La gioia (e il paradosso) nel silenzio
È possibile una vita felice… in clausura?
Marzo 2026
«Sei felice?»
Rimasi spiazzata e, lì per lì, pronunciai un sì per orgoglio.
«Si è felici solo amando»
In quel momento pensavo che essere felice significasse avere qualcuno che ti ama. Lei invece ha ribaltato tutto, facendomi passare da oggetto a soggetto dell’amore. […] Se imposti la tua vita sull’amore che tu dai agli altri, e non viceversa, tutto cambia!
Partiamo da alcune domande, in particolare da una che mi è stata fatta da un giovanissimo studente di seconda media dopo alcune lezioni sulla vita di San Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo occidentale. Dopo che in classe abbiamo letto qualche passaggio della sua Regola, osservato l’austerità di alcuni luoghi scelti dai monaci eremiti nella storia e infine passato in rassegna i vari spazi di un monastero benedettino, la domanda è arrivata come una freccia: «Ma prof., esistono ancora i monaci?».
Direi quantomeno provvidenziale il fatto che proprio in quei giorni avessi iniziato a leggere «La gioia nel silenzio» di Elena Francesca Beccaria, abbadessa del monastero di Santa Chiara a Roma.
«Eccome se ci sono! E hanno molto da insegnarci!» è stata la mia risposta. Ora, possiamo dire di tutto sulle giovani generazioni, che “sono iper connesse e nate in un mondo già digitale”, che “non leggono più come si faceva una volta”, che “devono imparare il senso del limite perché ai miei tempi a scuola chi non si comportava bene le prendeva…” (insomma le classiche frasi da bar). Passi tutto. Ciò che però non possiamo assolutamente negare è che i giovani alunni di oggi siano molto curiosi. E quindi di fronte alla mia risposta così sicura mi sono visto sgranare gli occhi di tutta la classe, desiderosa di sapere come oggi vivano questi strani individui in abito religioso separati dal mondo. Da lì è nata l’idea di scrivere una lettera a qualche monaco e monaca di clausura del nostro territorio per chiedere di persona.
Ci sono alcune cose però che grazie al libro sopra citato ho potuto condividere in classe, a partire dalla storia dell’autrice. Madre Elena Francesca diventa monaca clarissa all’età di 27 anni, dopo un periodo di crisi e ricerca che l’ha condotta a Perugia, dove un giorno si è sentita rivolgere questa domanda nella citazione riportata sopra: «Sei felice?».
Madre Elena ribadisce più volte che nella sua vita non mancava nulla: era fidanzata da anni, con un lavoro nell’ambito della chimica farmaceutica gratificante e per di più a tempo indeterminato. Una vita «piena di cose, ma vuota». E da questo vuoto si faceva sentire una strana angoscia che l’ha spinta a cercare qualcosa di più. Un percorso strano, iniziato nel silenzio “avvolgente” (sarà un tema fondamentale nel libro!) di una chiesa vuota passando per il confronto con varie persone e infine culminato in quell’incontro a Perugia. Elena scoprì che la vita che si era confezionata fino ad allora non le bastava più e decise, dopo un periodo di prova, di entrare in monastero, affiancando il nome “Francesca” al nome di battesimo.
Ci sono tante parole che nella lettura del libro potrebbero sembrare calate dall’alto ma che invece riflettono la vita vera, concreta, di madre Elena e di tantissime monache e monaci che oggi vivono secondo una regola in tante comunità sparse nel mondo: silenzio, gioia, preghiera, profezia, privilegi, addirittura “maternità”.
Diciamo che se fossimo gli addetti marketing di un monastero probabilmente non stamperemmo t-shirt o felpe con queste parole. Viviamo in un mondo dove tutto scorre velocissimo, dalle notizie ai nuovi prodotti tecnologici, dove i nostri adolescenti passano in media un quarto della giornata al telefono (fonte: Corriere della sera). Come proporre loro di abitare il silenzio? Eppure madre Elena non si rassegna e ci fornisce tre passi concreti per riscoprire questa dimensione fondamentale: ascoltare il silenzio del creato – ascoltare noi stessi – ascoltare la voce di Dio, che nel silenzio parla. Capiamo già che la proposta di questo libro non è di una vita disincarnata ed eterea, ma profondamente unificante.
