Il saggio di Enrico Garlaschelli e Barbara Rossi pone, in prospettiva storica, alcuni interrogativi sul valore della pedagogia contemporanea e sul compito educativo in un’epoca caratterizzata dalla tecnicizzazione dei saperi e dalla delegittimazione di qualsiasi orizzonte trascendente in cui, tuttavia, il soggetto e la sua educazione risultano quanto mai al centro dell’attenzione collettiva.  

L’esperienza pratica degli autori, docenti di pedagogia e didattica, rende questo libro un utile strumento per riflettere sul ruolo educativo di insegnanti e formatori, chiamati sempre più a rispondere alle complesse sfide dell’“emergenza pedagogica” della postmodernità.

Nella prima parte del saggio si sottolinea il carattere storico della pedagogia, un aspetto che ne definisce di volta in volta gli obiettivi educativi all’interno di esperienze pratiche e che di fatto rende inefficace l’applicazione meccanica e neutrale delle metodologie didattiche in un’ottica puramente funzionalista. Al contrario, sostengono gli autori, l’educazione, al pari della medicina, non può considerarsi solo come un insieme di procedure tecniche e di nozioni da impartire, ma deve essere intesa come un evento educativo trasformativo e relazionale.

Nella seconda parte del saggio, gli autori approfondiscono proprio il tema dell’azione educativa e pedagogica di una didattica che ormai supera il concetto di trasmissione di contenuti, per diventare possibilità dell’incontro, in vista di un apprendimento attivo, situato e significativo. A livello pratico, la progettazione didattica e l’esperienza di apprendimento in classe, di cui gli autori forniscono alcuni esempi concreti, dovrebbe essere declinata in base a specifici compiti in situazione, tenendo ben presente gli elementi di contesto, le metodologie più adeguate e gli obiettivi finali, all’interno di una progettualità esistenziale che valorizzi responsabilità e creatività.

L’invito è dunque quello di porre la relazione educativa al centro della form-azione degli alunni, intesa come trasformazione dinamica all’interno di un orizzonte di senso, senza il quale non avrebbe significato parlare di formazione specificatamente umana.

Chiara Maino

In questo libro Mauritius Wilde, teologo e monaco benedettino, invita a riscoprire la virtù cristiana della sobrietà. Egli prende in esame le diverse sfaccettature di questo concetto antico eppure così attuale e mostra quale significato spirituale e pratico possa avere anche per noi oggi, al di là dei luoghi comuni per i quali questo concetto può suonare poco attraente e ormai sorpassato.

Di fronte alle difficoltà che ingombrano la vita di ciascuno, sono due le tentazioni fondamentali: volgere semplicemente lo sguardo altrove, distrarsi, ‘ubriacarsi’ e ‘stordirsi’, oppure farsi assorbire totalmente dalle preoccupazioni. La sobrietà può essere quell’habitus che aiuta a illuminare lo sguardo e a reagire in maniera adeguata.

Wilde sottolinea come tutta la nostra vita, dai bisogni fisici alla rete delle relazioni e degli affetti, si gioca sul mantenere un giusto equilibrio; quando, per un qualsiasi motivo, non ci riusciamo scatta il fenomeno della compensazione: si inizia col nascondere qualche aspetto o problema agli altri e a se stessi compensandolo con un eccesso (il cibo, l’alcol, il sesso, il gioco, i social, le novità) che presto crea dipendenza.

La sobrietà può essere quindi la risposta a certi stili di vita diffusi che indicano in questi eccessi l’unica fonte della felicità.

Per l’autore essere sobri non equivale ad essere controllati e distaccati; significa invece essere-presso-di-sé, essere coscienti di ciò che ci nutre e ci serve davvero, assumendone solamente tanto quanto ne abbiamo davvero bisogno. I mezzi per esercitarsi in questa virtù, mai posseduta una volta per tutte, sono il ritagliarsi momenti di silenzio, il fare ordine, il coltivare un atteggiamento di fiducia e lo stabilire delle misure (non solo nel mangiare e nel bere, ma anche nel lavoro, nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione), che aiutano a evitare di consumare ciò che può essere di peso al corpo, alla mente e allo spirito.

In ambito spirituale, la sobrietà svolge un ruolo importante da millenni come mostra l’autore citando numerosi passi della Bibbia, della Regola di San Benedetto e degli scritti di altri Padri: è una condizione nella quale si riesce a rimanere collegati alla realtà di ciò che si è e di ciò che si ha, a riconoscere ciò che è autentico, senza essere distratti e sopraffatti dalle proprie o dalle altrui preoccupazioni, passioni e pensieri, attraverso la quale si può raggiungere una condizione esistenziale piena di slancio e di gusto.

Silvia Piazzalunga

 

In questo saggio Massimo Recalcati, noto psicoanalista lacaniano e scrittore, commenta il libro biblico di Giobbe circa il tema della sofferenza umana, il suo senso e la sua inesorabilità; o meglio, affronta lo scandalo del dolore innocente e, di conseguenza, solleva lo scandalo di una possibile responsabilità di Dio nella presenza del male nel mondo.

Giobbe, uomo giusto e timorato di Dio, conduce una vita piena, realizzata e ricca, materialmente e spiritualmente. Da qui la domanda disincantata di Satana a Dio: non è fin troppo facile, quasi scontato, per Giobbe essere un uomo di fede, visto che la vita è con lui così generosa e benedetta?  La scommessa che Satana ingaggia con Dio conseguente a questa subdola domanda prevede una prova estrema per Giobbe: la perdita di tutti i beni, degli affetti e della salute, relegandolo così ad una vita umiliata, decaduta, di scarto.

Quello che più prostra Giobbe però, non è solo né tanto la perdita dei beni, degli affetti e della salute, bensì l’oscurarsi del volto di Dio da padre benevolo a persecutore accanito e sadico, dal quale si sente non solo perseguitato ma anche abbandonato.

Giobbe, pur arrivando a maledire la vita dal suo nascere, inizia quindi, senza smettere mai, a chiamare Dio, non per chiedere la guarigione e la restituzione dei beni e degli affetti perduti, ma per avere risposta alla sua domanda: perché il male innocente? Com’è compatibile l’immagine di Dio con l’esistenza del male radicale? In gioco quindi, come sottolinea Recalcati, non è tanto la tenuta della fede nel momento della prova, né subito il senso della sofferenza umana sorda, eccessiva e priva di senso, ma la responsabilità di Dio nei confronti del dolore innocente. Un’interrogazione profonda questa, iscritta nello stesso significato etimologico del suo nome: dov’è il padre? Giobbe rifiuta la consolazione dei suoi amici, che osservano il suo dramma a distanza e vorrebbero ricondurre lo scandalo del male al regime del senso applicando il postulato della teologia della retribuzione, confutato però sistematicamente dalla realtà della vita umana. La storia di Giobbe incarna infatti un eccesso del male che nessuna teodicea è in grado di assorbire.

Dio sembra sottrarsi, tace, è assente. Giobbe allora insiste e la sua domanda è talmente disperata e ostinata da assumere la forma acuta del grido rivolto a Dio, capace di esprimere non solo il suo profondo dolore, ma l’invocazione della parola dell’Altro, radicalizzando quindi la domanda di sapere in una domanda di presenza. Il dolore infatti non può essere riassorbito nell’ordine del senso, perché nessuna parola, nessuna teo-logia, è in grado di spiegarne l’eccesso. Il dolore inchioda l’uomo ai propri limiti che sono innanzitutto i limiti del suo stesso sapere.

Alla fine Dio si presenta a Giobbe e l’offerta della sua presenza, che già da sé confuta le tesi degli amici, è di gran lunga più significativa del contenuto delle sue parole. Recalcati sottolinea come la fede che Giobbe ha continuato ad avere in Dio sia quell’unico resto salvifico che rimane, quale esperienza dell’assoluto disarmo e di consegna di sé stessi al mistero dell’Altro.

La potenza di Dio non è la potenza del male, ma quella ontologica della creazione e questa totale sproporzione tra l’uomo e Dio giustifica l’impossibilità dell’uomo di significare le contraddizioni che attraversano il creato.

Non c’è ragione che possa giustificare lo scandalo del dolore che ha investito la sua vita e, tuttavia, la fede in Dio e nella creazione come atto di donazione consentono a Giobbe di non restare prigioniero della propria disperazione e a non rinunciare alla vita a causa del male.

Silvia Piazzalunga

Gli Inferni, raccontati nel saggio della storica dell’arte Giovanna Brambilla, mostrano come le immagini e l’arte in generale siano state capaci di accompagnare l’umanità nello sforzo di dar voce al tema della morte, del dolore e del giudizio, ma anche del riscatto e del perdono.

Un libro agevole e curioso che, tuttavia, non sacrifica la profondità dei contenuti, capaci anzi di far rivivere con intensità un immaginario collettivo riconducibile alla cultura biblica neotestamentaria, ma associato più facilmente all’allegorico viaggio dantesco negli inferi.

Proprio nel Medioevo, l’esperienza tangibile della morte e della malattia veniva proiettava come monito sugli affreschi delle chiese, ricordando ai fedeli l’esistenza di un giudizio divino, come quello dipinto nel 1306 da Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

Un altro Giudizio finale è quello che Michelangelo dipinse nella Cappella Sistina, circa due secoli dopo, con scene in grado di riflettere la temperie spirituale dell’epoca, caratterizzata dalle lotte tra cattolici e protestanti e dalla devastazione del sacco di Roma del 1527: un inferno in terra.

Gli incubi infernali non si placarono nemmeno nel secolo dei Lumi, quando il pittore spagnolo Francisco Goya, nell’acquaforte Il sogno della ragione genera i mostri e nella tavola Grande impresa! Con i morti!, ricordava che non c’è ragione senza bestialità.

Con l’Urlo e la Sera sul viale Karl Johan di Munch, l’angoscia e la solitudine esistenziale divennero l’orizzonte dell’uomo nel XX secolo e su questa scia, Anton Zoran Mušič, dopo la liberazione da Dachau, cercò di disegnare il tragico inferno senza giustificazioni della Shoah.

Allo stesso modo, l’arte contemporanea continua oggi a raccontare gli incubi e gli inferni del mondo postmoderno: l’insicurezza esistenziale di un’umanità alla deriva, il vincolo sfiancante del lavoro precario e la fragilità sociale.

Eppure, come rivela l’eloquente fotografia al volto, metà in ombra e metà in luce, di Rosaria Schifani, scattata dalla fotografa palermitana Rosaria Costa, l’inferno può anche trovare riscatto e generare perdono, poiché “non c’è speranza senza disperazione, coraggio senza rinuncia, memoria senza fatica”.

