Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.
Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.
Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

Concilio Ecumenico Vaticano II: è stato il ventunesimo concilio ecumenico nella storia della Chiesa.
Ecumenico: detto così perché ad esso sono stati invitati i vescovi della Chiesa cattolica di tutta l’ “ecumene”, cioè di tutti i paesi del mondo in cui essa era presente.
Vaticano II: perché si è svolto, come il Concilio Vaticano I (1870), nella Città del Vaticano.
Vescovi partecipanti: in totale 3054; al primo periodo: 2443; a tutti e quattro: 1897. Provenienti da 116 paesi diversi: 36% dall’Europa, 22% dall’America latina, 12% dall’America del nord, 20% da Asia e Oceania, 10% dall’Africa.
Sessioni: sono i quattro periodi in cui si svolse il Concilio: 1^ sessione: 11 ottobre-8 dicembre 1962; 2^ sessione: 29 settembre-4 dicembre 1963; 3^ sessione: 14 settembre-21 novembre 1964; 4^ sessione: 14 settembre-8 dicembre 1965.
Intersessioni: i periodi tra una sessione e l’altra, durante i quali le commissioni conciliari continuavano a lavorare sugli schemi in fase di discussione.
Quanto segue viene stabilito nel testo sul regolamento del Concilio del 6 agosto 1962: Appropinquante Concilio.
Consiglio di presidenza: costituito da 10 cardinali nominati dal Papa, col compito di presiedere a turno le riunioni plenarie in S. Pietro: Ruffini (Italia), Tappouni (Siria), Gilroy (Australia), Spellman (Stati Uniti), Caggiano (Argentina), Liénart (Francia), Tisserant (Francia), Pla y Deniel (Spagna), Frings (Germania), Alfrink (Olanda).
Segretario generale del Concilio: viene nominato Pericle Felici.
Commissioni conciliari: sono 10, mantengono la stessa denominazione di quelle preparatorie (vedi n. 6), tranne la 10^ che unisce quella dell’Apostolato dei laici e il Segretariato della stampa e dello spettacolo. Devono presentare gli schemi elaborati durante la fase preparatoria e introdurre gli emendamenti proposti e approvati durante i dibattiti; composta ciascuna da 25 membri, di cui 9 nominati dal Papa, 16 eletti dai vescovi. Ad esse si aggiunge il Segretariato per l’unità dei cristiani, già esistente (segue).

Terminata la giornata inaugurale del Concilio, quella sera stessa il Papa rivolge il suo saluto alla folla radunata in Piazza S. Pietro dicendo: “Si direbbe che perfino la luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto (nella foto), a guardare questo spettacolo. Vi è che noi chiudiamo una grande giornata di pace”.
Nel seguito del discorso il Papa si presenta come un fratello diventato Padre per volontà del Signore e accenna alla grandiosa inaugurazione del Concilio avvenuta nel giorno in cui si ricorda l’anniversario della proclamazione del dogma della divina Maternità di Maria al Concilio di Efeso del 431, a cui il Papa rivolge un’invocazione. E prima di dare la benedizione ai presenti, pronuncia le note e bellissime parole: “Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino”.
Interessante, letto ora, quanto il Papa dice alla fine: “Il Concilio è incominciato e non sappiamo quando finirà. Se non dovesse concludersi prima di Natale, poiché forse non riusciremo, per quella data, a dire tutto, a trattare i diversi argomenti, sarà necessario un altro incontro”.
E di fatto ci vollero altri tre anni!
(Nel prossimo appuntamento vedremo, prima di inoltrarci nelle discussioni conciliari, alcune precisazioni utili per capire meglio le modalità di svolgimento del Concilio stesso).

Preceduto da una processione di circa 2500 vescovi che attraversano Piazza S. Pietro (nella foto), Giovanni XXIII, sulla sedia gestatoria, fa il suo ingresso nella Basilica dove dà inizio al Concilio Vaticano II con un discorso dal ben noto incipit, Gaudet Mater Ecclesia: “Gioisce la Madre Chiesa, poiché…è sorto il giorno tanto desiderato in cui il Concilio Ecumenico Vaticano II qui solennemente inizia”.
Soffermiamoci sui nuclei più significativi di questo discorso, considerato come la bussola che avrebbe dovuto orientare e guidare i Padri nella celebrazione del Concilio stesso.
