare prima un argomento, poi un altro, senza perciò attendere che il dibattito su un determinato schema giungesse alla sua conclusione definitiva prima di passare ad un altro.

Una volta costituite le nuove commissioni conciliari secondo la proposta del card. Liénart, si passò all’esame degli schemi in questo ordine: per primo quello sulla Liturgia, dalla 4^ alla 19^ congregazione (22 ottobre-14 novembre), ripreso poi alla 36^ e ultima congregazione (7 dicembre); per secondo lo schema sulla Rivelazione, dalla 19^ alla 24^ congregazione (14-21 novembre); per terzo quello sui mezzi di comunicazione sociale, dalla 25^ alla 28^ congregazione (23-28 novembre); per quarto lo schema sull’unità della Chiesa, dalla 27^ alla 31^ congregazione (26 novembre-1 dicembre); per quinto quello sulla Chiesa, dalla 31^ alla 35^ congregazione (1-6 dicembre).

18 – 13 ottobre 1962: una votazione importante

Il primo atto che i vescovi sono chiamati a compiere nella prima congregazione generale del 13 ottobre consiste nell’elezione dei componenti delle dieci commissioni conciliari che avrebbero dovuto presentare all’assemblea generale, per la discussione e l’approvazione, gli schemi già preparati dalle commissioni del periodo preparatorio. Ogni vescovo avrebbe dovuto votare 16 colleghi per ogni commissione, per un totale di 160. Data la non conoscenza reciproca tra i vescovi provenienti da ogni parte del mondo, sarebbe stato inevitabile che venissero riconfermati, nelle dieci commissioni, quegli stessi membri che già ne avevano fatto parte nella fase preparatoria e dei quali la Segreteria aveva distribuito gli elenchi ai Padri conciliari. L’intenzione era, perciò, quella di fare del Concilio un’assemblea che, in sostanza, ratificasse quanto era già stato discusso e approvato in fase preparatoria, durante la quale era risultato determinante l’indirizzo conservatore dei cardinali di Curia e, in particolare, della commissione teologica presieduta dal card. Ottaviani. Alcuni degli schemi già preparati e inviati ai Padri nei mesi precedenti avevano però lasciato insoddisfatti molti vescovi. Perciò prima della votazione, il Card. di Lille, Liénart (nella foto), chiede che il voto sia rinviato di qualche giorno perché i Padri possano conoscersi e le conferenze episcopali possano elaborare le proprie liste di candidati.

La proposta viene accolta con un applauso e inoltrata al Papa, che concede tre giorni in più ai Padri perché possano consultarsi.  Comincia così ad affermarsi l’importanza delle conferenze episcopali, l’idea di collegialità e la volontà di tanti vescovi di essere protagonisti del Concilio e non semplici esecutori di direttive altrui. Il vescovo siriano Edelby scrive che la proposta di Liénart  fu considerata “come un primo fallimento inflitto alla Segreteria del Concilio, che voleva condurre il Concilio con la bacchetta”. E Giovanni XXIII stesso avrebbe detto a Liénart: “Avete fatto bene a dire il vostro pensiero perché è per questo che io ho convocato i vescovi al Concilio”.

17 – La preghiera allo Spirito Santo e il messaggio dei vescovi al mondo

Ogni riunione plenaria dei Padri Conciliari (nella foto) inizia con la preghiera in latino Adsumus Sancte Spiritus: ” Siamo qui davanti a Te, Spirito Santo”, attribuita a Isidoro di Siviglia (560-636):

Siamo qui davanti a te, Spirito Santo Signore…riuniti nel tuo nome. Vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori. Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire…Non permettere che da noi peccatori sia lesa la giustizia…non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia… affinché siamo una sola cosa in te e in nulla ci discostiamo dalla verità…fa’ che sempre sappiamo praticare la giustizia, temperandola con la pietà…e un giorno ci sia dato, per le nostre responsabilità ben adempiute, il premio eterno. Amen

Il 20 ottobre 1962 i vescovi, inoltre, approvano un messaggio per tutta l’Umanità (Nuntius ad universos homines mittendus), che esprima il desiderio di salvezza, amore e pace che Cristo ha portato al mondo e affidato alla Chiesa. Essi si propongono di esporre integra la volontà di Dio, perché “il volto di Gesù Cristo, che riflette lo splendore di Dio, appaia a tutte le genti”. Il Concilio, attento al mondo, dovrà promuovere anche un rinnovamento spirituale che dia una spinta allo sviluppo di arte, scienza, tecnica, cultura. I vescovi fanno proprie le ansie e le sofferenze dei popoli loro affidati, soprattutto dei più poveri, deboli e bisognosi: perciò essi terranno in grande considerazione ciò che ne promuove il bene e la dignità. Il loro messaggio riprende poi due punti del discorso del Papa dell’11 settembre: favorire la pace tra i popoli, poiché gli uomini sono tutti fratelli; promuovere la giustizia sociale, che può trovare un valido fondamento nella dottrina sociale della Chiesa delineata nell’enciclica  Mater et Magistra,  perché la vita dell’uomo divenga più umana.

I vescovi quindi, fiduciosi nello Spirito Santo, invitano tutti a collaborare perché il mondo realizzi una maggiore fraternità  e in esso già cominci a risplendere il regno di Dio.

16 b – Alcune precisazioni sul Concilio e il suo svolgimento (continuazione)

Congregazioni generali: sono le riunioni plenarie dei vescovi in S. Pietro (nella foto), durante le quali vengono discussi e poi votati gli schemi presentati dalle Commissioni. Quelle del primo periodo saranno 36.

Periti: sono i consulenti del Concilio, nominati dal Papa, che possono partecipare alle Congregazioni generali e alle Commissioni; ad essi si aggiungono i periti privati, cioè quegli esperti che alcuni vescovi portano con sé, ma che non possono partecipare né alle Congregazioni generali né alle Commissioni.