Se quando ho proposto alla classe di scendere nel giardino della scuola per ascoltare il silenzio del creato anche gli alunni più frenetici sono rimasti incantati (seppur solo per pochi secondi), quando ho raccontato della gioia nella vita in monastero sono piovute le obiezioni. Parafrasando un famoso brano bilico: Su questo ti ascolteremo un’altra volta. La gioia viene intesa oggi dai giovani come divertimento, sballo o trasgressione; chi è più vicino agli ambienti della Chiesa azzarda a vederla nell’amicizia e nella condivisione, ma in monastero… no! Non aiuta né l’immaginario medievale derivato da Il nome della rosa né l’angelico convento della serie Che Dio ci aiuti. La scommessa di madre Elena (e di tantissimi come lei) origina dal “privilegio” di Santa Chiara, che lei stessa racconta nel libro. Nel 1228 la giovane di Assisi ottenne da Gregorio IX il privilegium paupertatis, ovvero il privilegio di non avere privilegi: «Certamente colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo non vi farà mancare né il vitto né il vestito…». La povertà, contraria alla logica del mondo, provoca l’affidamento, un altro elemento alieno dalla nostra società, a Dio e ai fratelli. Dentro le mura del monastero si vivono così la fraternità e la preghiera, definita come il ciò che fa respirare l’anima. E la gioia? È qui, nella vita non riempita di tante cose ma custodita dalla preghiera e dal silenzio, nella fraternità (con le fatiche che comporta!), nella letizia di servire e amare per primi come fa Dio con noi.
Un esempio di questa gioia si trova scolpita nei ricordi della quaresima dell’anno 2020, segnata dalla piaga dell’isolamento. Nel libro è riportata la lettera di mons. Arturo Aiello, vescovo di Avellino, che in quei giorni drammatici chiedeva il sostegno delle monache affinché la loro preghiera aiutasse tutte le persone che di punto in bianco si trovavano in “clausura forzata”: «Insegnateci l’arte di vivere contente di niente, in un piccolo spazio, senza uscire, eppure impegnate in viaggi interiori che non hanno bisogno di aerei e di treni». Il vuoto del silenzio riempito dall’ascolto di chi ogni giorno passa in monastero per un confronto, un aiuto, e dalla preghiera che sostiene e custodisce.
Chiudiamo dunque questo invito alla lettura con un passaggio su questo tema che personalmente mi ha colpito molto: madre Elena parla di aver sperimentato la “maternità” tra le mura del monastero. Inizialmente questa parola mi suonava come un’esagerazione usata in questo contesto. Eppure sono davvero tante le persone che passano e consegnano le loro storie alle preghiere delle monache, storie segnate da ferite e fragilità (chi ne è esente?) o in una fase di dubbi e domande. Le monache non hanno risposte facili: le accompagnano, consegnando a tutta la comunità i motivi di preghiera, ogni singolo giorno, affinché quelle storie, in una fase “embrionale”, possano vedere la luce. Spesso dopo mesi qualcuno ritorna o scrive una lettera in cui racconta di come è tornata nella gioia. Altrettanto spesso la preghiera sembra non servire, di fronte a malattie da cui non si guarisce o lutti improvvisi. Anche in questi casi però la preghiera è sempre custodia amorevole, carezza che consola, nella speranza in Dio che «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Vale la pena sperare, pregare, credere? Magari attraverso l’esercizio della povertà e della fraternità? Possiamo iniziare il cammino leggendo. Madre Elena vi aspetta, e lei è convinta di sì.
Davide Spinelli