Il Papa mostra di non condividere la lettura pessimistica della situazione contemporanea da parte di coloro che lui chiama “profeti di sventura (rerum adversarum vaticinatores), che annunciano eventi sempre infausti, quasi sovrasti la fine del mondo”. Non vi è stata un’età dell’oro della Chiesa, che sarebbe poi progressivamente decaduta fino ad oggi: le difficoltà esistevano anche in passato. Ora, piuttosto, non ci sono più ingerenze dei poteri civili nel Concilio, come spesso invece accadeva in tempi trascorsi.
Compito del Concilio è non solo custodire il deposito della dottrina cristiana, ma insegnarlo in modo più efficace, rinnovato, aggiornato: è necessario “un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze…Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, altra la formulazione del suo rivestimento: di questo deve tener conto un magistero a carattere prevalentemente pastorale”.
Questo non sarà un Concilio di condanna: la Chiesa, sposa di Cristo, “preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità e ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna”.
Il Concilio inoltre deve promuovere quell’unità che Gesù ha invocato dal Padre: unità dei cattolici tra loro, unità di preghiere con cui i cristiani separati aspirano ad essere uniti con Roma, unità nella stima e nel rispetto verso la Chiesa cattolica da parte di coloro che seguono religioni non cristiane.

Il 4 ottobre 1962, una settimana esatta prima del Concilio, Giovanni XXIII compie un pellegrinaggio in treno (nella foto) a Loreto e ad Assisi per invocare dalla Vergine e da San Francesco l’aiuto e l’illuminazione per un
evento tanto grande e a lungo preparato e atteso.
Si tratta della prima uscita di un Papa fuori dal Lazio dopo l’annessione di Roma allo Stato italiano nel 1870: motivo per cui stampa, radio e televisione sottolineano la portata eccezionale dell’evento. Il viaggio viene effettuato col treno del Presidente della Repubblica Italiana, partendo dalla Stazione di S. Pietro in Vaticano; il Papa è accompagnato, sia all’andata che al ritorno, da Fanfani, capo del Governo, e arriva a Loreto alle 11,50, dopo alcune soste alle stazioni più importanti per rispondere ai saluti della folla accorsa a salutarlo; all’ingresso del Santuario il Papa è ricevuto dal Presidente Antonio Segni. Nel discorso da lui tenuto nel Santuario, il Pontefice ricorda come in passato già altri Papi e personaggi famosi abbiano sostato lì in preghiera; poi egli sottolinea il fatto che il suo pellegrinaggio vuole essere la ripresa e la conferma di tutte le preghiere finora fatte per il felice svolgimento del Concilio e vuole essere il simbolo del cammino della Chiesa verso la missione, indicatale da Cristo, luce delle genti, di servizio, amore e pace.
Nel tardo pomeriggio Giovanni XXIII, sulla via del ritorno, sosta ad Assisi dove prega davanti alla tomba del Santo, del quale richiama la santità, l’umiltà e l’uso moderato delle cose belle e buone del mondo. Quindi il Papa si rivolge, in successione, ad Assisi, all’Italia e al mondo perché siano fedeli alla missione di pace e civiltà a cui Dio li ha chiamati.
Il pellegrinaggio del Papa si conclude con il suo rientro in Vaticano alle 22,10.

A un mese dall’inizio del Concilio Giovanni XXIII indirizza al mondo un radiomessaggio (nella foto).