Votazioni: in tutte le votazioni, sia delle Commissioni che delle Congregazioni generali, è richiesta la maggioranza dei due terzi.

Osservatori: 46 delegati delle Chiese non cattoliche invitati dal Segretariato per l’unità dei cristiani. Possono partecipare alle Congregazioni generali, non alle Commissioni.

Ospiti: 8 persone non cattoliche invitate a titolo personale, come il Priore di Taizé Roger Schutz, l’esegeta protestante Oscar Cullman.

In totale, quindi, 54 non cattolici, in rappresentanza di 17 Chiese e Comunità separate: precisamente, 14 ortodossi orientali, 40 angloprotestanti. Nel quarto e ultimo periodo essi aumenteranno fino a 90 osservatori e 16 ospiti in rappresentanza di 29 Chiese e Comunità.

Documenti finali prodotti dal Concilio: 16 in totale, di cui: 4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni.

Costituzioni sono detti i quattro testi fondamentali del Concilio: sulla Rivelazione, la Chiesa, la Liturgia, la Chiesa nel mondo contemporaneo.

Decreti sono detti i documenti conciliari che trattano temi più limitati rispetto a quelli delle Costituzioni.

Dichiarazioni sono detti i documenti conciliari destinati a tutta l’umanità e non solo ai fedeli cattolici.

16 a – Alcune precisazioni sul Concilio e il suo svolgimento

Concilio Ecumenico Vaticano II: è stato il ventunesimo concilio ecumenico nella storia della Chiesa.

Ecumenico: detto così perché ad esso sono stati invitati i vescovi della Chiesa cattolica di tutta l’ “ecumene”, cioè di tutti i paesi del mondo in cui essa era presente.

Vaticano II: perché si è svolto, come il Concilio Vaticano I (1870), nella Città del Vaticano.

Vescovi partecipanti: in totale 3054; al primo periodo: 2443; a tutti e quattro: 1897. Provenienti da 116 paesi diversi: 36% dall’Europa, 22% dall’America latina, 12% dall’America del nord, 20% da Asia e Oceania, 10% dall’Africa.

Sessioni: sono i quattro periodi in cui si svolse il Concilio: 1^ sessione: 11 ottobre-8 dicembre 1962; 2^ sessione: 29 settembre-4 dicembre 1963; 3^ sessione: 14 settembre-21 novembre 1964; 4^ sessione: 14 settembre-8 dicembre 1965.

 Intersessioni: i periodi tra una sessione e l’altra, durante i quali le commissioni conciliari continuavano a lavorare sugli schemi in fase di discussione.

Quanto segue viene stabilito nel testo sul regolamento del Concilio del 6 agosto 1962: Appropinquante Concilio.

Consiglio di presidenza: costituito da 10 cardinali nominati dal Papa, col compito di presiedere a turno le riunioni plenarie in S. Pietro: Ruffini (Italia), Tappouni (Siria), Gilroy (Australia), Spellman (Stati Uniti), Caggiano (Argentina), Liénart (Francia), Tisserant (Francia), Pla y Deniel (Spagna), Frings (Germania), Alfrink (Olanda).

Segretario generale del Concilio: viene nominato Pericle Felici.

Commissioni conciliari: sono 10, mantengono la stessa denominazione di quelle preparatorie (vedi n. 6), tranne la 10^ che unisce quella dell’Apostolato dei laici e il Segretariato della stampa e dello spettacolo. Devono presentare gli schemi elaborati durante la fase preparatoria e introdurre gli emendamenti proposti e approvati durante i dibattiti; composta ciascuna da 25 membri, di cui 9 nominati dal Papa, 16 eletti dai vescovi. Ad esse si aggiunge il Segretariato per l’unità dei cristiani, già esistente (segue).

15 – La sera dell’11 ottobre 1962: “il discorso della luna”

Terminata la giornata inaugurale del Concilio, quella sera stessa il Papa rivolge il suo saluto alla folla radunata in Piazza S. Pietro dicendo: “Si direbbe che perfino la luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto (nella foto), a guardare questo spettacolo. Vi è che noi chiudiamo una grande giornata di pace”.

Nel seguito del discorso il Papa si presenta come un fratello diventato Padre per volontà del Signore e accenna alla grandiosa inaugurazione del Concilio avvenuta nel giorno in cui si ricorda l’anniversario della proclamazione del dogma della divina Maternità di Maria al Concilio di Efeso del 431, a cui il Papa rivolge un’invocazione. E prima di dare la benedizione ai presenti, pronuncia le note e bellissime parole: “Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino”.

Interessante, letto ora, quanto il Papa dice alla fine: “Il Concilio è incominciato e non sappiamo quando finirà. Se non dovesse concludersi prima di Natale, poiché forse non riusciremo, per quella data, a dire tutto, a trattare i diversi argomenti, sarà necessario un altro incontro”.

E di fatto ci vollero altri tre anni!

(Nel prossimo appuntamento vedremo, prima di inoltrarci nelle discussioni conciliari, alcune precisazioni utili per capire meglio le modalità di svolgimento del Concilio stesso).  

14 – 11 ottobre 1962: si apre il Concilio Vaticano II

Preceduto da una processione di circa 2500 vescovi che attraversano Piazza S. Pietro (nella foto), Giovanni XXIII, sulla sedia gestatoria, fa il suo ingresso nella Basilica dove dà inizio al Concilio Vaticano II con un discorso dal ben noto incipit, Gaudet Mater Ecclesia: “Gioisce la Madre Chiesa, poiché…è sorto il giorno tanto desiderato in cui il Concilio Ecumenico Vaticano II qui solennemente inizia”.

Soffermiamoci sui nuclei più significativi di questo discorso, considerato come la bussola che avrebbe dovuto orientare e guidare i Padri nella celebrazione del Concilio stesso.