Chiara Maino

 

Questo saggio vuole dare al lettore un assaggio dell’eco prodotto nell’arte dal racconto dell’Annunciazione, una sorta di ‘portico d’ingresso’ alla vita di Gesù, alla sua umanità, un ingresso narrativo alla cristologia e alla storia della salvezza per l’uomo.

È questo il motivo per cui l’apparentemente semplice incontro tra l’arcangelo Gabriele e Maria è raffigurato, specialmente nelle chiese bizantine, nell’arco trionfale che precede l’abside, sulle porte dell’iconoclasti, sulle ante dei tabernacoli o come immagine centrale degli altari, luoghi in cui si celebra liturgicamente il mistero della Redenzione.

Un patrimonio di arte e di bellezza, dunque, accumulato dalle origini dell’arte cristiana ai giorni nostri e sviluppatosi in Oriente come in Occidente, in opere monumentali visibili a tutti come sulle icone e nelle miniature dei libri per la devozione privata.

Per far scoprire e apprezzare questo tesoro di immagini, i due autori, François Boespflug (teologo, storico dell’arte e storico delle religioni) ed Emanuela Fogliadini (teologa ed esperta di arte bizantina-ortodossa) hanno ‘allestito’ una galleria di 32 raffigurazioni, scegliendo, tra tante, le opere che hanno ritenuto più rappresentative e più capaci di suscitare attenzione e contemplazione. Ciascuna di esse è riprodotta a piena pagina e dettagliatamente descritta, attraverso un’analisi che riscostruisce l’ambiente in cui è stata prodotta, i committenti e destinatari e che fornisce dettagli ed elementi utili ad una loro interpretazione, attingendo alla teologia, alla storia della liturgia e della spiritualità e alla storia comparata delle religioni.

Partendo dal mosaico dell’arco trionfale della Basilica romana di S. Maria Maggiore (430-440), i due autori procedono nei secoli, seguendo un ordine cronologico, fino al 2020 con una tempera e olio su legno dell’artista bulgara Julia Stankova che si è aggiudicata anche la copertina del volume. Come tutte le selezioni, che comportano sempre esclusioni e opzioni soggettive, la scelta di questa sequenza è stata guidata: da un’attenzione speciale riservata all’Oriente cristiano; da uno sguardo panoramico, così da raggiungere anche il Giappone con una curiosa carta su tessuto del Museo «Shima no Yakata» di Nagasaki, oppure la Bolivia, la Cina, il Benin; da un’attenzione anche al dialogo interreligioso con la scelta di una miniatura di un manoscritto arabo del XIV secolo, valorizzando le opere che si sono distinte per cura nell’esecuzione, originalità e persino audacia.

Le rappresentazioni prese in esame, soprattutto quelle molto recenti, hanno il merito di suggerire al lettore come la lunga storia della traduzione e della trasmissione e inculturazione del messaggio evangelico, anche in immagini, ben lungi dall’essere compiuta, continui invece nel tempo.

Silvia Piazzalunga

La scelta, già nel titolo, di parlare di migrazioni, collocando il contesto italiano in quello mondiale più ampio, rivela intuitivamente la prospettiva cosmopolita che sta alla base del saggio di Franco Valenti. Secondo l’autore, infatti, i processi migratori contemporanei dovrebbero essere analizzati in modo olistico, considerando i rapporti di forza tra gli stati, le crisi umanitarie globali e la contrazione delle frontiere causata dalla globalizzazione, ma anche ricordando quella storia di migrazioni che ci ha riguardato più da vicino e auspicando una “cittadinanza cosmopolita di prossimità” che aprirebbe a scenari futuri dove i migranti siano considerati risorse piuttosto che minacce. 

Il contributo di Valenti, consulente internazionale in materia di politiche per l’immigrazione, offre quindi un importante spunto di riflessione, supportato anche da dati statistici, per meglio comprendere lo scacchiere globale contemporaneo e la complessità dei fenomeni migratori. 

In primo luogo, l’autore ci ricorda che l’Italia, così come gli altri paesi europei, è stato, ed è ancora, un paese di emigrazione oltre che di immigrazione, avvantaggiato però da una politica dei visti che consente ai propri cittadini un’ampia libertà di movimento, rispetto ad altri Stati, come quelli africani e asiatici che, paradossalmente, sono caratterizzati da un capitale umano più elevato e da una significativa crescita del PIL. In secondo luogo, l’immagine, spesso amplificata dai media e dalla politica, dello straniero quale usurpatore di lavoro e ricchezze, nonché importatore di religioni e culture avverse, non sarebbe convalidata dai numeri e dalle percentuali che rivelano, piuttosto, un inesorabile declino demografico nel vecchio continente e una crisi dei sistemi di welfare difficile da contenere. 

Secondo Valenti, si renderebbe dunque necessaria una collaborazione proficua tra gli Stati in un’ottica di investimento sul futuro ma anche di ripensamento degli attuali paradigmi di gestione dei flussi migratori, in modo da riuscire a superare l’attuale rimedio emergenziale rivelatosi inefficace.

Chiara Maino

A porte chiuse. La presenza del Risorto al tempo del Coronavirus a cura di Luca Castiglioni, sacerdote ambrosiano, è un libro scritto a più mani dai docenti del Seminario Arcivescovile della Diocesi di Milano, i contributi dei quali sono frutto dell’ascolto della Parola di Dio, della riflessione teologica in dialogo con le altre scienze umane, e dell’ascolto e confronto con le molte persone incontrate, virtualmente, ‘a tu per tu’ o in gruppo, durante i mesi di lockdown, in piena emergenza pandemica.

Il libro è diviso in tre parti. Nella prima si riflette sul senso e le modalità del celebrare, che in assenza della convocazione fisica dell’assemblea credente, ha cercato nuove forme di ‘partecipazione’ (rispolverando ad esempio il votum sacramenti, ossia il desiderio di ricevere un sacramento, efficace non a prescindere dal gesto rituale, ma proprio perché rivolto ad esso); nuovi tempi e luoghi di preghiera (più domestici e personali) e nuove parole scaturite dai vissuti di silenzio, di paura, di speranza. Mettendo in guardia da rischiose derive individualistiche nel vissuto di fede e spronando invece a mantenere la fondamentale e imprescindibile dimensione comunitaria, pur se in streaming.

Nella seconda parte si raccolgono alcune riflessioni scaturite da uno scambio con le scienze umane: sulle diverse forme di isolamento e di sofferenza psicofisica che la pandemia ha provocato; sul tema del lutto e del suo (mancato) accompagnamento, che quindi necessita ora dello spazio di un ascolto profondo e accogliente per farsi racconto e ricordo; sulla pedagogia della distanza, il cui rispetto permette una vera prossimità e vicinanza; sul cambiamento repentino di abitudini di lavoro, di consumo, di mobilità e di interazione, senza contatti, con le mascherine sui volti.

Nella terza parte troviamo infine dei racconti costruiti sulle numerose risonanze emerse e raccolte negli scambi – orali e scritti – con le molte persone ‘incontrate’ e ascoltate in questo tempo di prova globale.

Una raccolta di scritti quindi che dispone ad una riflessione sul presente, nella certezza che di Lui, Crocifisso Risorto e Signore della storia, che ha rivelato pienamente e definitivamente il volto affidabile e misericordioso del Padre, si è potuto toccare la reale presenza, anche a porte chiuse.

Silvia Piazzalunga

Il saggio curato da Sabina Baral, responsabile della segreteria del moderatore della Tavola valdese, e Alberto Corsani, direttore del settimanale “Riforma”, consegna al lettore uno sguardo dialogico sulla testimonianza della fede oggi e sull’essere credenti in un mondo attraversato da precarietà e fratture sempre più evidenti. Ciò che emerge come filo conduttore tra i diversi contributi raccolti è proprio il tema della fragilità e della mancanza da cui, tuttavia, può sempre nascere qualcosa di fecondo.

Da prospettive e discipline diverse, quindi, i vari interlocutori si interrogano sul modo in cui la teologia e le chiese cristiane si confrontano con i drammi del presente, la fine delle “grandi narrazioni” e le nuove richieste di senso.

Secondo lo psicoanalista Massimo Recalcati sarebbe l’esperienza vissuta dalle singole persone a offrire le migliori forme di testimonianza; il teologo cattolico Bruno Forte mette in luce il legame tra l’atto di credere e la scelta di affidarsi a Dio; la saggista e storica Bruna Peyrot sottolinea la necessità di valorizzare l’individuo senza cadere nel soggettivismo; Stefano Levi Della Torre ci ricorda che “la verità non è tanto un oggetto da conoscere quanto una relazione da costruire”; lo scrittore Eraldo Affinati si sofferma sul potere delle parole in quanto elemento di comunione tra le persone; la poetessa Vivian Lamarque mostra come la poesia, accostandosi al mistero delle cose, possa esprimere al meglio le ragioni del nostro vivere e del nostro dolore; Michel Kocher, teologo e giornalista svizzero, affronta il tema della sfida comunicativa delle chiese alla luce dei cambiamenti che stiamo vivendo; la pastora valdese Elisabetta Ribet si interroga sul senso della teologia oggi e, infine, il pastore Gianni Genre fa riflettere il lettore sull’ineluttabilità della fede a partire dalla sua esperienza personale.

Un saggio ricco di suggestioni, insomma, in cui le fratture dell’esistenza e della fede sono accolte e condivise perché luoghi nei quali, scrive Genre, “si è sperimentato l’amore di Dio che pure ci ha stremati”.

Chiara Maino

Emanuele Iula, gesuita romano, specializzato in etica e filosofia politica e docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affronta in questo saggio il tema delle periferie, urbane ed esistenziali, che mantengono la loro perenne attualità nei fatti di cronaca, nella gestione politica e che recentemente sono oggetto di una specifica attenzione pastorale nel magistero di papa Francesco.

Nella sua riflessione l’autore si lascia orientare da alcune domane che rimangono un continuo sottofondo: che cos’è una periferia? Come nasce? Come funziona? E come fare per rigenerare chi vive quotidianamente in quei luoghi di esclusione?

Nel primo capitolo serrato è il confronto, soprattutto sul piano epistemologico e filosofico, con Michel Foucault e Jacques Derrida: oltre che luogo fisico, o meglio non-luogo perché terra di mezzo tra il centro città e l’aperta campagna, la periferia è una modalità di esistenza trasversale nel tempo e nello spazio, ben espressa dalla categoria foucaultiana di eterotopia. La forza di questa categoria è il suo carattere di discontinuità e di opposizione (che può essere reversibile o no) rispetto ai luoghi e stili e canoni di vita che si è soliti frequentare (l’ospedale, la prigione, il manicomio, il ricovero, il cimitero) e che nel corso di vita di ciascuno può diventare un’eterocronia, cioè un tempo di passaggio (la professione, la malattia, l’anzianità).