Dopo aver definito la Chiesa come colei che ha ricevuto la missione di far conoscere agli uomini Cristo, luce delle genti, il Papa dice: “Che è mai infatti un Concilio Ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù Risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la Chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? Il mondo ha bisogno di Cristo ed è la Chiesa che deve portare Cristo al mondo”. Poi, dopo aver ricordato il desiderio profondo dell’umanità di una vita condotta nell’amore e nella pace e i gravi problemi che travagliano il mondo odierno, il Papa afferma che tali problemi “stanno da sempre sul cuore della Chiesa” e che il Concilio potrà offrire ad essi soluzioni richieste dalla dignità dell’uomo e dalla sua vocazione cristiana. In particolare, egli richiama: l’uguaglianza fondamentale di tutti i popoli nell’esercizio di diritti e doveri; la difesa del carattere sacro del matrimonio; il pericolo delle dottrine che sostengono l’indifferentismo religioso o che negano Dio; il problema dei paesi sottosviluppati, ai quali la Chiesa si presenta come la Chiesa di tutti, e specialmente la Chiesa dei poveri; la necessità di denunciare e porre rimedio alle “miserie della vita sociale che gridano vendetta al cospetto di Dio” e di vigilare perché “la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti”; la necessità della libertà religiosa, essenziale per avviare l’uomo sul cammino della verità; il Concilio contribuirà a promuovere l’anelito degli uomini alla pace, alla fraternità e all’amore, esigenze naturali dell’umanità. Il Papa infine invita alla preghiera per l’unità dei cristiani, obiettivo a lui sempre presente e al quale il Concilio deve tendere: ut omnes unum sint (Gv 17,11), unum di pensiero, di parola e di opere.

Con la Costituzione Humanae salutis del 25 dicembre 1961 Giovanni XXIII annuncia che il Concilio sarà convocato entro il 1962 (successivamente verrà precisato il giorno: 11 ottobre). E’ interessante confrontare questa Costituzione con quella del 1868, Aeterni Patris, con cui Pio IX (nella foto) indice il Concilio Vaticano I: a distanza di un secolo, in un contesto mondiale completamente mutato, si possono notare radicali differenze nel modo con cui i due Papi si pongono nei confronti del mondo contemporaneo, del ruolo dei laici nella Chiesa, dei cristiani non cattolici e nel valutare il lavoro svolto in preparazione al Concilio.
Riguardo al mondo contemporaneo, AeP si sofferma a descriverne i mali presenti; HS ne evidenzia le conquiste in campo scientifico e tecnico e il grande progresso materiale, a cui però non ne corrisponde uno uguale in campo morale. Nonostante ciò, dice il Papa, “ci sembra di scorgere indizi non pochi (i segni dei tempi) che fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità”.
Uno di questi segni è proprio quello del laicato cattolico sempre più consapevole delle sue responsabilità nella Chiesa, a cui esso può dare un validissimo apporto; dei laici, invece, AeP non fa cenno.
AeP non nomina per niente i fratelli separati, mentre HS sottolinea l’interesse che essi hanno mostrato per il Concilio durante il periodo di preparazione (come si è potuto notare nelle puntate scorse): verso di loro il Papa esprime stima e affetto e la viva speranza che il Concilio favorisca la ricostituzione dell’unità visibile di tutti i cristiani suscitando nei fratelli separati il desiderio di ritornare all’unità.
Infine AeP non accenna per nulla ai lavori preparatori, mentre HS ne parla in modo ampio.
Il Papa inoltre esprime l’augurio che il Concilio contribuisca a promuovere la pace: la Chiesa non può ignorare i problemi e le fatiche dell’umanità ed è chiamata a difendere i diritti di tutti gli esseri umani.

All’inizio del periodo preparatorio (giugno 1960), tra i 15 componenti del Segretariato della Stampa e dello Spettacolo viene incluso anche don Andrea Spada (nella foto), direttore de L’Eco di Bergamo e autore di un diario del Concilio, ricco di molte osservazioni interessanti, che copre però solo il primo periodo (ottobre-dicembre 1962) a cui egli partecipò come peritus.
Invece tra i consultori del Segretariato per l’unità dei cristiani figura don Alberto Bellini, docente del Seminario, autore de Il movimento ecumenico, con una recensione di Padre R. Tucci, il quale afferma che Bellini esamina l’argomento “in tutti i suoi diversi aspetti con ottima conoscenza della materia e con ampia documentazione; è uno studio accurato e giudizioso del movimento ecumenico”.
Giuseppe Piazzi, vescovo di Bergamo (1953-1963), in un discorso sull’unità della Chiesa del 25 gennaio 1960, dice che tutti desiderano l’unione dei cristiani, ma a ciò non basterà un Concilio, date le profonde divisioni tuttora esistenti; occorre perciò che i cattolici e i fratelli separati ricerchino insieme la verità, nella carità reciproca.