Il Papa mostra di non condividere la lettura pessimistica della situazione contemporanea da parte di coloro che lui chiama “profeti di sventura (rerum adversarum vaticinatores), che annunciano eventi sempre infausti, quasi sovrasti la fine del mondo”. Non vi è stata un’età dell’oro della Chiesa, che sarebbe poi progressivamente decaduta fino ad oggi: le difficoltà esistevano anche in passato. Ora, piuttosto, non ci sono più ingerenze dei poteri civili nel Concilio, come spesso invece accadeva in tempi trascorsi.

Compito del Concilio è non solo custodire il deposito della dottrina cristiana, ma insegnarlo in modo più efficace, rinnovato, aggiornato: è necessario “un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze…Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, altra la formulazione del suo rivestimento: di questo deve tener conto un magistero a carattere prevalentemente pastorale”.

Questo non sarà un Concilio di condanna: la Chiesa, sposa di Cristo, “preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità e ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”.

Il Concilio inoltre deve promuovere quell’unità che Gesù ha invocato dal Padre: unità dei cattolici tra loro, unità di preghiere con cui i cristiani separati aspirano ad essere uniti con Roma, unità nella stima e nel rispetto verso la Chiesa cattolica da parte di coloro che seguono religioni non cristiane.

13 – 4 ottobre 1962: il pellegrinaggio di Giovanni XXIII a Loreto e ad Assisi

Il 4 ottobre 1962, una settimana esatta prima del Concilio, Giovanni XXIII compie un pellegrinaggio in treno (nella foto) a Loreto e ad Assisi per invocare dalla Vergine e da San Francesco l’aiuto e l’illuminazione per un

evento tanto grande e a lungo preparato e atteso.

Si tratta della prima uscita di un Papa fuori dal Lazio dopo l’annessione di Roma allo Stato italiano nel 1870: motivo per cui stampa, radio e televisione sottolineano la portata eccezionale dell’evento. Il viaggio viene effettuato col treno del Presidente della Repubblica Italiana, partendo dalla Stazione di S. Pietro in Vaticano; il Papa è accompagnato, sia all’andata che al ritorno, da Fanfani, capo del Governo, e arriva a Loreto alle 11,50, dopo alcune soste alle stazioni più importanti per rispondere ai saluti della folla accorsa a salutarlo; all’ingresso del Santuario il Papa è ricevuto dal Presidente Antonio Segni. Nel discorso da lui tenuto nel Santuario, il Pontefice ricorda come in passato già altri Papi e personaggi famosi abbiano sostato lì in preghiera; poi egli sottolinea il fatto che il suo pellegrinaggio vuole essere la ripresa e la conferma di tutte le preghiere finora fatte per il felice svolgimento del Concilio e vuole essere il simbolo del cammino della Chiesa verso la missione, indicatale da Cristo, luce delle genti, di servizio, amore e pace.

Nel tardo pomeriggio Giovanni XXIII, sulla via del ritorno, sosta ad Assisi dove prega davanti alla tomba del Santo, del quale richiama la santità, l’umiltà e l’uso moderato delle cose belle e buone del mondo. Quindi il Papa si rivolge, in successione, ad Assisi, all’Italia e al mondo perché siano fedeli alla missione di pace e civiltà a cui Dio li ha chiamati.

Il pellegrinaggio del Papa si conclude con il suo rientro in Vaticano alle 22,10.

12 – 11 settembre 1962: il radiomessaggio del Papa al mondo

A un mese dall’inizio del Concilio Giovanni XXIII indirizza al mondo un radiomessaggio (nella foto).   

Dopo aver definito la Chiesa come colei che ha ricevuto la missione di far conoscere agli uomini Cristo, luce delle genti, il Papa dice: “Che è mai infatti un Concilio Ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù Risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la Chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? Il mondo ha bisogno di Cristo ed è la Chiesa che deve portare Cristo al mondo”. Poi, dopo aver ricordato il desiderio profondo dell’umanità di una vita condotta nell’amore e nella pace e i gravi problemi che travagliano il mondo odierno, il Papa afferma che tali problemi “stanno da sempre sul cuore della Chiesa” e che il Concilio potrà offrire ad essi soluzioni richieste dalla dignità dell’uomo e dalla sua vocazione cristiana. In particolare, egli richiama: l’uguaglianza fondamentale di tutti i popoli nell’esercizio di diritti e doveri; la difesa del carattere sacro del matrimonio; il pericolo delle dottrine che sostengono l’indifferentismo religioso o che negano Dio; il problema dei paesi sottosviluppati, ai quali la Chiesa si presenta come la Chiesa di tutti, e specialmente la Chiesa dei poveri;  la necessità di denunciare e porre rimedio alle “miserie della vita sociale che gridano vendetta al cospetto di Dio” e di vigilare perché “la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti”; la necessità della libertà religiosa, essenziale per avviare l’uomo sul cammino della verità; il Concilio contribuirà a promuovere l’anelito degli uomini alla pace, alla fraternità e all’amore, esigenze naturali dell’umanità. Il Papa infine invita alla preghiera per l’unità dei cristiani, obiettivo a lui sempre presente e al quale il Concilio deve tendere: ut omnes unum sint (Gv 17,11), unum di pensiero, di parola e di opere.

11Dalla Aeterni Patris (1868) alla Humanae salutis (1961): un confronto tra le due Costituzioni di indizione del Concilio Vaticano I e del Concilio Vaticano II.

Con la Costituzione Humanae salutis del 25 dicembre 1961 Giovanni XXIII annuncia che il Concilio sarà convocato entro il 1962 (successivamente verrà precisato il giorno: 11 ottobre). E’ interessante confrontare questa Costituzione con quella del 1868, Aeterni Patris, con cui Pio IX (nella foto) indice il Concilio Vaticano I: a distanza di un secolo, in un contesto mondiale completamente mutato, si possono notare radicali differenze nel modo con cui i due Papi si pongono nei confronti del mondo contemporaneo, del ruolo dei laici nella Chiesa, dei cristiani non cattolici e nel valutare il lavoro svolto in preparazione al Concilio.

