Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.
Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.
Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

Lunedi 3 giugno 1963, alle 19.45, Papa Giovanni, malato già da tempo, muore. Nel discorso funebre in sua memoria tenuto a Milano il 7 giugno, il Cardinale Giovan Battista Montini dice che Giovanni XXIII ha saputo conciliare la verità con la carità: la verità non è fatta per dividere gli uomini, ma per attrarli all’unità e alla fratellanza. Il Papa defunto ha espresso l’universalità della Chiesa cattolica favorendo i rapporti con nazioni antiche e nuove e inserendo nella gerarchia della Chiesa persone di ogni provenienza. Col Concilio ha posto le condizioni per una collaborazione dei vescovi al governo della Chiesa e ha promosso l’ecumenismo favorendo gli sforzi per il ritorno all’unità della Chiesa e per la diffusione della pace tra i popoli.
Nel conclave successivo, il 21 giugno 1963, viene eletto Papa proprio il Cardinal Montini, che assume il nome di Paolo VI (nella foto).
Risulta subito evidente la continuità tra il suo pontificato e quello di Roncalli: infatti, nel radiomessaggio del 22 giugno, Paolo VI dichiara che egli proseguirà con ogni impegno il Concilio a cui sono fissi gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà: «Questa sarà l’opera principale per cui intendiamo spendere tutte le energie che il Signore ci ha date».
A questa dichiarazione, il 27 giugno fa seguito l’annuncio che la seconda sessione del Concilio inizierà il 29 settembre 1963.
Nell’omelia del giorno della sua incoronazione (30 giugno) Paolo VI esprime, in particolare, il desiderio di affrettare il giorno in cui si realizzerà la preghiera di Gesù Ut unum sint, cioè il ritorno all’unità tra cattolici e fratelli separati, tanto auspicata già da Giovanni XXIII, e la necessità che la Chiesa dialoghi col mondo moderno: la giustizia e la pace, a cui esso aspira, sono valori che la Chiesa considera anche propri; essa intende perciò offrire all’umanità il rimedio ai mali che la affliggono: Cristo e le sue insondabili ricchezze.

La Commissione di coordinamento, costituita dal Papa il 6-12-1962, a cui si è accennato al n. 32, è formata inizialmente dai Cardinali Cicognani (presidente), Liénart, Suenens, Spellman, Dopfner, Confalonieri, Urbani. Ad essi si aggiungono, sotto Paolo VI, i Cardinali Agagianian, Lercaro, Roberti.
Suo compito è quello di preparare il secondo periodo del Concilio stimolando le commissioni conciliari ad accelerare il loro ritmo di lavoro e a tener conto delle osservazioni e proposte di modifiche agli schemi preparatori discussi nel primo periodo. Si può notare infatti, durante i mesi dell’intersessione, una forte resistenza, da parte di coloro che avevano contribuito alla preparazione degli schemi, a recepire le richieste di cambiamenti e di una diversa impostazione dei testi emerse durante le discussioni conciliari e favorite dallo stesso Giovanni XXIII.
La Commissione di coordinamento si riunisce complessivamente sei volte, dalla fine di gennaio al 26 settembre 1963: essa esamina tutti gli schemi di cui si occupano le diverse commissioni conciliari e controlla se tali schemi siano stati rivisti conformemente alle correzioni richieste e se possano essere inviati ai vescovi. Di fatto, ben 13 schemi vengono inviati ai vescovi perché li esaminino prima della ripresa del Concilio, una parte a maggio, una parte a luglio 1963. La Commissione stabilisce inoltre che nella seconda sessione l’assemblea conciliare discuta gli schemi relativi ai seguenti argomenti: la Chiesa; la Beata Vergine Maria; i vescovi; l’apostolato dei laici; l’ecumenismo.
La Commissione di coordinamento, infine, introduce dei rappresentanti del laicato cattolico nei lavori della commissione sull’apostolato dei laici e di quella sulla Chiesa nel mondo [in foto: le uditrici al Concilio].