In un’omelia del 29 giugno 1960 Piazzi definisce il Concilio “una rinata primavera della Chiesa, un rinnovarsi della sua perenne giovinezza”: essa vivrà un nuovo slancio missionario e il Concilio “sarà un dolcissimo richiamo ai fratelli separati, ma ci saranno ancora anni e anni di pena per questa infelice separazione di fratelli che credono nello stesso Cristo”. L’intento ecumenico sarà vivo, ma ciò richiederà che il mondo cattolico recuperi “una coscienza cristiana, il senso di Dio e della Chiesa, perché la vita, così infaustamente laicizzata, ritorni ad essere illuminata di Dio”.
Il suo nome risulta poi, a Concilio iniziato, tra gli eletti della Commissione sui vescovi e il governo delle diocesi, di cui aveva già fatto parte nella fase preparatoria.
Alla sua improvvisa morte gli succede Clemente Gaddi (1963-1977), all’epoca vescovo coadiutore di Siracusa, il cui nome risulta tra i nominativi proposti per eleggere i componenti della Commissione Dottrinale, in cui però non fu eletto. Caprile lo cita tra quei vescovi che hanno inviato alle loro diocesi lettere dal Concilio.

Può essere utile ricordare un antefatto: l’incontro avvenuto il 13 giugno 1960 tra Giovanni XXIII e Jules Isaac (nella foto), professore francese di Storia, la cui famiglia fu deportata ad Auschwitz, autore del libro Gesù e Israele, pubblicato nel 1948, in cui si esprimeva anche l’auspicio che le Chiese cristiane condannassero “l’insegnamento del disprezzo” a lungo predicato contro gli Ebrei: “Senza i secoli di catechesi, di predicazione e di vituperazione cristiane, la catechesi, la predicazione e la vituperazione hitleriane sarebbero state impossibili”. Il Papa, a cui Isaac manifesta perciò la speranza che il Concilio affronti il problema dei rapporti tra cristiani ed ebrei, gli risponde: “Avete diritto ben più che alla speranza”.
Quando però sulla stampa comincia ad affacciarsi l’ipotesi che, oltre a protestanti e ortodossi, possano essere presenti al Concilio, come osservatori, anche degli ebrei, in una conferenza di rabbini a Parigi nel 1961 si dichiara che il giudaismo non intende intervenire nel problema dell’unità dei cristiani.
Si esprime invece soddisfazione per la soppressione dai testi liturgici, voluta dal Papa, di alcune affermazioni offensive verso gli ebrei (basti ricordare l’eliminazione di perfidis dalla preghiera del Venerdi Santo: “Oremus pro perfidis Iudaeis”); ci si attende inoltre dal Concilio una esplicita dichiarazione di rinuncia all’antisemitismo, la fine dell’accusa di deicidio e il riconoscimento del ruolo di Israele nel disegno salvifico di Dio.
In un articolo sul Jerusalem Post del 14/1/1962 G. Wigoder riconosce che, grazie alle iniziative di Giovanni XXIII, “è evidente che un clima completamente nuovo esiste nella Chiesa Cattolica”. In un suo intervento E. Modigliani afferma che col Concilio “potremo assistere all’apertura di un dialogo che non abbia per fine la conversione degli interlocutori, ma il chiarimento delle reciproche posizioni. Per fare ciò occorre che la Chiesa sfrondi il suo insegnamento di quel tanto di avversione agli ebrei che diede origine a forme di antisemitismo e che è anticristiano”.

L’importanza, sottolineata la scorsa volta, della finalità ecumenica del Concilio ha fatto sì che ad esso venissero invitati anche osservatori cristiani non cattolici.
Il 2 dicembre 1960 l’Arcivescovo anglicano di Canterbury dott. Fisher va a Roma in visita al Papa: egli riconosce che per ora l’unione non è possibile perché ciò significherebbe soggezione a Roma, ma si deve insistere sull’unità di spirito e su ciò che vi è in comune tra anglicani e cattolici, invece di combattersi. Ciò, per il Papa, è segno di progresso e indica che non si devono nutrire timori reciproci.