Riguardo al mondo contemporaneo, AeP si sofferma a descriverne i mali presenti; HS ne evidenzia le conquiste in campo scientifico e tecnico e il grande progresso materiale, a cui però non ne corrisponde uno uguale in campo morale. Nonostante ciò, dice il Papa, “ci sembra di scorgere indizi non pochi (i segni dei tempi) che fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità”.

Uno di questi segni è proprio quello del laicato cattolico sempre più consapevole delle sue responsabilità nella Chiesa, a cui esso può dare un validissimo apporto; dei laici, invece, AeP non fa cenno.

AeP non nomina per niente i fratelli separati, mentre HS sottolinea l’interesse che essi hanno mostrato per il Concilio durante il periodo di preparazione (come si è potuto notare nelle puntate scorse): verso di loro il Papa esprime stima e affetto e la viva speranza che il Concilio favorisca la ricostituzione dell’unità visibile di tutti i cristiani suscitando nei fratelli separati il desiderio di ritornare all’unità.

Infine AeP non accenna per nulla ai lavori preparatori, mentre HS ne parla in modo ampio.

Il Papa inoltre esprime l’augurio che il Concilio contribuisca a promuovere la pace: la Chiesa non può ignorare i problemi e le fatiche dell’umanità ed è chiamata a difendere i diritti di tutti gli esseri umani.

10 – Figure di Bergamaschi impegnati nel Concilio

All’inizio del periodo preparatorio (giugno 1960), tra i 15 componenti del Segretariato della Stampa e dello Spettacolo viene incluso anche don Andrea Spada (nella foto), direttore de L’Eco di Bergamo e autore di un diario del Concilio, ricco di molte osservazioni interessanti, che copre però solo il primo periodo (ottobre-dicembre 1962) a cui egli partecipò come peritus.

Invece tra i consultori del Segretariato per l’unità dei cristiani figura don Alberto Bellini, docente del Seminario, autore de Il movimento ecumenico, con una recensione di Padre R. Tucci, il quale afferma che Bellini esamina l’argomento “in tutti i suoi diversi aspetti con ottima conoscenza della materia e con ampia documentazione; è uno studio accurato e giudizioso del movimento ecumenico”.

Giuseppe Piazzi, vescovo di Bergamo (1953-1963), in un discorso sull’unità della Chiesa del 25 gennaio 1960, dice che tutti desiderano l’unione dei cristiani, ma a ciò non basterà un Concilio, date le profonde divisioni tuttora esistenti; occorre perciò che i cattolici e i fratelli separati ricerchino insieme la verità, nella carità reciproca.

In un’omelia del 29 giugno 1960 Piazzi definisce il Concilio “una rinata primavera della Chiesa, un rinnovarsi della sua perenne giovinezza”: essa vivrà un nuovo slancio missionario e il Concilio “sarà un dolcissimo richiamo ai fratelli separati, ma ci saranno ancora anni e anni di pena per questa infelice separazione di fratelli che credono nello stesso Cristo”. L’intento ecumenico sarà vivo, ma ciò richiederà che il mondo cattolico recuperi “una coscienza cristiana, il senso di Dio e della Chiesa, perché la vita, così infaustamente laicizzata, ritorni ad essere illuminata di Dio”.

Il suo nome risulta poi, a Concilio iniziato, tra gli eletti della Commissione sui vescovi e il governo delle diocesi, di cui aveva già fatto parte nella fase preparatoria.

Alla sua improvvisa morte gli succede Clemente Gaddi (1963-1977), all’epoca vescovo coadiutore di Siracusa, il cui nome risulta tra i nominativi proposti per eleggere i componenti della Commissione Dottrinale, in cui però non fu eletto. Caprile lo cita tra quei vescovi che hanno inviato alle loro diocesi lettere dal Concilio.

9 – Il Concilio e gli Ebrei

Può essere utile ricordare un antefatto: l’incontro avvenuto il 13 giugno 1960 tra Giovanni XXIII e Jules Isaac (nella foto), professore francese di Storia, la cui famiglia fu deportata ad Auschwitz, autore del libro Gesù e Israele, pubblicato nel 1948, in cui si esprimeva anche l’auspicio che le Chiese cristiane condannassero  “l’insegnamento del disprezzo” a lungo predicato contro gli Ebrei: “Senza i secoli di catechesi, di predicazione e di vituperazione cristiane, la catechesi, la predicazione e la vituperazione hitleriane sarebbero state impossibili”. Il Papa, a cui Isaac manifesta perciò la speranza che il Concilio affronti il problema dei rapporti tra cristiani ed ebrei, gli risponde: “Avete diritto ben più che alla speranza”.

Quando però sulla stampa comincia ad affacciarsi l’ipotesi che, oltre a protestanti e ortodossi, possano essere presenti al Concilio, come osservatori, anche degli ebrei, in una conferenza di rabbini a Parigi nel 1961 si dichiara che il giudaismo non intende intervenire nel problema dell’unità dei cristiani.

Si esprime invece soddisfazione per la soppressione dai testi liturgici, voluta dal Papa, di alcune affermazioni offensive verso gli ebrei (basti ricordare l’eliminazione di perfidis dalla preghiera del Venerdi Santo: “Oremus pro perfidis Iudaeis”); ci si attende inoltre dal Concilio una esplicita dichiarazione di rinuncia all’antisemitismo, la fine dell’accusa di deicidio e il riconoscimento del ruolo di Israele nel disegno salvifico di Dio.