L’esperienza nuova del Vaticano II, l’importanza di esso, la maggiore consapevolezza della responsabilità, come pastori della Chiesa, acquisita dai Padri conciliari al termine della prima sessione, risultano evidenti dalle affermazioni di alcuni protagonisti e studiosi di tale evento.
Il cardinale indiano Gracias dice: «Abbiamo imparato a camminare con le nostre gambe», per sottolineare la graduale autonomia, rispetto alla Curia romana, che l’assemblea conciliare ha raggiunto in due mesi di lavori assembleari.
Il teologo francese domenicano D. Chenu (nella foto) scrive: «Dopo i primi contatti, ho avuto la felice impressione che l’isolamento di ciascun vescovo sia stato sostituito da un vivo sentimento di solidarietà nei confronti dei problemi generali. Molto presto questa solidarietà ha preso corpo in collegamenti attivi con altri gruppi di vescovi ed è sfociata in organismi di lavoro. Questo stesso fenomeno si è prodotto per l’insieme delle conferenze episcopali».
I.Congar (nella foto), altro teologo francese domenicano, afferma:
«L’episcopato si è trovato, ha preso coscienza di se stesso. Ciascuno dei partecipanti vede le cose altrimenti, è esaltato dalla partecipazione ad altre umanità, ad altri orizzonti che scopre, realizza in pienezza la solidarietà e la responsabilità mondiali dell’episcopato. Ogni vescovo si sente membro di un corpo: il corpo dei Pastori apostolici di cui Gesù Cristo è il capo invisibile».
Lo storico G. Alberigo scrive: «Il confronto reso possibile dal Concilio genera una libertà sconosciuta nel cattolicesimo, al punto da sorprendere anche gli osservatori non cattolici… la crescita di consapevolezza di un’assemblea che scopriva di poter prendere in mano il proprio destino, di non essere un’assemblea di “uomini-sì”, convocati solo ad approvare una sintesi di quanto avevano appreso trent’anni prima durante gli studi teologici».

L’8 dicembre 1962 Giovanni XXIII chiude il primo periodo del Concilio con un discorso ai Padri suddiviso in tre parti:
Inizio del Concilio: il Papa ricorda lo schema da cui, il 22 ottobre, ha avuto inizio il dibattito conciliare, cioè quello sulla Liturgia, che riguarda i rapporti dell’uomo con Dio e, perciò, posto in apertura dei lavori.
Sviluppo del Concilio: i lavori continueranno anche nella intersessione tra il primo e il secondo periodo, che inizierà l’8 settembre 1963; durante questi mesi una nuova commissione dovrà coordinare i lavori delle commissioni conciliari, perciò ogni vescovo continuerà a studiare e approfondire gli schemi che gli verranno inviati da Roma. La speranza del Papa è che il Concilio possa concludersi con la prossima sessione, che coinciderà con il quarto centenario della fine del Concilio di Trento (1563).
Frutti del Concilio: si spera che essi giovino a tutti, quindi anche ai fratelli separati e ai non cristiani. Tutti, vescovi, clero e laici, dovranno impegnarsi ad attuare le disposizioni del Concilio: sarà veramente una nuova Pentecoste che farà fiorire la Chiesa, sarà un nuovo balzo in avanti del Regno di Cristo nel mondo.
Un mese dopo, nella lettera Mirabilis ille del 6 gennaio 1963 il Papa invita i vescovi a rimanere spiritualmente uniti nei mesi dell’intersessione con i fratelli nell’episcopato e a partecipare col massimo impegno alla ripresa dei lavori; il Concilio di Gerusalemme di At 15 dovrà costituire il perfetto modello di Concilio al quale richiamarsi. Grande è l’attesa dei fedeli nei confronti dei frutti del Concilio, al cui buon esito tutti devono contribuire anche con la preghiera. Esso riguarda non solo i cattolici, ma tutti gli uomini e i cristiani delle altre Chiese, di cui alcuni delegati sono stati invitati come osservatori: ciò può essere l’inizio di un processo che riporti i cristiani all’unità voluta da Cristo stesso.
P.S. Con la fine del primo periodo del Concilio, si interrompe momentaneamente, per la pausa estiva, la nostra rubrica. Essa riprenderà nel mese di settembre con il secondo periodo conciliare. Si ringraziano tutti coloro che finora ci hanno seguito e a tutti i nostri più sinceri auguri di una buona e serena estate.