Periferie quindi non sono solo le zone dismesse della città o quartieri degradati lontani dal centro che detiene l’ordine e l’efficienza, ma sono tutti quei luoghi che segnano una separazione e una disparità sociale tra le persone.

In questo complesso scenario, il paziente sforzo dell’autore consiste nel ricostruire il profilo umano di chi abita le periferie (o eterotopie), segnato dall’esperienza dell’essere messi a distanza (l’essere stigmatizzati indipendentemente da qualsiasi merito o demerito personale) e privati di una relazione fondamentale paritaria che permetta di radicarsi e quindi costantemente precari (dove precaria è quella vita che “è sempre in qualche modo nelle mani altrui”). Iula disegna così l’ontologia sociale dell’essere periferico: sono gli Altri perché diversi, gli Stranieri e gli Esclusi, tutti alla fine diminuiti dal punto di vista dei diritti e dei doveri.

In chiusura al saggio l’autore lancia la sfida che consiste nel trasformare questa separazione che vivono i periferici in radicamento: è la strada della rigenerazione sociale, della trasmissione paziente e intergenerazionale, il cui strumento di analisi è la teoria nota come “etica generativa”, capace di interrompere sterili automatismi e fuorvianti precomprensioni e di offrire un futuro, sia nel caso in cui questo sia costruito con le proprie mani, sia nel caso in cui questo sia ricevuto dalle mani di un altro.

Silvia Piazzalunga

Nel saggio I libri di Dio Giovanni Maria Vian, docente di Filologia patr

istica alla Sapienza di Roma, racconta «la storia della ricerca intorno a una parola che si ritiene ispirata da Dio», parola che diviene scrittura sacra, e che a sua volta dà vita a innumerevoli altre scritture, che la commentano e la diffondono, i libri di Dio appunto, protagonisti di questo racconto da allineare in una sorta di storia e di biblioteca ideale.

Il volume si articola in una serie di capitoli che indagano la genesi, la diffusione e l’articolazione di diversi testi cristiani, a partire dalla Bibbia, testo cardine di tutta la tradizione cristiana stessa. L’autore passa in rassegna diversi manoscritti e codici dell’antichità, indaga il rapporto tra il cristianesimo e le altre culture antiche, in particolare il giudaismo e l’ellenismo, dalle quali provengono e appartengono i primi autori cristiani: Clemente, capace di rendere la fede cristiana non ostile, ma di casa nell’ambiente culturale giudeo-ellenistico circostante; Origene, grande lettore e ricercatore curioso, autore intellettualmente libero e copioso, grande filologo dei testi biblici, e tutta la tradizione di Alessandria con la sua grande biblioteca (II-III secolo d.C); Eusebio di Cesarea, inventore della storia della chiesa con la sua fortunata opera Storia ecclesiastica (III-IV secolo d.C); Girolamo, grande letterato trilingue, simbolo del presunto dissidio tra cultura classica e fede cristiana, che inaugura la storia della letteratura cristiana con De viris inlustribus e scrive la Vulgata, la traduzione latina della Bibbia che attraverserà per secoli tutta la storia della cultura occidentale (IV-V secolo d.C), e infine Agostino, autore geniale e infaticabile di ‘opere fortunatissime’  (IV-V secolo d.C).

La seconda parte del volume si concentra, invece, sulla diffusione, lo studio e la ricerca della tradizione manoscritta nel Medioevo in uno scambio continuo tra Oriente e Occidente, che ha permesso di conservare parte del patrimonio culturale dell’antichità che altrimenti sarebbe andato perduto; per poi approdare all’epoca d’oro dell’Umanesimo e del Rinascimento, di cui l’autore racconta dei primi libri a stampa, gli incunaboli, e di censure, di magnati e di biblioteche.

Infine, il saggio si conclude con una sezione dedicata all’analisi dei testi cristiani nell’età moderna e contemporanea, dalla fine del XVIII secolo ai giorni nostri, periodo segnato dalle divisioni confessionali e dalla progressiva laicizzazione degli ambienti culturali, ma anche da ‘spettacolari ritrovamenti’ in posti impensati e dimenticati di testi classici, biblici e patristici che si credevano ormai perduti e da figure intellettuali di spicco, tra i quali fra molti il paleografo Angelo Mai e il francese Jacques-Paul Migne.

Un libro per lettori appassionati di lettere e per quelli che vogliono curiosare tra storia e filologia dei testi classici e cristiani.

Silvia Piazzalunga

Il libro nasce da un gruppo di ricerca che collabora da circa vent’anni con l’obiettivo di innovare le prospettive sul monachesimo a partire dalle diverse specializzazioni dei ricercatori e può essere considerato un punto di riferimento per la storiografia non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Il primo contributo è quello dello stesso Cantarella e di Enrico Veneziani: si focalizza sul monachesimo classico, in particolare sulla parabola di Cluny e le trasformazioni di Montecassino di fronte alle ingerenze romane e del regno normanno in via di consolidamento. A seguire, Umberto Longo e Nicolangelo D’Acunto affrontano le esperienze innovative dell’XI secolo, concentrando rispettivamente le loro analisi sulle figure di san Romualdo, san Pier Damiani e gli Avellaniti da un lato, e sulle congregazioni dei Camaldolesi e dei Vallombrosiani dall’altro. Guido Cariboni e Francesco Renzi analizzano la tortuosa formazione del primo ordine religioso della storia, quello cistercense, e il suo rapporto con i laici. Infine, Giorgio Milanesi propone una prospettiva inedita per la storia artistica e architettonica del monachesimo, scevra da ingannevoli standardizzazioni.

Un testo ricco e complesso, dunque, come l’esperienza monastica di quei secoli, e un’occasione per tutti gli appassionati e gli studiosi di monachesimo per riscoprire i vari “castelli della preghiera” del pieno medioevo.

Chiara Maino

Mi ricordo di una storia molto antica che ora vi racconto… In 528 pagine e 1500 illustrazioni si dispiegano i più famosi racconti tratti dell’Antico Testamento, dalla Genesi al Libro di Daniele; trentacinque storie raccontate dalla potenza di un linguaggio suggestivo e attuale dei testi di Frédéric Boyer, autorevole biblista francese, e dalla ricchezza delle illustrazioni, delle quali non va perso neppure un dettaglio, di Serge Bloch.

Storie immortali e senza tempo, storie in cui tutti possiamo riconoscerci, nelle quali i temi trattati sono quelli dell’uomo di oggi e di sempre: la libertà, la responsabilità e la giustizia; l’amore, la gelosia, il tradimento e la perdita; il cammino e la migrazione. La storia di un popolo tradotta in un unico grande quadro visivo e narrativo e collocata dentro la più grande e universale storia del mondo.

La prima storia scelta s’intitola La Creazione o le prime parole, tratta dai primi due capitoli della Genesi, e viene così presentata: Il giorno in cui Dio creò il cielo e la terra, le piante, gli animali… e te e me. Dove si comprese perché la felicità del mondo è poter dare un nome alle cose. E come venne sconfitta la solitudine. Perché, si legge: Noi non sapremo mai come tutto ha avuto inizio. Ma noi abbiamo la parola ed è con lei che tutto comincia. Allora e ad ogni nostro oggi, in ogni giorno che iniziamo a vivere, in ogni relazione che iniziamo a costruire.

Si parte quindi con la creazione e la bellezza di dare un nome alle cose, si seguono i primi passi di Adamo e di Eva e la fine del loro sogno nel paradiso terrestre. Poi vengono Caino e Abele e il racconto di come è stato difficile per gli uomini iniziare una vita insieme e di come la gelosia avvelena i rapporti; Noè e la sua fatica di mettere in salvo la vita del mondo e la scoperta della fragilità creata; Abramo con la sua misteriosa chiamata, la promessa di una terra, di un popolo, di un figlio già a lungo desiderato e che, arrivando, diventa sorriso.

Ci sono Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Rut, Samuele, Davide e Betsabea, Salomone, Giobbe e tanti altri, gente comune, profeti, guerrieri, re e regine della terra d’Israele e di terre lontane, protagonisti delle tante storie piene di passione che raccontano la nascita della vitale e insieme tormentata alleanza tra l’umanità e Dio.

Le Grandi storie della Bibbia si presentano in un volume prezioso nella veste e appassionante nella sostanza, capace di arrivare per parole e immagini al cuore anche del più giovane lettore di oggi. Quindi lettura consigliata dai 9 ai 99 anni!

Silvia Piazzalunga

Il libro scritto a quattro mani da padre Antonio Gentili, esperto di pratiche meditative legate al digiuno, e Marilena Bogazzi, presidente nazionale dell’Associazione Cattolici Vegetariani, invita il lettore a riflettere sulla valenza religiosa, rituale e sociale del cibo, ma anche sui nessi esistenti tra alimentazione e sessualità da un punto di vista spirituale e simbolico.

In particolare, il saggio si costruisce a partire da un intreccio tra riflessione sociologica sul tema del vegetarianesimo in ambito cristiano e analisi biblico-spirituale delle pratiche alimentari.

Nella prima parte, Gentili sottolinea la molteplicità degli aspetti che coinvolgono la riflessione intorno al cibo e il suo carattere olistico: esso configura la nostra identità, coinvolge la dimensione mentale, relazionale e affettiva, è frutto di educazione e disciplina, può avere un carattere terapeutico e implica un costante riferimento alla società e al cosmo. L’autore si sofferma poi sulla necessità di considerare l’atto del mangiare come esercizio spirituale quotidiano e come dono da assumere con gratitudine e in modo equilibrato. Diversi sono, nel testo, i richiami a pratiche meditative, come il Mindful Eating, e ad altre tradizioni religiose e filosofiche, così come numerosi sono gli approfondimenti relativi al tema nelle Scritture.

La stessa Bogazzi, nella seconda parte del saggio, indaga il rapporto tra l’uomo e la creazione analizzando passi biblici, testimonianze di santi e regole monastiche – senza tralasciare le grandi tradizioni sapienziali e spirituali non cristiane – per individuare i molti riferimenti al doveroso rispetto verso tutti gli esseri viventi, anche attraverso scelte alimentari consapevoli.

Del resto, secondo gli autori, anche per raggiungere un benessere personale integrale, si rende necessaria un’equilibrata gestione dei bisogni alimentari (e sessuali) e, senza dubbio, la loro analisi sembra avvalorare la celebre affermazione dell’antropologo Claude Lévi-Strauss secondo cui “il cibo è tanto buono da mangiare come da pensare”.