In un articolo sul Jerusalem Post del 14/1/1962 G. Wigoder riconosce che, grazie alle iniziative di Giovanni XXIII, “è evidente che un clima completamente nuovo esiste nella Chiesa Cattolica”. In un suo intervento E. Modigliani afferma che col Concilio “potremo assistere all’apertura di un dialogo che non abbia per fine la conversione degli interlocutori, ma il chiarimento delle reciproche posizioni. Per fare ciò occorre che la Chiesa sfrondi il suo insegnamento di quel tanto di avversione agli ebrei che diede origine a forme di antisemitismo e che è anticristiano”.

8Osservatori cristiani non cattolici invitati al Concilio

L’importanza, sottolineata la scorsa volta, della finalità ecumenica del Concilio ha fatto sì che ad esso venissero invitati anche osservatori cristiani non cattolici.

Il 2 dicembre 1960 l’Arcivescovo anglicano di Canterbury dott. Fisher va a Roma in visita al Papa: egli riconosce che per ora l’unione non è possibile perché ciò significherebbe soggezione a Roma, ma si deve insistere sull’unità di spirito e su ciò che vi è in comune tra anglicani e cattolici, invece di combattersi. Ciò, per il Papa, è segno di progresso e indica che non si devono nutrire timori reciproci.

Il 25 aprile 1962 il Cardinal Bea dichiara che gli osservatori non cattolici invitati al Concilio potranno seguirne i lavori partecipando alle sedute plenarie in S. Pietro, dove si discuteranno gli schemi da approvare. Il 5 luglio 1962 il nuovo Arcivescovo anglicano Ramsey (nella foto) rende noti i nomi dei tre delegati della sua Chiesa che assisteranno, con i delegati di altre Chiese non cattoliche (Luterana, ecc.), alle sedute plenarie del Concilio e dice: “E’ conveniente che noi della Comunione Anglicana accettiamo questo invito dai nostri colleghi cristiani nella Chiesa Cattolica Romana. Le profonde differenze dottrinali tra la Chiesa di Roma e la nostra non impediscono di invitare tutti i cristiani a pregare per il prossimo Concilio”.

Nel mondo ortodosso Atenagora, Patriarca di Costantinopoli, è favorevole a mandare osservatori e desidera incontrare il Papa, di cui dice: “E’ il Papa dell’unità e della carità. Dobbiamo pensare soprattutto a ciò che abbiamo in comune: la fede in Nostro Signore, la Tradizione, le Scritture, i sacramenti. L’unità è più che mai necessaria oggi per poterci abbracciare reciprocamente, piangere insieme a motivo della nostra lunga separazione, manifestare la nostra afflizione per il passato e la gioia per l’avvenire”. Invece Alexis, Patriarca di Mosca, dapprima è contrario a mandare osservatori, poi accetta, ma nel frattempo Atenagora, ignaro di tale decisione, per non rompere l’unità delle Chiese ortodosse, dichiara impossibile l’invio di suoi osservatori a Roma.

7 – L’Ecumenismo: un tema centrale nelle intenzioni di Giovanni XXIII

Uno dei motivi principali che hanno spinto Giovanni XXIII a convocare il Concilio è stato quello ecumenico, cioè il desiderio di promuovere un riavvicinamento tra i fratelli separati e la Chiesa cattolica. Questo obiettivo viene spesso sottolineato, oltre che dal Papa stesso, anche dal Cardinale gesuita tedesco Agostino Bea, posto alla guida del Segretariato dell’unità dei cristiani, come quando, in una intervista a New York il 17 giugno 1960, egli, citando il Motu proprio Superno Dei nutu, dichiara che il Segretariato si propone due scopi: fare in modo che “i fratelli separati possano seguire i lavori del Concilio e più facilmente trovare la via per raggiungere quella unità per la quale Gesù Cristo rivolse al Padre così ardente preghiera”. Il Cardinale aggiunge che il desiderio dell’unità è stato favorito dagli  studi biblici e storici e che esso è maggiore nei paesi europei che negli Stati Uniti, dove le divisioni dei protestanti in moltissimi gruppi causano notevoli difficoltà al raggiungimento dell’unità. Due segni mostrano la “nostalgia” dell’unione: la creazione del Consiglio Mondiale delle Chiese, i cui aderenti sono accomunati dalla verità di “riconoscere Gesù Cristo come loro Salvatore e Dio”; la diffusione dell’Ottava di preghiere per l’unità (18-25 gennaio). Tuttavia occorre evitare facili illusioni poiché, dopo secoli di divisioni, molte sono le difficoltà da superare. Riguardo agli Ortodossi, il Papa non si attende subito l’unione, ma “il riavvicinamento prima, il riaccostamento poi e la riunione perfetta di tanti fratelli separati con l’antica Madre comune”; essi sono molto più vicini alla Chiesa cattolica dei gruppi protestanti, poiché da essa li divide soltanto la dottrina del primato e dell’infallibilità del Sommo Pontefice.

In un’altra occasione, a Monaco di Baviera, il cardinal Bea dichiara che il Concilio non risolverà tutti i problemi, specialmente quelli riguardanti l’unione delle Chiese, perchè a ciò non si è ancora preparati; scopo di esso, piuttosto, è “elaborare concrete premesse che permettano l’apertura di un dialogo tra i cattolici e le altre confessioni cristiane”.

6 – La fase preparatoria (giugno 1960 – settembre 1962)

Con il Motu proprio Superno Dei nutu, il 4 giugno 1960 Giovanni XXIII annuncia l’inizio della fase preparatoria e la costituzione di una Commissione Centrale presieduta dal Papa stesso, di dieci Commissioni presiedute dai presidenti delle Congregazioni di Curia, col compito di preparare gli schemi sui vari temi da trattare in Concilio, più due Segretariati.