Il 25 aprile 1962 il Cardinal Bea dichiara che gli osservatori non cattolici invitati al Concilio potranno seguirne i lavori partecipando alle sedute plenarie in S. Pietro, dove si discuteranno gli schemi da approvare. Il 5 luglio 1962 il nuovo Arcivescovo anglicano Ramsey (nella foto) rende noti i nomi dei tre delegati della sua Chiesa che assisteranno, con i delegati di altre Chiese non cattoliche (Luterana, ecc.), alle sedute plenarie del Concilio e dice: “E’ conveniente che noi della Comunione Anglicana accettiamo questo invito dai nostri colleghi cristiani nella Chiesa Cattolica Romana. Le profonde differenze dottrinali tra la Chiesa di Roma e la nostra non impediscono di invitare tutti i cristiani a pregare per il prossimo Concilio”.
Nel mondo ortodosso Atenagora, Patriarca di Costantinopoli, è favorevole a mandare osservatori e desidera incontrare il Papa, di cui dice: “E’ il Papa dell’unità e della carità. Dobbiamo pensare soprattutto a ciò che abbiamo in comune: la fede in Nostro Signore, la Tradizione, le Scritture, i sacramenti. L’unità è più che mai necessaria oggi per poterci abbracciare reciprocamente, piangere insieme a motivo della nostra lunga separazione, manifestare la nostra afflizione per il passato e la gioia per l’avvenire”. Invece Alexis, Patriarca di Mosca, dapprima è contrario a mandare osservatori, poi accetta, ma nel frattempo Atenagora, ignaro di tale decisione, per non rompere l’unità delle Chiese ortodosse, dichiara impossibile l’invio di suoi osservatori a Roma.
Uno dei motivi principali che hanno spinto Giovanni XXIII a convocare il Concilio è stato quello ecumenico, cioè il desiderio di promuovere un riavvicinamento tra i fratelli separati e la Chiesa cattolica. Questo obiettivo viene spesso sottolineato, oltre che dal Papa stesso, anche dal Cardinale gesuita tedesco Agostino Bea, posto alla guida del Segretariato dell’unità dei cristiani, come quando, in una intervista a New York il 17 giugno 1960, egli, citando il Motu proprio Superno Dei nutu, dichiara che il Segretariato si propone due scopi: fare in modo che “i fratelli separati possano seguire i lavori del Concilio e più facilmente trovare la via per raggiungere quella unità per la quale Gesù Cristo rivolse al Padre così ardente preghiera”. Il Cardinale aggiunge che il desiderio dell’unità è stato favorito dagli studi biblici e storici e che esso è maggiore nei paesi europei che negli Stati Uniti, dove le divisioni dei protestanti in moltissimi gruppi causano notevoli difficoltà al raggiungimento dell’unità. Due segni mostrano la “nostalgia” dell’unione: la creazione del Consiglio Mondiale delle Chiese, i cui aderenti sono accomunati dalla verità di “riconoscere Gesù Cristo come loro Salvatore e Dio”; la diffusione dell’Ottava di preghiere per l’unità (18-25 gennaio). Tuttavia occorre evitare facili illusioni poiché, dopo secoli di divisioni, molte sono le difficoltà da superare. Riguardo agli Ortodossi, il Papa non si attende subito l’unione, ma “il riavvicinamento prima, il riaccostamento poi e la riunione perfetta di tanti fratelli separati con l’antica Madre comune”; essi sono molto più vicini alla Chiesa cattolica dei gruppi protestanti, poiché da essa li divide soltanto la dottrina del primato e dell’infallibilità del Sommo Pontefice.
In un’altra occasione, a Monaco di Baviera, il cardinal Bea dichiara che il Concilio non risolverà tutti i problemi, specialmente quelli riguardanti l’unione delle Chiese, perchè a ciò non si è ancora preparati; scopo di esso, piuttosto, è “elaborare concrete premesse che permettano l’apertura di un dialogo tra i cattolici e le altre confessioni cristiane”.
Con il Motu proprio Superno Dei nutu, il 4 giugno 1960 Giovanni XXIII annuncia l’inizio della fase preparatoria e la costituzione di una Commissione Centrale presieduta dal Papa stesso, di dieci Commissioni presiedute dai presidenti delle Congregazioni di Curia, col compito di preparare gli schemi sui vari temi da trattare in Concilio, più due Segretariati.
1 – Commissione teologica;
2 – Commissione sui vescovi e il governo delle diocesi;
3 – Commissione sulla disciplina del clero e del popolo cristiano;
4 – Commissione sui religiosi;
5 – Commissione sulla disciplina dei sacramenti;
6 – Commissione sulla sacra liturgia;
7 – Commissione sui seminari, gli studi e l’educazione cattolica;
8 – Commissione sulle Chiese orientali;
9 – Commissione sulle missioni;
10 – Commissione sull’apostolato dei fedeli.