Chiara Maino

Anche se a volte può essere un gioco pericoloso o ingannevole, o può arrivare ad essere anche una vera e propria manipolazione, la possibilità di raccontare sé stessi e il mondo rimane una delle vie privilegiate per la conoscenza. Gaetano Piccolo, gesuita, docente di filosofia alla Pontificia Università Gregoriana, sviluppa in questo libro un percorso nel quale, intrecciando filosofia, letteratura e teologia, il narrare viene presentato non solo come strumento di cui l’uomo si serve, ma piuttosto come il luogo che egli costantemente abita per costruire la propria identità.

Da secoli, infatti, il racconto costruisce e custodisce l’identità di un popolo, di una cultura, di una religione, oltre ad essere il luogo per eccellenza della memoria personale e collettiva e strumento di formazione e di pensiero.

Dopo aver mostrato come il potere della narrazione può essere usato anche come mezzo di manipolazione e di controllo delle coscienze, attraverso una dettagliata analisi del romanzo 1984 di G. Orwell, l’autore passa all’analisi del genere autobiografico, inaugurato dalle Confessioni di sant’Agostino. In esse individua tre elementi fondamentali: la memoria (spazio interiore in cui avviene la rielaborazione dei ricordi), l’esperienza umana del tempo (già segnato da una carenza ontologica rispetto all’eternità e che si dispiega tra ricordo e attesa, tra la dispersione nel suo fluire e la capacità di trattenere e percepire la durata delle cose) e la preghiera (quale via per ritrovare l’autentico sé nel riconoscimento dell’Altro e nell’Altro).

Passando poi da un confronto tra la poetica di Aristotele e Platone, l’autore, attraverso gli scritti di P. Rioceur, sottolinea la forza dell’innovazione semantica operata in un racconto dalle metafore e afferma come il fine ultimo di ogni racconto sia l’incontro con il lettore, la sua capacità di offrire al lettore una chiave per rileggere la sua esperienza, la sua esistenza.

Il percorso si conclude con il pensiero del filosofo M. Heidegger, il quale mette in rilievo la capacità del linguaggio di attrarre e di interpellare sul mistero dell’essere, che proprio nella parola cifrata della poesia e del non detto trova la sua dimora.

Nella conclusione viene rivolto l’invito a verificare costantemente la validità delle narrazioni che ci vengono proposte, imparando a distinguere in modo responsabile cosa è immaginazione, cosa è manipolazione, cosa è realtà.
Silvia Piazzalunga

Quello di Riccardo Falcinelli è un saggio istruttivo e al tempo stesso divertente e stimolante per chiunque voglia comprendere il modo in cui, storicamente, le immagini sono state pensate, costruite, ritagliate, incorniciate, condivise ed esposte negli spazi pubblici dell’arte, in quelli domestici delle abitazioni e nelle reti tradizionali e digitali dei media, dove ora circolano vertiginosamente per mezzo degli odierni fruitori e produttori di immagini: tutti noi. 

L’intento di Falcinelli non è quello di spiegare cosa significano le immagini dipinte e riprodotte dai grandi artisti della Storia, ma come funzionano. Non si tratta, infatti, di un manuale di storia dell’arte, ma di un racconto colloquiale e avvincente che l’Autore, un acuto grafico e teorico del design, ha voluto instaurare con il lettore attraverso parole e, naturalmente, immagini. 

La provocazione è immediata: una figura decentrata e tagliata in copertina che, tuttavia, non arriva a scandalizzare i pubblici odierni, così avvezzi alla moltitudine di immagini in cui si imbattono ogni giorno – dai post amatoriali condivisi sui social media ai dipinti ammirati nei musei, dagli spot pubblicitari guardati distrattamente in tv alle scene di film apprezzate sul grande schermo.

Eppure, secondo Falcinelli, non riusciremmo a capire i canoni estetici odierni e l’ossessione stessa per le immagini senza riconoscere quel bagaglio storico e culturale che rende le composizioni, gli spazi, le forme e le figure tutt’altro che elementi neutri.

Leggendo il libro si scopre, per esempio, che la comunicazione di massa ha imparato a comporre le figure studiando le nature morte dei pittori del passato, che l’affastellamento di universi visuali eterogenei non è un’invenzione del mondo digitale ma dei musei ottocenteschi e che la forma rettangolare ha trionfato su cerchi e polittici per motivi non casuali. 

Capire come funzionano le immagini e come vengono utilizzate significa quindi riflettere sul mondo che ci circonda e sul perché oggi, pungolati da ogni tipo di stimolo visivo, sembriamo essere sempre più distratti e interdetti di fronte ad essi. 

Chiara Maino

Il tema dell’insulto è un motivo che risuona con sempre maggior frequenza nei diversi canali di comunicazione, sia a livello individuale e familiare sia a livello sociale, di costume, e politico, anche se, come testimoniano già gli scritti di Catullo e Cicerone, gli esseri umani si insultano da sempre. Infatti quasi tutte le 7000 lingue parlate esistenti possiedono un arsenale di insulti che variano per quantità, contenuti e grado di volgarità.

Illustrando i meccanismi psicologici e linguistici alla base della violenza verbale, Filippo Domaneschi, ricercatore presso l’Università di Genova dove insegna Filosofia e teoria dei linguaggi, analizza le ragioni che fanno dell’insulto e del linguaggio d’odio un fenomeno virale nelle conversazioni quotidiane, nel conflitto socio-politico e, non in ultimo, sui social media, e procede rispondendo a quattro domande: I, quali parole offendono e perché? II, che cos’è un insulto? III, perché insultiamo? IV, chi insultiamo?

Infatti l’insulto è un complesso fenomeno sociale, che si realizza in forme diverse e con svariate funzioni a seconda dei contesti culturali di riferimento, della lingua parlata, dei parlanti e dei destinatari, e degli scopi in gioco nella comunicazione.

Le due principali categorie di vocaboli che possono farsi portatori di insulto sono le parolacce (ossia espressioni verbali oscene e volgari) e gli epiteti denigratori (ossia termini che diventano discriminatori in riferimento alla provenienza etnica e geografica o all’orientamento sessuale di un individuo o di un gruppo minoritario).

Alcune ricerche nell’ambito della psicologia cognitiva hanno mostrato che l’insulto può avere innanzitutto una funzione catartica. L’offesa che scaturisce da un sentimento forte di rabbia o frustrazione ha un’importante funzione contenitiva: argina il sentimento di collera e, ritualizzando l’aggressività, scongiura o procrastina lo scontro fisico traslando il conflitto sul piano simbolico e verbale.

Ma capire a quali condizioni si verifica un insulto non è solo una questione di vocabolario; occorre piuttosto osservare con attenzione le combinazioni di parole, le intenzioni, i gesti e le credenze che danno luogo alle innumerevoli forme di denigrazione e di offesa. Infatti, anche termini apparentemente neutri e inoffensivi in talune circostanze possono acquisire una valenza violentemente insultante.

Il lancio di un insulto (dal latino insilire, letteralmente, ‘saltar addosso’ o ‘saltar sopra’) può perseguire lucidamente diversi scopi: umiliare un avversario, manifestare il proprio potere, denigrare, attrarre l’attenzione, spronare qualcuno a far qualcosa e, talvolta, può essere anche usato, tra amici, per dimostrare simpaticamente affetto e sintonia.

A livello sociale l’insulto è diventato più volte strumento coesivo di lotta, di rivendicazione di diritti e di giustizia sociale; a livello politico insulti e offese sono ormai un usuale mezzo retorico di delegittimazione dell’avversario e di costruzione del consenso.

L’autore conclude dicendo che se il linguaggio umano entro i suoi limiti accoglie e fornisce parole per offendere è per attrezzarci di fronte agli inevitabili conflitti e ostilità di ogni giorno. Spetta però a ciascuno di noi la scelta su come affrontarle: esprimendo senza ritegno odio e ostilità in ogni circostanza che le suscita, oppure addestrandoci a distinguere le situazioni in cui censurare il linguaggio offensivo da quelle che ci autorizzano a disporne, valutando comunque sempre le conseguenze delle nostre parole sugli interlocutori ed eventuali spettatori presenti.

Possiamo, e forse dobbiamo, scegliere di agire come parlanti competenti.

Silvia Piazzalunga

Inserendosi all’interno del dibattito sull’evoluzione legislativa legata ai temi del fine vita, l’Autore utilizza una prospettiva di chiara impronta filosofica e teologica per riflettere sui concetti di autodeterminazione, libertà e dignità dei pazienti.

Innanzitutto, le argomentazioni di Mieth mostrano come il dibattito contemporaneo relativo all’eutanasia possa ritenersi conseguenza di quel processo diestraneazione della morte che riguarda l’intera società occidentale, in cui “noi clienti della medicina” ci illudiamo di poter ricevere l’offerta di una buona morte.

Altro tema fondamentale è quello inerente al concetto di “dignità umana”, analizzato sia da un punto di vista giuridico, in quanto fondante la Costituzione, sia attraverso una prospettiva antropologica, capace di mostrare l’inscindibile legame tra corporeità e riflessività nella comunicazione dei soggetti con il mondo.

In questa cornice, l’accettazione del prossimo – e di conseguenza di sé stessi – in qualsiasi condizione permetterebbe al singolo di inserirsi in relazioni di ausilio che non disconoscono la sua autonomia, ma che mettono in primo piano il legame di solidarietà tra chi agisce e chi riceve. Del resto, ricorda Mieth, nel nostro convivere, spesso accettiamo pacificamente dei limiti alla libertà, la quale non è mai astratta ma sempre inserita in un contesto di relazioni.

Da una parte quindi, l’Autore sottolinea l’urgenza di una pianificazione condivisa delle cure in una prospettiva di alleanza terapeutica in modo da evitare possibili strumentalizzazioni o dinamiche di colpevolizzazione e dall’altra, invita a non assecondare la cultura dello scarto, spostando il baricentro sull’assistenza e l’accompagnamento, poiché conclude Mieth “è solo nella relazione che l’autonomia personale si realizza davvero”.

Chiara Maino

Nel corso della storia, come anche in questo nostro tempo disincantato e disorientato, sono tanti i motivi sociali e personali, come l’angoscia del vivere quando il male e la sua assurdità sembrano avere la prima e l’ultima parola, che possono portare a concludere che Dio sia lontano, nascosto, o che semplicemente non esista, non ci sia.