1 – Commissione teologica;

2 – Commissione sui vescovi e il governo delle diocesi;

3 – Commissione sulla disciplina del clero e del popolo cristiano;

4 – Commissione sui religiosi;

5 – Commissione sulla disciplina dei sacramenti;

6 – Commissione sulla sacra liturgia;

7 – Commissione sui seminari, gli studi e l’educazione cattolica;

8 – Commissione sulle Chiese orientali;

9 – Commissione sulle missioni;

10 – Commissione sull’apostolato dei fedeli.

Ad esse si aggiungono:

Segretariato per i cristiani separati dalla Sede Apostolica, perché anch’essi “possano seguire i lavori del Concilio e trovare la via per raggiungere quell’unità per la quale Gesù rivolse al Padre Celeste così ardente preghiera”.

Segretariato per i problemi riguardanti stampa, radio, televisione, cinema, ecc.

Gli Acta e i Notiziari di G. Caprile ci riportano i discorsi di apertura e di chiusura di Giovanni XXIII in occasione delle sette sessioni complessive tenute dalla Commissione Centrale preparatoria (l’ultima delle quali il 20 giugno 1962), da lui presiedute; i lavori delle dieci Commissioni per preparare gli schemi relativi ai diversi temi da affrontare in Concilio e che la Commissione Centrale poi esaminò per decidere quali di quegli schemi sarebbero stati presentati all’assemblea conciliare per essere discussi e approvati. Infatti, per alcuni dei temi sopra elencati, furono elaborati schemi diversi da più Commissioni, al punto che la Commissione Centrale ne ricevette e ne esaminò ben 71: di essi ne furono poi presentati in Concilio complessivamente 22.

#5 – I vota dei vescovi (versione più lunga)

Ecco un accenno ad alcuni vota, distinti per temi, sotto la voce Doctrinae capita (la Dottrina della Chiesa):

De theologica speculatione: Spogliare la Rivelazione della sua veste aristotelica e platonica e adottare un linguaggio più biblico; dare maggiore libertà ai teologi nell’indagare la verità. De fide catholica: chiarire i rapporti tra fede, ragione, progresso scientifico. De Sacra Scriptura: ogni nazione abbia una versione della Bibbia nella propria lingua; diffondere edizioni integrali della Bibbia per eliminare l’ignoranza della Scrittura tra i cattolici. De catholica Traditione: per favorire l’unione con i fratelli separati, si riveda il concetto di Tradizione e si dica che fonte primaria della Rivelazione è la Scrittura. De Ecclesia: si riaffermino il primato e l’infallibilità papali anche con espressioni della Scrittura e dei Padri: così il Papa non apparirà come altro dalla Chiesa, ma come membro gerarchico dell’unica Chiesa, in unione con gli altri membri; non si diano nuove definizioni dogmatiche che risultino pericolose all’unione con i fratelli separati, e non si usi più la formula dell’anatema; si chiarisca il ruolo e la dignità dei laici nella Chiesa. De Ecclesia et Statu: si tratti il tema della libertà di coscienza, la libertà religiosa, la tolleranza dei culti, lo Stato aconfessionale, la dottrina del bene comune; si diano indicazioni sulla collaborazione politica dei cattolici con altri partiti politici. De sociali doctrina Ecclesiae: alla Chiesa nulla di umano è estraneo, essa vuole liberare gli uomini da ogni ingiustizia, sostiene la dignità di ogni persona e l’uguaglianza dei diritti di tutti; il diritto alla vita è primario, quello alla proprietà è secondario e deve svolgere una funzione sociale. De theologia morali: respingere la teoria delle due norme morali, una per la vita privata, l’altra per quella pubblica: vi sono uomini cattolici che negli affari e in politica mancano di una vera coscienza.

De erroribus damnandis: ateismo, agnosticismo, immanentismo, positivismo, materialismo, laicismo, liberalismo, capitalismo, comunismo, marxismo, socialismo, nazionalismo, totalitarismo, ecc.

#4- Il lungo e impegnativo periodo di preparazione del Concilio Vaticano II.

Dall’annuncio del Concilio del 25 gennaio 1959 al suo effettivo inizio, l’11 ottobre 1962, è trascorso un periodo di quasi quattro anni, che si suole distinguere in due fasi: antepreparatoria (maggio 1959-maggio 1960), preparatoria (giugno 1960-settembre 1962).

Oggi, perciò, e nei prossimi interventi, ci soffermeremo su alcuni momenti significativi di queste due fasi, che possono aiutarci a capire l’importanza di un lavoro organizzativo così ampio e complesso e le difficoltà che inevitabilmente si sono dovute affrontare.

Il 15 maggio 1959 viene nominata la Commissione antepreparatoria, presieduta dal Cardinal Tardini, Segretario di Stato, e costituita da dieci membri, e ne vengono definiti i compiti: consultare i futuri Padri conciliari, le Congregazioni romane, le Università ecclesiastiche e cattoliche di tutto il mondo, sui temi più urgenti da trattare nel Concilio.

Il 18 giugno 1959 viene inviata una lettera ai destinatari sopra elencati perché facciano pervenire, in latino, i loro vota (proposte) omni cum libertate et sinceritate, entro il 1 settembre 1959; Tardini precisa: “Il Concilio sarà, più che dogmatico, pratico; più che ideologico, pastorale”.

Il 21 marzo 1960 viene spedita una lettera per sollecitare i vescovi, che ancora non l’avessero fatto, a mandare i loro vota.

Esito della consultazione: pervenute 2150 risposte su 2812 soggetti interpellati, tra Vescovi, Superiori di Ordini religiosi, Istituti di studi superiori.

Questo vasto materiale ha richiesto un lungo lavoro di schedatura per suddividere e raccogliere, per temi, le proposte pervenute alla Santa Sede, in base a cui capire quali fossero gli argomenti da trattare  e successivamente elaborare gli schemi da presentare e discutere in Concilio.

La fase antepreparatoria si conclude  il 30 maggio 1960 con un discorso in cui Giovanni XXIII traccia un bilancio senz’altro positivo del lavoro svolto dalla Commissione a tale scopo costituita un anno prima.