Il 1° dicembre 1962, alla 31^ congr. generale, viene presentato dal card. Ottaviani il quinto e ultimo schema della prima sessione, il De Ecclesia, e la discussione continua fino alla 36^ congregazione del 7 dicembre, l’ultima del primo periodo. Il testo si articola in 11 capitoli. Cap. I: la natura della Chiesa militante; cap. II: i membri della Chiesa militante e la necessità di essa per la salvezza; cap. III: la natura sacramentale dell’episcopato; cap. IV: l’ufficio dei vescovi: santificazione, magistero, governo; cap. V: gli stati per acquistare la perfezione evangelica (povertà, castità, obbedienza); cap. VI: il ruolo dei laici nella Chiesa; cap. VII: il magistero nella Chiesa; cap. VIII: il principio dell’autorità nella Chiesa; cap. IX: rapporti tra Chiesa e Stato; cap. X: il dovere di annunciare il Vangelo a tutti i popoli; cap. XI: i principi dell’ecumenismo.
Lo schema viene pesantemente criticato da molti Padri che vi vedono una Chiesa presentata in modo troppo giuridico, chiusa in sé, lontana dallo spirito delle beatitudini, un linguaggio non rispondente allo scopo assegnato dal Papa al Concilio, cioè quello di parlare agli uomini d’oggi in modo intelligibile; insufficiente appare il discorso relativo all’episcopato, al rapporto tra laici e clero, al primato del Papa che è isolato dal resto della gerarchia, come se ci fosse solo lui e non anche i vescovi; non si tiene conto del pensiero orientale; parlando di Chiesa, si deve dare il primo posto alla dottrina evangelica della povertà e alla dignità dei poveri, nei quali è presente Cristo. Significativo l’intervento del card. Montini alla 34^ congr. generale: due sono i cardini attorno a cui devono disporsi tutte le questioni del Concilio: che cos’è la Chiesa e che cosa fa la Chiesa, cioè in che cosa consiste il mysterium Ecclesiae e il munus Ecclesiae.

Il 26 novembre (27^ congr. generale) inizia l’esame del quarto schema, il De Ecclesiae unitate, presentato dal Card. Cicognani (nella foto), presidente della Commissione per le Chiese orientali non
cattoliche, col titolo Ut omnes unum sint, riguardante solo l’unione con gli Orientali non cattolici (e quindi non con le Chiese del mondo protestante); il dibattito si protrae durante la 28^, 29^ e 30^ congregazione, cioè fino al 29 novembre.
Parte 1^: l’unità della Chiesa fondata su Pietro e i suoi successori; la Chiesa non può né volere né desiderare l’unità a scapito della verità, ma si è tenuto conto delle difficoltà dei fratelli orientali separati, per avvicinarsi il più possibile al loro modo di pensare e di esprimersi, facendo, per esempio, largo uso della Scrittura. Parte 2^: i mezzi più idonei per la riconciliazione sono di carattere teologico, liturgico, giuridico, psicologico e pratico. La Chiesa cattolica, pur essendo in possesso della verità, non deve tralasciare nulla per giungere all’unità. Parte 3^: i modi e le condizioni della riconciliazione nel rispetto di tutto ciò che fa parte del patrimonio religioso, storico e psicologico della Chiesa Ortodossa.
Un giudizio negativo viene espresso soprattutto da alcuni Padri delle Chiese orientali (Antiochia, Alessandria d’Egitto, Damasco) che valutano lo schema troppo giuridico e autoritario, poco ecumenico, privo di spirito pastorale. Si avverte inoltre l’esigenza di una Chiesa decentralizzata, di un ritorno anche dei cattolici ai fratelli separati.
Dalla maggior parte degli interventi comunque il documento viene valutato positivamente, pur con alcune necessarie modifiche da introdurre nel testo. Alla 31^ congr. generale del 1 dicembre si passa a una votazione orientativa sullo schema, con il seguente esito: voti a favore: 2068; contrari: 36.