È questo il punto di partenza del saggio Pazienza con Dio di Tomáš Halík, sacerdote ceco, docente di filosofia e sociologia della religione all’Università statale di Praga: Dio è mistero, e sia l’ateismo sia la fede intransigente sia l’entusiasmo di una fede troppo facile impattano di fronte ad esso perché mostrano tutta l’impazienza che hanno di risolverlo. Troppa impazienza.
La figura evangelica che accompagna queste riflessioni è quella di Zaccheo, il ‘piccolo’ pubblicano che cerca da lontano Gesù ed è però pronto quando il Signore lo chiama per nome e si invita nella sua casa. Il teologo Halík, nato e vissuto in uno dei Paesi considerati più atei del mondo, chiede di riconoscere gli Zacchei di oggi, quei ‘cercatori’ non credenti o anche credenti ma accompagnati dal dubbio, chiede di chiamarli per nome, di avvicinarli, di cercare e di interrogarsi insieme a loro, di portarli dai ‘margini’ al ‘centro’, al cuore, come ha fatto Teresa di Lisieux (ma l’intero testo è intriso di riferimenti e aneddoti legati a moltissimi testimoni e filosofi), scelta come esempio del farsi prossimo al fenomeno dell’indifferenza religiosa, avendo sperimentato in prima persona la notte oscura della fede con una povertà di spirito tale da non considerare più nulla come estraneo e non amato, nemmeno l’esperienza dell’assenza di Dio.

Di fronte a un mistero così grande, assoluto, occorre soffermarsi sulla soglia a piedi scalzi, serbarlo nel cuore come Maria, attraversare il deserto e l’oscurità come Israele nell’esodo. Occorre avere pazienza con Dio, che ci viene incontro in questo cammino di ricerca e di attesa, perché Lui stesso per primo è paziente con l’uomo che chiama. In fondo fede e dubbio coesistono entrambe dentro ciascuno, non sono contrapposte, gli stessi teologi sono i ’dubbiosi di professione’. E l’autore individua, con ottimismo, nella crisi della fede odierna il Venerdì Santo necessario per arrivare alla Pasqua, per non confondere il Dio cristiano con l’idea infantile di un Dio magico, di un Dio dalle facili consolazioni, ridotto a idolo funzionale e al nostro servizio.

L’autore conclude questa sua riflessione mostrando come la forma più alta di pazienza, con Dio, e da Lui stesso voluta, e con gli altri, è l’amore: l’amore è paziente, come dice san Paolo e, ancora, chi non ama non ha conosciuto Dio, come afferma la Prima Lettera di Giovanni. Ed è l’amore la prima risposta ai bisogni di questo nostro tempo: occorrono infatti voci e braccia per andare a stanare quell’epidemia sotterranea di solitudini di-sperate. 

Silvia Piazzalunga

 

Il saggio di Anthony Giddens propone un’analisi sintetica ma per nulla superficiale della globalizzazione, fenomeno complesso e multidimensionale, la cui influenza appare sempre più evidente non solo a livello mondiale, ma anche su un piano intimo e personale. Da una parte, infatti, appaiono indubitabili gli effetti macroeconomici e politici della globalizzazione, dall’altra, emergono tutti quegli aspetti micro, coinvolti a pieno in una progressiva ristrutturazione, legati alla vita quotidiana degli individui.

L’autore, sociologo tra i più influenti del nostro tempo, affronta dunque alcune delle questioni più rilevanti legate alle trasformazioni globali in atto, offrendo un importante contributo alla riflessione sociologica e politica attuale.

Partendo proprio dal concetto di globalizzazione, Giddens ne evidenzia il carattere contraddittorio all’interno di uno scenario globale in cui i cosiddetti “esperti” e gli stati-nazione sembrano ormai inadeguati ad affrontare quello che l’autore chiama il “rischio costruito”: un rischio riconducibile all’impatto dell’azione umana in ambito ecologico, economico e tecnologico sul pianeta intero.

Alla diffidenza nei confronti della scienza, verso cui tanta fiducia era stata posta in epoca moderna, si somma lo sfaldarsi della tradizione in campo familiare e sessuale, nonché la delusione crescente nei confronti dei processi democratici. In questo mondo sfuggente e mutevole in cui i motivi di ottimismo concorrono insieme al pessimismo, i singoli individui si muovono come pionieri tra i due poli della globalizzazione: maggiore autonomia e mentalità cosmopolita da un lato, nuove dipendenze e spinte fondamentaliste dall’altro.

L’appello, lanciato dall’autore, a una “democrazia delle emozioni”, tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica, sintetizza in modo efficace la necessità di una comunicazione emozionale basata sul dialogo, il rispetto e la fiducia reciproca per migliorare la qualità delle nostre esistenze e costruire rapporti duraturi non solo tra le persone, ma anche tra gli organismi politici democratici.

Chiara Maino

Un ministero qualificato svolto all’interno della comunità cristiana, che accompagna la persona in un percorso di crescita che coinvolge tutte le sue dimensioni, da quella psicologica a quella spirituale: questo è il counseling pastorale. Angelo Brusco, religioso camilliano, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona e docente presso lo Studio Teologico San Zeno, offre in questo testo una sorta di manuale sull’identità e finalità del pastoral counseling, riassumendone la storia, dalle sue origini nell’area protestante dell’America del Nord passando per le trasformazioni socio-culturali che hanno avuto luogo nell’età contemporanea con il sopravvento delle discipline psicologiche, mostrandone la tipicità e differenziandolo dal counseling psicologico, dalla psicoterapia e dalla direzione spirituale, tracciandone le caratteristiche e le tappe del suo procedere.

Ogni persona, soprattutto nei momenti di difficoltà o di crisi riguardanti i vari settori dell’esistere – da quello fisico a quello emotivo, da quello familiare e sociale a quello spirituale – può sperimentare il male di vivere nelle sue molteplici espressioni e lanciare una richiesta di aiuto. Il counseling pastorale può rispondere a questi disagi, offrendo una relazione d’aiuto che cerca di integrare la spiritualità cristiana con l’apporto delle scienze umane del comportamento.

Attingendo infatti alla visione cristiana della persona e  alle risorse della ricca tradizione spirituale e teologica, il counselor pastorale – presbitero, diacono, religioso o laico che sia –, con una personalità sufficientemente matura, libera da incrostazioni nevrotizzate, lontana da un atteggiamento giudicante e moralistico e in possesso di profonde abilità comunicazionali e relazionali (skills), in quanto a sua volta guaritore ferito in un continuo cammino di crescita, può diventare efficace mediatore dell’amore del Signore che cura, sostiene, risana, riconcilia e guida alla pienezza della vita, offrendo in maniera competente un aiuto alla persona sofferente là dove essa si trova, ponendo in armonia la costruzione del benessere psicologico con la dimensione etica e spirituale.

Il riferimento costante è alla persona e all’azione di Gesù (in particolare in questo testo vengono analizzati i suoi dialoghi con la Samaritana e con i discepoli di Emmaus), modello di ogni relazione d’aiuto e fedele accompagnatore di chi intende imitarlo nel farsi prossimo a quanti incontrano ostacoli nel loro cammino di vita e di fede.

Tutti, e in particolare gli operatori pastorali constata Brusco, dovrebbero arricchire il proprio stile relazionale-comunicativo con le abilità proprie del counseling, ovvero la capacità di ascolto, l’empatia, il confronto costruttivo e capace di innescare il cambiamento positivo.

Silvia Piazzalunga

Il titolo provocatorio del saggio di Benasayag introduce immediatamente il lettore al nucleo centrale della sua argomentazione: la pervasività del mondo algoritmico e digitale nella società ipermoderna attuale e il rischio di ridurre l’esistenza imprevedibile e pulsionale degli esseri umani a mero funzionamento e somma di informazioni.

A partire da questa chiave di lettura, il contributo di Benasayag, filosofo e psicanalista di origini argentine, arricchisce in modo eclettico la riflessione interdisciplinare odierna sul rapporto uomo-macchina e l’interazione con le nuove tecnologie.

Nella prima parte del libro, l’autore rintraccia i segnali dell’avvento dell’intelligenza artificiale nella storia della razionalità occidentale e nel progetto, poi fallito, dell’Uomo moderno, di dominare l’universo attraverso la Ragione. Sebbene eventi come l’Olocausto e la bomba atomica abbiano inferto un durissimo colpo alla fiducia in un’umanità guidata dal progresso tecnico-scientifico, nell’ipermodernità, sostiene Benasayag, tale speranza è stata accordata alla cibernetica e agli algoritmi dei Big Data, incaricati più o meno consapevolmente di guidare le nostre economie e democrazie.

A tal proposito, nella seconda parte del saggio, sono messe in evidenza proprio le conseguenze politiche e sociali della delega all’intelligenza artificiale di un numero sempre maggiore di funzioni. Nella cosiddetta post-democrazia infatti, le istituzioni sarebbero ormai desacralizzate, il conflitto costruttivo mal tollerato e l’agire politico compromesso da pochi, ma potenti, colossi digitali.

Nell’ultima parte del saggio, emerge quindi l’importanza di ripensare l’agire individuale e collettivo, attraverso quelle che Benasayag chiama “soluzioni singolari”, ossia esperienze di ibridazione con la tecnica e pratiche multi-situate condivise, in grado di produrre localmente altri modi di produzione e di relazione. Significa agire “qui e ora”, mettersi in gioco con i propri corpi e influenzare la politica attraverso pratiche che si muovono dal basso.

Come sottolinea l’autore, l’intelligenza artificiale è parte integrante della nostra realtà ma ad essa non va sacrificata la complessità di quella umana poiché quest’ultima sfugge al semplice calcolo razionale, articolandosi sempre in un imprevedibile processo relazionale, affettivo e corporeo.