Ad esse si aggiungono:
Segretariato per i cristiani separati dalla Sede Apostolica, perché anch’essi “possano seguire i lavori del Concilio e trovare la via per raggiungere quell’unità per la quale Gesù rivolse al Padre Celeste così ardente preghiera”.
Segretariato per i problemi riguardanti stampa, radio, televisione, cinema, ecc.
Gli Acta e i Notiziari di G. Caprile ci riportano i discorsi di apertura e di chiusura di Giovanni XXIII in occasione delle sette sessioni complessive tenute dalla Commissione Centrale preparatoria (l’ultima delle quali il 20 giugno 1962), da lui presiedute; i lavori delle dieci Commissioni per preparare gli schemi relativi ai diversi temi da affrontare in Concilio e che la Commissione Centrale poi esaminò per decidere quali di quegli schemi sarebbero stati presentati all’assemblea conciliare per essere discussi e approvati. Infatti, per alcuni dei temi sopra elencati, furono elaborati schemi diversi da più Commissioni, al punto che la Commissione Centrale ne ricevette e ne esaminò ben 71: di essi ne furono poi presentati in Concilio complessivamente 22.

Ecco un accenno ad alcuni vota, distinti per temi, sotto la voce Doctrinae capita (la Dottrina della Chiesa):
De theologica speculatione: Spogliare la Rivelazione della sua veste aristotelica e platonica e adottare un linguaggio più biblico; dare maggiore libertà ai teologi nell’indagare la verità. De fide catholica: chiarire i rapporti tra fede, ragione, progresso scientifico. De Sacra Scriptura: ogni nazione abbia una versione della Bibbia nella propria lingua; diffondere edizioni integrali della Bibbia per eliminare l’ignoranza della Scrittura tra i cattolici. De catholica Traditione: per favorire l’unione con i fratelli separati, si riveda il concetto di Tradizione e si dica che fonte primaria della Rivelazione è la Scrittura. De Ecclesia: si riaffermino il primato e l’infallibilità papali anche con espressioni della Scrittura e dei Padri: così il Papa non apparirà come altro dalla Chiesa, ma come membro gerarchico dell’unica Chiesa, in unione con gli altri membri; non si diano nuove definizioni dogmatiche che risultino pericolose all’unione con i fratelli separati, e non si usi più la formula dell’anatema; si chiarisca il ruolo e la dignità dei laici nella Chiesa. De Ecclesia et Statu: si tratti il tema della libertà di coscienza, la libertà religiosa, la tolleranza dei culti, lo Stato aconfessionale, la dottrina del bene comune; si diano indicazioni sulla collaborazione politica dei cattolici con altri partiti politici. De sociali doctrina Ecclesiae: alla Chiesa nulla di umano è estraneo, essa vuole liberare gli uomini da ogni ingiustizia, sostiene la dignità di ogni persona e l’uguaglianza dei diritti di tutti; il diritto alla vita è primario, quello alla proprietà è secondario e deve svolgere una funzione sociale. De theologia morali: respingere la teoria delle due norme morali, una per la vita privata, l’altra per quella pubblica: vi sono uomini cattolici che negli affari e in politica mancano di una vera coscienza.
De erroribus damnandis: ateismo, agnosticismo, immanentismo, positivismo, materialismo, laicismo, liberalismo, capitalismo, comunismo, marxismo, socialismo, nazionalismo, totalitarismo, ecc.
Dall’annuncio del Concilio del 25 gennaio 1959 al suo effettivo inizio, l’11 ottobre 1962, è trascorso un periodo di quasi quattro anni, che si suole distinguere in due fasi: antepreparatoria (maggio 1959-maggio 1960), preparatoria (giugno 1960-settembre 1962).
Oggi, perciò, e nei prossimi interventi, ci soffermeremo su alcuni momenti significativi di queste due fasi, che possono aiutarci a capire l’importanza di un lavoro organizzativo così ampio e complesso e le difficoltà che inevitabilmente si sono dovute affrontare.