La prossima volta si offrirà un brevissimo saggio degli innumerevoli vota pervenuti in Vaticano e conservati in ben 14 volumi degli Atti.

#3- L’annuncio del Concilio Vaticano II (25 gennaio 1959) e l’Enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959)

Da alcune testimonianze sappiamo che l’idea di un nuovo Concilio venne al successore di Pio XII, Giovanni XXIII, eletto Papa il 28 ottobre 1958, in modo spontaneo e pressoché improvviso: perciò esso non fu affatto una ripresa del Concilio progettato da Pio XII. L’annuncio venne dato da Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, ricorrenza della Conversione di S. Paolo, ai diciassette cardinali riuniti nella basilica di S. Paolo fuori le mura. Nel discorso tenuto, come Vescovo di Roma sottolineò il grande sviluppo avuto dalla città negli ultimi decenni e i problemi connessi alla situazione e all’assistenza spirituale della popolazione; come Pastore della Chiesa universale accennò ai pericoli, per la vita spirituale dei fedeli, derivanti dall’eccessiva attrattiva esercitata dai beni materiali e accresciuta dal progresso della tecnica. Per far fronte a ciò, il Papa annuncia quindi tre avvenimenti importanti: la celebrazione di un Sinodo diocesano per Roma, di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale e l’aggiornamento del Codice di Diritto Canonico. Per quanto riguarda il Concilio Ecumenico, esso vuole essere “un invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra”.

Sulle tre iniziative annunciate il Papa ritorna con l’Enciclica Ad Petri Cathedram del 29 giugno 1959, auspicando che esse “possano felicemente condurre a una maggiore e più profonda conoscenza della verità, ad un salutare incremento del costume cristiano e alla restaurazione dell’unità, della concordia, della pace”. L’unità è una caratteristica ben visibile della Chiesa Cattolica che, sotto la guida di Pietro, l’ha ricevuta da Cristo stesso: è un’unità di fede, di regime, di culto. Unità di fede perché vi è una sola verità, tuttavia vi sono punti sui quali “la Chiesa cattolica lascia libertà di disputa ai teologi, in quanto si tratta di cose non del tutto certe e tali dispute non rompono l’unità della Chiesa”. Unità di regime poiché i fedeli sono soggetti ai sacerdoti, questi ai vescovi, e i vescovi al Papa successore di Pietro posto da Cristo a fondamento della Chiesa. Unità di culto perché nella Chiesa si celebra un solo sacrificio, quello eucaristico, pur con riti diversi.

Segue infine un appello ai cristiani separati: “Considerate che il nostro amoroso invito all’unità della Chiesa non vi chiama in casa forestiera, ma nella propria e comune casa paterna…Noi perciò a tutela dell’unità della Chiesa esortiamo a pregare con perseveranza anche tutti i nostri fratelli e figli in Cristo…a tutti i nostri fratelli e figli separati da questa Cattedra di Pietro ripetiamo le parole: “Io sono Giuseppe vostro fratello” (Gen 45,4)…da questa sospirata unità e concordia sgorgherà una grande pace, quella pace che Cristo ha donato con queste parole: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do non come la dà il mondo” (Gv 14,27).

#2 – Progetti di Concilio prima del Vaticano II

La presa di Roma del 20 settembre 1870 aveva determinato la brusca interruzione, divenuta poi definitiva, del Concilio Vaticano I che, di fatto, formalmente non fu mai chiuso. Questo spiega come mai più tardi Pio XI (1922-1939) abbia considerato la possibilità di una ripresa di quel Concilio, anche se poi tale progetto non ebbe una sua effettiva realizzazione.

Anche il suo successore papa Pio XII (1939-1958) pensò alla possibilità di un nuovo Concilio e ne avviò l’effettiva preparazione costituendo una Commissione Centrale preparatoria. La prima fase ebbe inizio nel 1948, con la stesura di un elenco di argomenti da trattare nel futuro Concilio; nella seconda fase nel 1949, in una lettera inviata ai vescovi, si insistette sulla necessità di condannare gli errori del tempo moderno, ai quali il Concilio avrebbe dovuto porre rimedio. Questo il contenuto dottrinale che il Concilio avrebbe dovuto sviluppare: 1- Dio e il suo supremo dominio, fonte di ogni ordine; 2 – Natura e fine dell’uomo; 3 – Natura e compito della Chiesa.

In una terza fase (1949-1951) si cominciò a guardare all’effettivo svolgimento del Concilio; nella Commissione Centrale vennero però delineandosi due diverse posizioni: quella di coloro che ritenevano che il Concilio potesse svolgersi nel 1951, durare poche settimane, dimostrare l’unità dei Padri approvando in breve gli schemi presentati dalla Commissione Centrale, riaffermare le principali verità della Chiesa Cattolica e condannare gli errori della modernità; e la posizione di coloro che, invece, ritenevano necessario un lungo periodo di preparazione, fissando l’inizio del Concilio senza porre limiti alla sua durata e prevedendo uno svolgimento in più sessioni, lasciando ai Padri conciliari la piena libertà di discussione.

Di fronte a queste opinioni contrastanti e ai problemi organizzativi che un Concilio di tali dimensioni poneva, Pio XII preferì abbandonare tale progetto, di cui non si fece più parola.

#1 – Una preziosa testimonianza

La bibliografia sul Concilio Vaticano II ha ormai raggiunto dimensioni vastissime e ciò denota l’importanza che tale evento ha avuto non solo per la Chiesa Cattolica, ma anche per le altre Chiese cristiane e per la società civile sia italiana che mondiale.