Chiara Maino

Sommario
Prefazione di Régis Meyran I. Il fallimento della razionalità occidentale II. La post-democrazia III.Teoria dell’agire

 

In questo periodo in cui è stato sospeso il fare, l’organizzare, l’incontrarsi, si è aperto forse più spazio per il pensare, per il ri-pensare. Anche per quanto riguarda i diversi percorsi di catechesi nelle nostre comunità: ogni incontro e ogni tappa dell’iniziazione cristiana sono state rinviate a data e modalità da destinarsi e ripensare.
Può quindi risultare utile la lettura del testo La catechesi oggi. Modelli teologici e sfide pastorali, che raccoglie i contributi presentati al Convegno della Scuola di Teologia del Seminario di Bergamo tenutosi dal 21 al 23 marzo 2019.
Il confronto parte da una domanda di fondo: nei percorsi di catechesi proposti è meglio partire dalla Parola di Dio o dalla vita quotidiana? Questa domanda rispecchia la tensione tra una prospettiva kerigmatica-biblica (più incentrata sulla dimensione dottrinale e contenutistica della fede) ed un’attenzione più antropologico-esperienziale (per la quale l’esperienza del vivere umano ha qualcosa di importante da dire nel processo di evangelizzazione) presente nel dibattito teologico-catechistico europeo sia prima che dopo il Concilio Vaticano II.
Si conclude che entrambi gli approcci sono preziosi e complementari e la catechesi è chiamata non a contrapporli, bensì a tenerli insieme in un delicato e sempre da ritrovare equilibrio.
Come punto di osservazione privilegiato è stato scelto il mondo dei preadolescenti e degli adolescenti, presentando alcuni cammini di catechesi concreti. Prima quello proposto loro dalla Diocesi di Milano, che punta a integrare quattro dimensioni essenziali: il vissuto dei ragazzi come singoli e come gruppo di pari, la Parola di Dio, la preghiera e la liturgia con riti di passaggio dedicati, l’esperienza di Chiesa come comunità e luogo di servizio. Poi l’esperienza di vita e di fede proposta dallo scoutismo cattolico italiano che porta i ragazzi a vivere una forma di discepolato di Gesù scandito dalle tappe naturali della loro crescita (fanciullezza, adolescenza, prima giovinezza).

 

Silvia Piazzalunga

Sommario
I. La catechesi tra kerygma ed esperienza: uno scontro fecondo? (P. Biaggi).  II. Percorsi di fede, avventure e passaggi per i preadolescenti (M. Dal Santo).  III. L’esperienza scout e il discepolato di Gesù dei fanciulli e dei preadolescenti (D. Brasca).  IV. Rinnovare i modelli kerygmatico e antropologico al tempo delle mutazioni antropologiche contemporanee (J. Molinaro).

Il libro di don Fabio Rosini si presenta come un’esperienza di rigenerazione e discernimento, un cammino esistenziale e spirituale che si apprende come un’arte: l’arte di ricominciare. Per percorrere questo viaggio occorre infatti tornare all’inizio, a quell’inizio che contiene tutto ciò che è vitale e che per l’autore, sacerdote e biblista, non può essere che l’Altro.

Paradigma della nostra esistenza diventano i sei giorni della creazione raccontati nei capitoli iniziali della Genesi di cui l’autore ci propone una lettura impregnata della sua esperienza sia personale che pastorale. In questo testo, esegesi e teologia spirituale si fondono per ricordare che ricominciare è sempre possibile.

Questo percorso parte dalle cose semplici, dalle prime evenienze; parte dalla luce del primo giorno che illumina la vita per come è, non per come “dovrebbe essere”. Segue il firmamento che, nel secondo giorno, separa “le acque dalle acque” distinguendo le priorità da ciò che è dannoso. Nel terzo giorno poi, la creazione degli argini permette alla terra di germogliare. Del resto, afferma l’autore, senza limiti non sappiamo chi siamo e non percepiamo nemmeno la bellezza dell’altro. Con il dono delle ispirazioni del quarto giorno, diventa quindi possibile coltivare quei pensieri lineari e costruttivi che non chiudono nella solitudine dell’ossessione delle proprie paure, ma aprono alle relazioni. Ed ecco, nel quinto giorno, la vita. Una vita che, attraverso ciò che ci distrugge e ci umilia, apre le porte di un cambiamento e ci fa intuire “la gloria di Dio che è nell’uomo vivente”. E’ proprio nel sesto giorno infatti che Dio, secondo le Scritture, creò l’uomo a sua immagine. 

Per ricominciare allora, non servono particolari abilità ma occorre abbandonare la pretesa di impostare la vita secondo le nostre logiche e “lasciarsi operare” perché, come afferma Rosini, “noi entriamo sempre in corsa, a partita iniziata”.

Chiara Maino

Nucleo centrale nonché filo conduttore del saggio di Zagrebelsky è il concetto di vita in quanto degenerazione e rigenerazione continua. Un concetto, questo, applicato dall’autore non solo alle società umane, ma anche al rapporto tra le generazioni e alle cosiddette “età della vita” di ciascun individuo. Vita come divenire: un costante nuovo inizio che implica il saper morire.

Indubbiamente provocatorio è quindi il titolo del saggio che rimanda a un tempo, quello presente, in cui la vita pare essersi ridotta a una sfacciata e illimitata, quanto illusoria, giovinezza, senza adulti. L’impronta particolare del saggio tuttavia, risiede nell’attenzione che l’autore, da buon giurista, pone sugli aspetti concernenti il diritto e la responsabilità politica verso le generazioni future.

Quello di Zagrebelsky, resta comunque un testo divulgativo, piacevole da leggere, in cui emergono considerazioni attinte da una vasta letteratura sul tema.

In primo luogo, l’autore ci porta a considerare la divisione della vita in stadi come a un prodotto culturale in cui, la valorizzazione di una generazione a discapito di un’altra, dipendere dalla visione particolare di ciascuna società ed è alimentata da luoghi comuni che, per loro natura, tendono a semplificare la realtà e a modellare i nostri giudizi. Del resto, sostiene l’autore, la forza normativa dei luoghi comuni supera persino quella delle norme giuridiche.

In secondo luogo, emerge chiaro il monito contro l’autorefenzialità delle generazioni presenti. La critica è rivolta anche a quelle astratte proclamazioni di natura morale o filosofica, contenute nelle varie Dichiarazioni dei diritti delle generazioni future, prive di un effettivo valore giuridico.

Se è vero che la vita ha come necessaria compagna la morte, e se è vero che occorre mettere fine a qualcosa del passato per rigenerarsi, allora le generazioni presenti, illusoriamente sempre giovani, non dovrebbero inseguire sogni di immortalità ma, conclude l’autore, abbandonare le manie di potenza e agire responsabilmente per la sopravvivenza della specie stessa.

Chiara Maino

Vedo la notte che accende le stelle. Sentieri in tempo di pandemia (titolo ispirato a un verso di R. M. Rilke) è un ebook che raccoglie una serie di articoli usciti nei giorni scorsi sull’Osservatore Romano, scritti da alcuni docenti del Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado, unità accademica della Pontificia Università Gregoriana attenta ad articolare la relazione tra fede e cultura.

Sono riflessioni che di fronte al dramma inedito provocato dalla pandemia di Covid-19 cercano di immaginare il futuro dei legami sociali in generale e del sentimento religioso in paricolare.

Questa emergenza globale sta scompigliando i nostri abituali e forse comodi punti di riferimento, costringendoci a ridefinire le esistenze a partire da spazi e tempi che, improvvisamente, non ci sono più familiari,  non sono più a misura dei nostri corpi, si sono interrotti.

Categorie quali ragione, lavoro, relazione, sicurezza, democrazia, povertà, disabilità – ma anche fede, Chiesa, spiritualità, sacramenti, prossimità – sono ancora lì, seppure non più come prima.

Gli autori non vogliono inventare narrazioni consolatorie, sono piuttosto in cerca di parole capaci di dire gli attuali processi mentre vengono vissuti, capaci di non disperdere i pianti, i timori e gli sguardi nuovi generati da questo presente, contribuendo così, per quel che è possibile, a svegliare l’aurora: la notte che avvolge questo tempo difficile è, nell’evidenza, necessaria – se attraversata senza fughe – per poter vedere le stelle, che sono il riflesso dei sentieri che queste pagine vorrebbero offrire, nello sforzo di provare a riprendere a pensare insieme.

L’invito è di affidarsi alla pratica sapiente del vivere credendo che, anche se i segni della grazia possono venire meno, non può venire meno la grazia, vivendo semplicemente – nel senso evangelico del termine – il tempo, questo tempo, senza confondersi, riconoscendo che appartiene alla vita adulta stare anche senza, ridimensionando, elaborando, ricucendo.

Silvia Piazzalunga

L’intento del saggio di Ceruti è quello di tratteggiare l’avventura umana ripercorrendo le tappe principali della sua evoluzione, tappe caratterizzate da un procedere non lineare ma sorprendente e sempre inedito. Il “tempo della complessità” quindi, proietta il lettore in un orizzonte temporale ampio di cui l’epoca contemporanea è l’esito imprevedibile.

Ciò che emerge è un’umanità in grado, oggi più che in passato, di pensare se stessa nel cambiamento, nell’incompiutezza e nella diversità, ma anche nella condivisione di una medesima “comunità di destino”.

Il saggio di Ceruti si inserisce nell’ambito degli studi interdisciplinari sulla contemporaneità e sulla complessità.

Nello specifico, dopo aver messo in evidenza gli avvenimenti geopolitici più significativi, a partire dalla comparsa della specie umana circa 150.000 anni fa fino a quella che l’autore definisce “quarta globalizzazione” caratterizzante l’epoca attuale, l’autore si sofferma sul concetto di evoluzione come bricolage. Un termine che rimanda al carattere creativo sia della storia delle civiltà che della vita stessa. Infatti, anche la biologia contemporanea e i recenti studi di genetica concordano nel sostenere che la stessa storia naturale sia una storia delle possibilità.

Del resto, quello a cui auspica Ceruti, a conclusione della sua analisi, è proprio una maggiore valorizzazione della creatività individuale e della “capacità esplorativa” di ciascuno, intesa come abilità di tracciare in un stesso momento traiettorie differenti e di garantire una certa reversibilità ai propri passi.

Un ruolo centrale in questo senso è quello giocato dall’istruzione nel momento in cui si dimostra in grado di valorizzare non solo la diversità fra gli individui ma anche la diversità negli individui. Ciascuno di noi infatti, riassume in sé i tratti essenziali dell’umanità, una e molteplice.

L’invito quindi, è quello di pensare alla diversità delle esperienze umane attraverso la prospettiva di un nuovo “umanesimo planetario”basato sul riconoscimento delle diversità nell’unità umana.

Chiara Maino

Riconoscere la presenza e il bisogno di mani, mani religiose e laiche, che si sostengano reciprocamente e che sostengano l’anima del mondo: intorno a questa immagine, scelta anche per la copertina, ruota la riflessione sull’emergenza sanitaria da Covid-19 che il cardinale José Tolentino Mendonça, archivista e bibliotecario ma anche teologo, poeta e professore universitario, affida all’e-book pubblicato in esclusiva nei giorni scorsi dall’editrice Vita e Pensiero.

L’autore, in poche ma intense pagine, ci invita a vivere questa quarantena, non come ‘un avverso congelamento della vita che ci tiene reclusi’, ma come un tempo propizio per reimparare tante cose.