Il 15 maggio 1959 viene nominata la Commissione antepreparatoria, presieduta dal Cardinal Tardini, Segretario di Stato, e costituita da dieci membri, e ne vengono definiti i compiti: consultare i futuri Padri conciliari, le Congregazioni romane, le Università ecclesiastiche e cattoliche di tutto il mondo, sui temi più urgenti da trattare nel Concilio.
Il 18 giugno 1959 viene inviata una lettera ai destinatari sopra elencati perché facciano pervenire, in latino, i loro vota (proposte) omni cum libertate et sinceritate, entro il 1 settembre 1959; Tardini precisa: “Il Concilio sarà, più che dogmatico, pratico; più che ideologico, pastorale”.
Il 21 marzo 1960 viene spedita una lettera per sollecitare i vescovi, che ancora non l’avessero fatto, a mandare i loro vota.
Esito della consultazione: pervenute 2150 risposte su 2812 soggetti interpellati, tra Vescovi, Superiori di Ordini religiosi, Istituti di studi superiori.
Questo vasto materiale ha richiesto un lungo lavoro di schedatura per suddividere e raccogliere, per temi, le proposte pervenute alla Santa Sede, in base a cui capire quali fossero gli argomenti da trattare e successivamente elaborare gli schemi da presentare e discutere in Concilio.
La fase antepreparatoria si conclude il 30 maggio 1960 con un discorso in cui Giovanni XXIII traccia un bilancio senz’altro positivo del lavoro svolto dalla Commissione a tale scopo costituita un anno prima.
La prossima volta si offrirà un brevissimo saggio degli innumerevoli vota pervenuti in Vaticano e conservati in ben 14 volumi degli Atti.

Da alcune testimonianze sappiamo che l’idea di un nuovo Concilio venne al successore di Pio XII, Giovanni XXIII, eletto Papa il 28 ottobre 1958, in modo spontaneo e pressoché improvviso: perciò esso non fu affatto una ripresa del Concilio progettato da Pio XII. L’annuncio venne dato da Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, ricorrenza della Conversione di S. Paolo, ai diciassette cardinali riuniti nella basilica di S. Paolo fuori le mura. Nel discorso tenuto, come Vescovo di Roma sottolineò il grande sviluppo avuto dalla città negli ultimi decenni e i problemi connessi alla situazione e all’assistenza spirituale della popolazione; come Pastore della Chiesa universale accennò ai pericoli, per la vita spirituale dei fedeli, derivanti dall’eccessiva attrattiva esercitata dai beni materiali e accresciuta dal progresso della tecnica. Per far fronte a ciò, il Papa annuncia quindi tre avvenimenti importanti: la celebrazione di un Sinodo diocesano per Roma, di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale e l’aggiornamento del Codice di Diritto Canonico. Per quanto riguarda il Concilio Ecumenico, esso vuole essere “un invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra”.
Sulle tre iniziative annunciate il Papa ritorna con l’Enciclica Ad Petri Cathedram del 29 giugno 1959, auspicando che esse “possano felicemente condurre a una maggiore e più profonda conoscenza della verità, ad un salutare incremento del costume cristiano e alla restaurazione dell’unità, della concordia, della pace”. L’unità è una caratteristica ben visibile della Chiesa Cattolica che, sotto la guida di Pietro, l’ha ricevuta da Cristo stesso: è un’unità di fede, di regime, di culto. Unità di fede perché vi è una sola verità, tuttavia vi sono punti sui quali “la Chiesa cattolica lascia libertà di disputa ai teologi, in quanto si tratta di cose non del tutto certe e tali dispute non rompono l’unità della Chiesa”. Unità di regime poiché i fedeli sono soggetti ai sacerdoti, questi ai vescovi, e i vescovi al Papa successore di Pietro posto da Cristo a fondamento della Chiesa. Unità di culto perché nella Chiesa si celebra un solo sacrificio, quello eucaristico, pur con riti diversi.
Segue infine un appello ai cristiani separati: “Considerate che il nostro amoroso invito all’unità della Chiesa non vi chiama in casa forestiera, ma nella propria e comune casa paterna…Noi perciò a tutela dell’unità della Chiesa esortiamo a pregare con perseveranza anche tutti i nostri fratelli e figli in Cristo…a tutti i nostri fratelli e figli separati da questa Cattedra di Pietro ripetiamo le parole: “Io sono Giuseppe vostro fratello” (Gen 45,4)…da questa sospirata unità e concordia sgorgherà una grande pace, quella pace che Cristo ha donato con queste parole: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do non come la dà il mondo” (Gv 14,27).