Numerose sono state le interpretazioni date, in particolare, ad alcuni tra i testi finali prodotti dall’assise conciliare, che tuttora non mancano, in prossimità, ormai, del sessantesimo anniversario dal suo inizio, di suscitare continuo interesse e nuove discussioni: spesso per constatare, dopo tanti anni, la scarsa applicazione, se non addirittura l’oblio, in cui sono cadute alcune indicazioni conciliari, che lo stesso Papa Francesco ha più volte richiamato all’attenzione della Chiesa.

A maggior ragione risultano di grande importanza, per conoscere e mantenere viva e attuale l’eredità lasciataci da un evento così decisivo, le due opere citate la scorsa volta, da cui si possono attingere moltissime informazioni: gli Atti del Concilio e i cinque volumi curati da G. Caprile, un gesuita che, su richiesta dello stesso Giovanni XXIII, compilò e raccolse i notiziari  relativi a ciò che avvenne durante la fase preparatoria e il successivo svolgimento del Concilio (1959-1965), a cui egli potè assistere personalmente.

Per quanto riguarda i 66 volumi degli Atti, il loro valore straordinario consiste certamente nel fatto che essi contengono e ci offrono tutto ciò che venne proposto, discusso, approvato dai Padri conciliari, a partire da quando Papa Roncalli annunciò, il 25 gennaio 1959, la sua decisione di convocare il Concilio, fino alla sua conclusione, l’8 dicembre 1965. Materiale, quello raccolto negli Atti, amplissimo e più volte citato da Caprile stesso, che rappresenterà un punto di riferimento costante in questo nostro percorso quindicinale sul Vaticano II.

#3- L’annuncio del Concilio Vaticano II (25 gennaio 1959) e l’Enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) Da alcune testimonianze sappiamo che l’idea di un nuovo Concilio venne al successore di Pio XII, Giovanni XXIII, eletto Papa il 28 ottobre 1958, in modo spontaneo e pressoché improvviso: perciò esso non fu affatto una ripresa del Concilio progettato da Pio XII. L’annuncio venne dato da Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, ricorrenza della Conversione di S. Paolo, ai diciassette cardinali riuniti nella basilica di S. Paolo fuori le mura. Nel discorso tenuto, come Vescovo di Roma sottolineò il grande sviluppo avuto dalla città negli ultimi decenni e i problemi connessi alla situazione e all’assistenza spirituale della popolazione; come Pastore della Chiesa universale accennò ai pericoli, per la vita spirituale dei fedeli, derivanti dall’eccessiva attrattiva esercitata dai beni materiali e accresciuta dal progresso della tecnica. Per far fronte a ciò, il Papa annuncia quindi tre avvenimenti importanti: la celebrazione di un Sinodo diocesano per Roma, di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale e l’aggiornamento del Codice di Diritto Canonico. Per quanto riguarda il Concilio Ecumenico, esso vuole essere “un invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra”. Sulle tre iniziative annunciate il Papa ritorna con l’Enciclica Ad Petri Cathedram del 29 giugno 1959, auspicando che esse “possano felicemente condurre a una maggiore e più profonda conoscenza della verità, ad un salutare incremento del costume cristiano e alla restaurazione dell’unità, della concordia, della pace”. L’unità è una caratteristica ben visibile della Chiesa Cattolica che, sotto la guida di Pietro, l’ha ricevuta da Cristo stesso: è un’unità di fede, di regime, di culto. Unità di fede perché vi è una sola verità, tuttavia vi sono punti sui quali “la Chiesa cattolica lascia libertà di disputa ai teologi, in quanto si tratta di cose non del tutto certe e tali dispute non rompono l’unità della Chiesa”. Unità di regime poiché i fedeli sono soggetti ai sacerdoti, questi ai vescovi, e i vescovi al Papa successore di Pietro posto da Cristo a fondamento della Chiesa. Unità di culto perché nella Chiesa si celebra un solo sacrificio, quello eucaristico, pur con riti diversi. Segue infine un appello ai cristiani separati: “Considerate che il nostro amoroso invito all’unità della Chiesa non vi chiama in casa forestiera, ma nella propria e comune casa paterna…Noi perciò a tutela dell’unità della Chiesa esortiamo a pregare con perseveranza anche tutti i nostri fratelli e figli in Cristo…a tutti i nostri fratelli e figli separati da questa Cattedra di Pietro ripetiamo le parole: “Io sono Giuseppe vostro fratello” (Gen 45,4)…da questa sospirata unità e concordia sgorgherà una grande pace, quella pace che Cristo ha donato con queste parole: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do non come la dà il mondo” (Gv 14,27).

Spigolature tra le fonti del Concilio. Notizie, curiosità e aneddoti dalle voci dei protagonisti.

Da oggi, mercoledì 29 settembre 2021, con cadenza quindicinale, sul nostro sito (www.bibliotecadiocesanabg.it), inizia la pubblicazione di una rubrica dedicata al Concilio Vaticano II a cura di Giorgio Gervasoni, dal titolo Spigolature tra le fonti del Concilio.

In Biblioteca si conservano due opere fondamentali dedicate a tale evento:

– gli Atti del Concilio, suddivisi in Acta et documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando e Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II, in 66 volumi editi dalla Libreria Editrice Vaticana;

– Il Concilio Vaticano II : cronache del Concilio Vaticano II, edite da La Civiltà Cattolica, in 5 volumi curati da G. Caprile.

Con questa rubrica vogliamo sondare la straordinaria ricchezza di informazioni contenute in queste pubblicazioni, soffermandoci, oltre che su alcuni momenti particolarmente importanti e su alcuni protagonisti di primo piano del Concilio, anche su certi aspetti, notizie ed aneddoti che potrebbero essere d’aiuto ad entrare nel clima e nello spirito di un evento così significativo per l’intera Chiesa.

Si tratterà di interventi, per ragioni di spazio, sintetici, senza alcuna pretesa di essere esaurienti, ma con l’intento di suscitare in chi legge qualche stimolo e interesse a proseguire nell’approfondimento personale.