Innanzitutto possiamo ricomprendere che siamo comunità, che l’interdipendenza gli uni dagli altri è vitale, che necessaria è quella trama di riconoscimento e di solidarietà, di autonomia e di relazione  che punta al bene comune, dando nuovamente sostanza a parole quali umanità, popolo, cittadinanza.

Senza toccarci, senza abbracciarci, senza magari neppure conoscerci, possiamo ricordarci e donarci vicendevolmente la forza suscitata da un sorriso o trasmessa da uno sguardo attento e ospitale.

Possiamo reimparare a utilizzare i social network non come effimera e solitaria forma di divertimento o di evasione ma come strumenti di vicinanza e di ascolto.

Possiamo rivedere il valore del tempo, sottraendoci alla tirannia del tempo cronologico, quel contatore ininterrotto che mai si ferma e che tutto e tutti travolge insinuando la paura di rallentamenti o di pause, per riscoprire invece il tempo di qualità, il tempo propizio, il ‘tempo per essere’ e non solo per fare.

Possiamo infine recuperare l’intimità e la confidenza con Dio, alzando lo sguardo dalla materialità necessaria sì alla sopravvivenza, ma non sufficiente, trascendendo le tracce delle nostre preoccupazioni, per spalancarsi sull’ordine della vita e dell’eterno.

Nella speranza di conservare e tenere come guida le molte, piccole o grandi, storie di cura e di amore che si stanno scrivendo in questi giorni.

Silvia Piazzalunga

Queste stimolanti meditazioni, sviluppate a partire da un corso di esercizi spirituali, ripercorrono le pagine bibliche dell’Esodo, rileggendo alla luce del vangelo di Gesù quel cammino di riscatto e di crescita, di salvezza e liberazione.

Il taglio impresso alle meditazioni da parte di don Maurizio Chiodi, filosofo e teologo morale – docente alla Scuola di teologia del seminario di Bergamo, all’ISSR di Bergamo, alla FTIS di Milano e ordinario di Bioetica al Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia – emerge in tutta la sua valenza caratteristica.

Nelle vicende dell’Esodo viene offerta una metafora della vita universalmente umana, una emblematica parabola della libertà umana nel suo sbalorditivo incontro con la libertà di Dio. Ed è una via che riguarda ciascuno di noi, che oggi ci mettiamo in ascolto della Parola rivelata: tra promessa e compimento.

Il cammino nel deserto fa emergere come la libertà dell’uomo debba riconoscere la propria dipendenza da un Altro incommensurabilmente più grande e Santo, che segue con mano provvidente la fame e la sete della comunità, del popolo, facendo percepire ad esso la pericolosità di un desiderio più che legittimo che, però, può diventare ingordigia onnivora, idolatria che non lascia spazio all’altro e all’Altro. La dipendenza da Dio non è schiavitù, ma riconoscimento filiale da una Origine che supera le origini puramente umane.

Un testo consigliato per questo tempo di quaresima, scritto con un linguaggio accessibile e capace di nutrire il percorso di fede del lettore.

Silvia Piazzalunga

Nel saggio proposto, Benasayag analizza la tendenza delle nostre società cosiddette “post-moderne” a ridurre le dimensioni del pensiero, delle emozioni e delle relazioni a meri processi di funzionamento. Interessante, inoltre, è la prospettiva utilizzata dall’autore: quella di filosofo psicanalista, militante nella guerriglia guevarista durante gli anni della dittatura argentina, torturato e incarcerato più volte. Il suo attivismo politico e intellettuale affiora dalle pagine del testo, insieme all’invito ad agire e pensare nella complessità in modo pieno e con coraggio, in ogni situazione. Un appello importante, considerato il clima di paura e incertezza che caratterizza il mondo contemporaneo.

Fallimento della modernità, ossessione per il consumo, rimozione del negativo, paura dell’ignoto e avvento del post-organico, sono solo alcune delle questioni sollevate dall’autore. Nella nostra società non ci sarebbe più spazio né per gli anziani, considerati ormai semplicemente dei vecchi, né per la malattia o la morte, difetti tecnici che ostacolano la “potenza d’agire”. Al contrario, noi tutti, specialmente i giovani, saremmo chiamati a diventare imprenditori di noi stessi: autonomi, felici, dinamici, performativi e consumatori. Il mondo sembrerebbe così diviso in vincitori e perdenti all’interno di una “ipermodernità vorace” cieca di fronte a qualunque forma di ricchezza che non sia quantificabile e misurabile. Dinanzi a questo preoccupante scenario in cui gli individui si trasformano in “profili”, cessano di esistere e si preoccupano unicamente delle loro performances funzionanti, l’autore propone un’etica situazionale in cui il funzionare non si opponga in modo dicotomico all’esistere. La sfida è, infatti, quella di agire nella complessità senza soffocare i nostri disfunzionamenti e questo testo, sostiene l’autore, vuole essere un contributo a tale agire. Ai lettori dunque, l’invito a non sentirsi inadatti o perdenti di fronte alle sfide della complessità ma, al contrario, ad avere il coraggio di “entrare in amicizia con la nostra fragilità”.

Chiara Maino

Si nasce con un volto, ma poi è la storia che, lungo il cammino, ne definisce i tratti.

L’itinerario proposto in questo libro dall’autore Massimo Grilli, presbitero della diocesi di Palestina e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, è quello di ripercorrere, attraversando alcune pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, il cammino storico-salfivico mediante la metafora del volto: il volto dell’uomo, ma anche il volto di Dio. Una riflessione di antropologia biblica dunque che guarda insieme al volto di Dio che si è rivelato lungo la storia, nella sua dimensione epifanica e nella sua dimensione dialogica con l’uomo, e al volto dell’uomo, luogo della sua identità e responsabilità.

Partendo da un’analisi semantica dei termini usati in ebraico, greco e italiano per indicare il volto, l’autore prosegue citando il filosofo Emmanuel Lévinas che definisce il volto innanzitutto come alterità: l’uomo percepisce il suo volto solo guardando chi gli sta di fronte, solo mettendosi faccia a faccia con l’altro da sé.

Si percorrono così le pagine della Genesi, dove il volto esprime insieme fragilità (è fatto di terra e di polvere) e mistero (ha il soffio di Dio), creato ‘a immagine e somiglianza’ del suo Creatore, posto nel confronto, anche duro e lacerante, faccia a faccia con l’altro (illustrato dalla storia di Sara e Agar), ambiguo quando indossa delle maschere (come mostra il travestimento di Giacobbe), portatore di un nome che deve essere ancora rivelato (nella richiesta di Mosè al suo Dio).

L’uomo a tratti cerca (Salmo 27) e a tratti si nasconde e fugge (la storia del profeta Elia) dal volto di Dio, finché diventa carne e parola in Gesù, il cui volto sfigurato e trasfiguratodiventa il compimento dell’amore che permette all’altro, all’uomo, di essere.

Tra le tante possibili declinazioni, l’autore ha quindi scelto quella che mostra il volto come espressione di una ‘soggettività dialogica’, dentro una storia in cui l’“io” incontra il “tu” che gli sta di fronte, per plasmare un “noi”, che non è fusione o confusione, ma accoglienza reciproca e compimento.

Nel volto, Dio e l’uomo rivelano il loro mistero di presenza e inaccessibilità, di appartenenza e libertà.

Silvia Piazzalunga

I quattro volumi qui proposti fanno parte di un ambizioso progetto dell’autore il quale, ha inteso tracciare qualche fondamento di una storia del colore all’interno della società europea a partire dalle origini fino ai nostri giorni. L’intento è stato quello di mettere in evidenza il carattere sociale e culturale del colore in quanto oggetto storico a pieno titolo. Lungi dall’essere solo un fenomeno naturale ed estetico, oggetto dell’attenzione di scienziati e artisti, il colore rappresenta anche e soprattutto un fenomeno sociale. In questo senso, è la società che “fa” il colore attribuendo significati, costruendo valori e stabilendo l’ambito delle sue applicazioni.

Ciascuno dei quattro libri segue come filo conduttore la storia di un colore: il blu, il rosso, il nero, il giallo e il verde. L’ambito disciplinare in cui si inseriscono è infatti quello storico antropologico.

Sfogliando i testi si ha l’impressione di ripercorrere gli universi simbolici delle civiltà che ci hanno preceduto, il ruolo del colore nella vita quotidiana, le creazioni degli artisti e le pratiche sociali di culture lontane nel tempo. Si ha anche l’opportunità di riflettere sul nostro presente e sul fatto che le questioni legate al colore sono innanzitutto e sempre delle questioni sociali.

Si scoprirà, per esempio, come nel caso del colore blu ci sia stato un rovesciamento di valore nel corso dei secoli che va da un generale disinteresse da parte delle civiltà classiche a un emblematico apprezzamento in quanto colore iconografico della Vergine e dei sovrani medievali, fino al suo definitivo trionfo in epoca contemporanea. Il giallo, al contrario, colore della luce e della ricchezza per gli antichi, ha perso progressivamente importanza nel Medioevo poiché associato a molti vizi come l’invidia, la gelosia e la menzogna. Altro colore storicamente ambivalente è il nero, simbolo di fertilità e umiltà da una parte, segno visibile di lutto e peccato dall’altra. Infine il rosso, colore per eccellenza, il più ricco dal punto di vista sociale, artistico e simbolico. Simbolo della guerra nell’antichità, del sangue di Cristo e delle fiamme dell’inferno, colore dell’amore e della gloria, ha assunto una forte connotazione sia religiosa che profana. L’invito alla lettura dei quattro volumi è un invito a considerare il colore come una costruzione sociale densa di significati simbolici, religiosi e culturali. E’ anche un invito alla scoperta di curiosità storiche attraverso la ricchezza dei riferimenti proposti dall’autore: dagli usi sociali del vestiario, alle tecniche di tintura, dalle speculazioni degli uomini di scienza alle innovazioni che interessano tutti gli aspetti del colore storicamente osservabili.

Chiara Maino

Mt 8,1-3: In quel tempo1 Gesù scese dal monte e molta folla lo seguì. 2Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 3Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.

Gesù ha appena terminato di parlare alle folle che, stupite, continuano a seguirlo. Ed ecco avvicinarsi a lui un lebbroso. La lebbra era un male che rendeva la persona impura e per questo esclusa dal tempio, dalla società, dalla vita stessa: colui che era ne affetto doveva segnalare da lontano la sua presenza perché nessuno lo toccasse né lo accogliesse, pena il contagio e la medesima impurità fisica e morale. Nonostante questo, quel lebbroso non si arrende, non vuole rimanere chiuso nel suo stato di isolamento e di morte, ma va incontro a Gesù mostrando il suo desiderio di vita. Si prostra davanti a lui e si rimette alla sua libertà: “Se vuoi, tu puoi sanarmi”. E Gesù è pronto a fare esattamente ciò che prima aveva detto a parole alle folle: comunica l’amore del Padre,tende la mano, tocca il lebbroso e lo purifica, lo guarisce.