La presa di Roma del 20 settembre 1870 aveva determinato la brusca interruzione, divenuta poi definitiva, del Concilio Vaticano I che, di fatto, formalmente non fu mai chiuso. Questo spiega come mai più tardi Pio XI (1922-1939) abbia considerato la possibilità di una ripresa di quel Concilio, anche se poi tale progetto non ebbe una sua effettiva realizzazione.
Anche il suo successore papa Pio XII (1939-1958) pensò alla possibilità di un nuovo Concilio e ne avviò l’effettiva preparazione costituendo una Commissione Centrale preparatoria. La prima fase ebbe inizio nel 1948, con la stesura di un elenco di argomenti da trattare nel futuro Concilio; nella seconda fase nel 1949, in una lettera inviata ai vescovi, si insistette sulla necessità di condannare gli errori del tempo moderno, ai quali il Concilio avrebbe dovuto porre rimedio. Questo il contenuto dottrinale che il Concilio avrebbe dovuto sviluppare: 1- Dio e il suo supremo dominio, fonte di ogni ordine; 2 – Natura e fine dell’uomo; 3 – Natura e compito della Chiesa.
In una terza fase (1949-1951) si cominciò a guardare all’effettivo svolgimento del Concilio; nella Commissione Centrale vennero però delineandosi due diverse posizioni: quella di coloro che ritenevano che il Concilio potesse svolgersi nel 1951, durare poche settimane, dimostrare l’unità dei Padri approvando in breve gli schemi presentati dalla Commissione Centrale, riaffermare le principali verità della Chiesa Cattolica e condannare gli errori della modernità; e la posizione di coloro che, invece, ritenevano necessario un lungo periodo di preparazione, fissando l’inizio del Concilio senza porre limiti alla sua durata e prevedendo uno svolgimento in più sessioni, lasciando ai Padri conciliari la piena libertà di discussione.
Di fronte a queste opinioni contrastanti e ai problemi organizzativi che un Concilio di tali dimensioni poneva, Pio XII preferì abbandonare tale progetto, di cui non si fece più parola.

La bibliografia sul Concilio Vaticano II ha ormai raggiunto dimensioni vastissime e ciò denota l’importanza che tale evento ha avuto non solo per la Chiesa Cattolica, ma anche per le altre Chiese cristiane e per la società civile sia italiana che mondiale.
Numerose sono state le interpretazioni date, in particolare, ad alcuni tra i testi finali prodotti dall’assise conciliare, che tuttora non mancano, in prossimità, ormai, del sessantesimo anniversario dal suo inizio, di suscitare continuo interesse e nuove discussioni: spesso per constatare, dopo tanti anni, la scarsa applicazione, se non addirittura l’oblio, in cui sono cadute alcune indicazioni conciliari, che lo stesso Papa Francesco ha più volte richiamato all’attenzione della Chiesa.
A maggior ragione risultano di grande importanza, per conoscere e mantenere viva e attuale l’eredità lasciataci da un evento così decisivo, le due opere citate la scorsa volta, da cui si possono attingere moltissime informazioni: gli Atti del Concilio e i cinque volumi curati da G. Caprile, un gesuita che, su richiesta dello stesso Giovanni XXIII, compilò e raccolse i notiziari relativi a ciò che avvenne durante la fase preparatoria e il successivo svolgimento del Concilio (1959-1965), a cui egli potè assistere personalmente.
Per quanto riguarda i 66 volumi degli Atti, il loro valore straordinario consiste certamente nel fatto che essi contengono e ci offrono tutto ciò che venne proposto, discusso, approvato dai Padri conciliari, a partire da quando Papa Roncalli annunciò, il 25 gennaio 1959, la sua decisione di convocare il Concilio, fino alla sua conclusione, l’8 dicembre 1965. Materiale, quello raccolto negli Atti, amplissimo e più volte citato da Caprile stesso, che rappresenterà un punto di riferimento costante in questo nostro percorso quindicinale sul Vaticano II.