Proprio da questo passo evangelico, Tese la mano e lo toccò, prende il titolo il saggio della scrittrice francese Marie-Laure Veyron, incentrato proprio sul verbo “toccare”.

Il tatto, uno dei nostri cinque sensi primordiali, che esprime prossimità e reciprocità, viene sottoposto dall’autrice a una suggestiva analisi semantica e narrativa col contributo anche della psicanalisi, per mostrarne tutte le variazioni e implicazioni.

Gesù tocca e si lascia toccare. E questo ‘toccare’ narrato nei Vangeli non è sempre uguale; c’è un toccare taumaturgico il corpo per guarirlo, c’è un toccare per benedire, c’è il contatto compassionevole, la carezza, capace di esprimere affetto, c’è a volte il sostegno della parola che arricchisce o chiarisce i significati di tale gesto.

E’ un ‘toccare’ sempre suscitato e pervaso da un desiderio profondo di relazione, mai da una volontà di accappararsi l’altro.

E per ‘toccare’ veramente, per farsi prossimi, per farsi vicini, è necessario vedere e sentire, e non solo ciò che è visibile, ma anche quell’invisibile desiderio di vitanascosto in ogni persona.

Vedere, sentire, e così toccare e lasciarsi toccare.

Gesù stesso non solo tocca, ma si lascia toccare molte volte dalle folle, dalle donne in particolare, dai singoli, mostrandosi così capace di ‘sentire’, di rendersi vulnerabile al dolore altrui. In ogni incontro avrebbe potuto restare a quella giusta distanza prescritta dalla legge, ma lui non si preoccupa di trasgredire le regole di impurità o il codice di comportamento sociale: in ogni incontro è soggetto o oggetto mai passivo bensì incarnato.

Gesù è per eccellenza questo ‘essere di tatto’ la cui acutezza lo rende così recettivo alla sofferenza altrui. Si noti in Gesù che quella di taumaturgo, o di guaritore, non sembra un’attività a parte rispetto alle altre. Gesù insegna, nutre, guarisce, ma insegnando o nutrendo le folle – di pane e di Parola – egli le guarisce anche. Il suo stesso essere al mondo, il suo farsi presente agli uomini e alle donne che incontra è fonte di guarigione, è buona notizia” (M.-L. Veyron).

Silvia Piazzalunga

“Il presepe è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura”.

Con queste parole, Papa Francesco ci fornisce un’immagine semplice ma chiara del significato e del valore del presepe. 

Esso “trabocca” nella vita quotidiana, entra nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e nelle piazze. I vari segni del presepe circondano la nostra vita: il cielo, carico di stelle ma anche di domande; una casa, per quanto umile e precaria possa essere; un bambino, così indifeso e rivoluzionario al tempo stesso. E poi donne e uomini che con semplicità partecipano al mistero della fede, che non temono di mostrare “stupore e meraviglia” di fronte a un Dio che giace in una mangiatoia e che tende le braccia, sorridendo. Nel presepe non possono mancare le altre creature di Dio: il bue, l’asinello, le pecorelle e gli altri animali che condividono con noi l’esistenza su questa terra, troppo spesso maltrattata ma a cui tutti apparteniamo. 

Il papa richiama l’esperienza di San Francesco d’Assisi, il primo ad aver creato il presepe. A ricordargli il paesaggio di Betlemme furono le grotte di Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco sostò durante un viaggio che nel 1223 lo aveva portato a Roma per ricevere la conferma della sua Regola da Papa Onorio III. Ed è a Greccio che San Francesco rappresentò per la prima volta, grazie alla gente del posto, quella scena che è poi diventata parte della nostra tradizione.

Questa lettera apostolica ci ricorda quindi che la “rivoluzione dell’amore” si fa con coraggio e umiltà. Il mirabile segno del presepe ci spinge a trovare la felicità nella vicinanza reciproca, nell’essenziale e nei gesti semplici, imparando da un Dio disarmante che vuole farsi accogliere dalle nostre braccia nelle sembianze di un bambino.

Chiara Maino

Le pagine di questo libro “Le spalle di Dio” di Marco Bove (Ancora) tracciano un itinerario che, passando per l’Antico e il Nuovo Testamento, segue le tracce lasciate dalle grandi figure dei ‘cercatori di Dio’, accumunati dallo stesso desiderio di vedere, di fare esperienza del volto di Dio, per sentirlo presente nella propria vita. Tra questi cercatori troviamo Mosé, che all’inizio del cammino dell’esodo chiede a Dio di mostrargli la sua Gloria, il suo volto. Si tratta però di un desiderio impossibile; tuttavia qualcosa gli è concesso: «Io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finchè non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si puo vedere» (Es 33,23). Così ‘le spalle di Dio’ diventano quella possibilità data all’uomo di fare, qui sulla terra, nel suo presente, esperienza del Suo volto, della Sua presenza. Le sue spalle sono infatti tutto quanto ci rimanda a Lui, un’esperienza autentica, anche se ancora parziale e magari confusa. Da questo ha inizio la ricerca, il desiderio, la nostalgia di qualcosa appena intravisto eppur capace di accendere lo guardo, di suscitare una sete, di mettere in cammino. Ripercorrendo l’esperienza umana e spirituale di Mosè, di Anna, di Elia, di Maria o della Maddalena, ci potremmo sorprendere anche noi tra i cercatori di oggi, con il dubbio di aver intravisto le sue spalle da qualche parte. Perché le spalle di Dio possono essere il sorriso di un bambino, l’abbraccio di un amico, il grido di chi soffre, lo sguardo di chi si sente perduto. Le spalle di Dio sono tutto ciò che è stato creato e che rivela bontà e bellezza, capace di affascinare e di sorprendere. Le spalle di Dio sono tutto ciò che, per grazia, anche l’uomo ha saputo realizzare nell’arte e nell’ingegno, nel portare pace e armonia. In una costante ricerca, nell’attesa di un compimento, dell’incontro in cui «vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12).

Silvia Piazzalunga

L’analisi di Pier Giorgio Rivoltella si focalizza sulla trasformazione delle pratiche di lettura e di scrittura, sempre più istantanee e frammentarie, al tempo del digitale, ampliando poi la riflessione al modo in cui il tempo viene gestito all’interno della nostra società e alle possibili soluzioni per attenuare i risvolti problematici legati a uno stile di vita e di lavoro spesso frenetico.

L’Autore, direttore del CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, l’Innovazione, la Tecnologia) offre, quindi, un prezioso contributo allo studio dell’attuale contesto socio-culturale con una particolare attenzione alle conseguenze, sulla nostra quotidianità, del “sistema di accelerazione sociale” in cui siamo inseriti.

In primo luogo, si comprende come, a essere compromessa, oggi, sia la “lettura profonda” e dunque la capacità del lettore di capire, attribuire significato al testo e sviluppare competenze emotive. Prevarrebbe, infatti, un tipo di attenzione periferica e distribuita su una molteplicità di stimoli a scapito di un pensiero ponderato e focalizzato.

D’altra parte, la scrittura alfabetica diventa sintetica e compressa all’interno di schermi digitali e ipertesti condivisibili ed espandibili grazie a collegamenti, immagini, icone e layout. In questo senso, i media digitali e lo sviluppo della tecnologia sono perfettamente coerenti con una certa economia del tempo, istantanea e discontinua, tipica del sistema di produzione e di consumo rapido e competitivo occidentale.

Se alcuni filosofi e sociologi contemporanei hanno proposto, come possibile soluzione a questo stato di cose, l’uscita dall’attuale sistema mediante un paradossale incremento dell’accelerazione guidato dalla robotica o, all’inverso, un rallentamento tale da opporsi al progresso e alla modernità stessa, Rivoltella si mostra più favorevole alla tesi sostenuta da Rosa Hartmut, legata al concetto di “risonanza”. Si tratterebbe di una modalità “accordata” di entrare in relazione con il mondo, non indifferente né repulsiva verso il presente.

L’auspicio dell’Autore, infatti, è proprio quello di rendere sostenibile l’accelerazione delle nostre vite, vivendo la quotidianità, lettura compresa, quanto più possibile senza fretta o ansia.  

 

Chiara Maino

Il saggio di Johann Chapoutot si fonda su un apparente paradosso ben sintetizzato dal titolo, libres d’obéir, un ossimoro che porta il lettore a riflettere sui meccanismi manageriali e psicologici alla base delle organizzazioni produttive, dal periodo nazista ai giorni nostri.

L’Autore, storico e accademico francese, propone una lettura delle pratiche organizzative del regime nazista in chiave storica, mostrando una certa continuità tra le tecniche sviluppate dai leader nazisti e un tipo di linguaggio e metodo presente ancora oggi nell’ideologia neoliberista.

In primo luogo, Chapoutot sofferma la sua analisi sull’antico topos etnonazionalista della “libertà germanica”, secondo cui obbedire agli ordini ricevuti e raggiungere gli obiettivi prefissati, attraverso una certa flessibilità e iniziativa individuale, avrebbe permesso alla comunità del Terzo Reich di espandere il proprio spazio vitale e di imporsi sulle razze inferiori. In un simile immaginario, che poneva la razza al di sopra di qualsiasi forma giuridica, anche lo Stato veniva concepito come mero mezzo in vista di un fine.

In secondo luogo, attraverso la figura di Reinhard Höhn, brillante avvocato e funzionario delle SS sfuggito ai processi contro i crimini di guerra, Chapoutot mette in luce il rapporto tra ideologia nazista, cultura del management industriale negli anni del “boom economico” tedesco e metodi aziendali attuali, spesso accusati di ridurre i lavoratori, apparentemente autonomi e liberi, a mero “capitale produttivo”, sorvegliato e manipolato da piattaforme algoritmiche.

Höhn, come molti altri ex gerarchi delle SS, si reinventò come esperto nella gestione degli apparati industriali, perpetuando la concezione nazista del management, non esplicitamente coercitivo ma, come accade anche oggi in certi contesti lavorativi, illusoriamente benevolo, in cui imperativi come “elasticità”, “performance”, “produttività”, “iniziativa creativa” e “redditività” ci appaiono fin troppo familiari.

Avvicinare il Terzo Reich al nostro presente può sembrare paradossale ma, come già teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman, può anche rivelarsi utile per comprendere l’organizzazione capitalistica attuale. 

 

Chiara Maino