Il Card. indiano Gracias: “Siamo grati al Papa di averci concesso il privilegio di pensare quel che diciamo e di dire quel che pensiamo”.
Giovanni XXIII, un mese dopo l’inizio del Concilio: “Le voci di oggi in gran parte sono di critica agli schemi proposti (card. Ottaviani) che, preparati da molti insieme, rivelano però la fissazione un po’ prepotente di uno solo e una mentalità che non sa divincolarsi dal tono della lezione scolastica” (dal suo Diario).
Mons. Piazzi, vescovo di Bergamo, al termine del primo periodo, dice: “L’assenza di conclusioni definitive potrebbe sembrare un insuccesso: è segno invece di serietà e di coscienza della immensa responsabilità dei Padri”.
Il Card. Lercaro, vescovo di Bologna, alla fine del primo periodo, dice ai suoi sacerdoti: “La Chiesa passa dalla difesa alla conquista, va incontro al mondo, Maestra sempre, ma soprattutto Madre, per offrire al mondo il messaggio di salvezza.” (L’Avvenire d’Italia, 9/1/1963).
Mons. Bettazzi (nella foto), allora vescovo ausiliare di Bologna, divenuto poi vescovo di Ivrea, oggi 98enne, scrive che in occasione del Concilio gli fu evidente “cos’era la Chiesa cattolica: vescovi di tutti i continenti, con la loro storia e la loro cultura, rendevano quel Concilio antropologicamente ecumenico…nel Vaticano II gli africani erano nati e cresciuti in Africa, i latinoamericani nell’America meridionale, gli asiatici per gran parte in Asia”.
Per concludere, un commento del teologo domenicano francese I. Congar sul Papa del Vaticano I: “Più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. E’ il primo responsabile dell’orientamento negativo che ha pesato per 60 anni sul cattolicesimo francese. Ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale, ha spinto la Chiesa a essere sempre del mondo e non ancora per il mondo, che pure aveva bisogno di lei” (dal Diario del 14 ott. 1962).

Un modo colloquiale e informale (!) con cui ci si rivolge a un cardinale nella fase preparatoria del Concilio: “Eminenza Reverendissima, ho l’onore di umiliare a V. E., in ossequio alla richiesta…, i voti dei Rev.mi Professori di questa Pontificia Università per il prossimo Concilio Ecumenico…il Corpo Accademico si tiene a completa disposizione dei venerati comandi di V. E. Prostrato al bacio della s. Porpora con i sentimenti della più profonda devozione e riverenza, mi protesto dell’E. V. obbl.mo e umil.mo in Domino figlio”.
Il Card. Siri (nella foto), vescovo di Genova, alla vigilia del Concilio: “Il pastoralismo pare una necessità, mentre è, prima che un metodo deteriore, una posizione mentale erronea. Le aree francesi-tedesche non hanno mai eliminato del tutto la pressione protestantistica. Bravissima gente, ma non sanno di essere i portatori di una storia sbagliata. La calma romana servirà”.
Il Card. Siri a proposito del messaggio dei vescovi al mondo: “Taluni non hanno un’idea molto elevata di un concilio ecumenico e questo mi fa pena”.
Ancora Siri alla vigilia della votazione sul De fontibus: “La faccenda è grave, se domani lo schema cade! Signore aiutaci! Santa Vergine, San Giuseppe pregate per noi! Tu sola distruggesti tutte le eresie in tutto il mondo!”.
Il Card. Ottaviani durante il dibattito sulla Liturgia: “Il prurito delle novità insiste su cose che non solo non sono necessarie, ma neppure utili, anzi possono essere anche dannose”.
Scrive A. Spada: “Ottaviani vede eretici e attentati al patrimonio della Fede e cedimenti da tutte le parti, in contrasto col tono generale del Concilio” (dal Diario del 14 nov. 1962).
Peruzzo, vescovo di Agrigento: “In Concilio ho a volte l’impressione di trovarmi in un asilo di pazzi e per i pazzi c’è una sola via d’uscita: rinchiuderli” (continua).
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Il giornalista I. Montanelli (nella foto) interviene nelle vicende conciliari con tre articoli sul Corriere della Sera del 24, 25, 26 novembre 1962: soffermiamoci sul primo e sul terzo.
Titolo del primo: Restituendo libertà all’episcopato il Papa ha rinunciato all’assolutismo. Il giornalista sostiene che il Concilio fu indetto da Giovanni XXIII per esprimere implicitamente la propria rinuncia a esercitare il dogma dell’infallibilità, proclamato al Vaticano I, ma sgradito allora a molti vescovi, per restituire all’episcopato piena libertà e responsabilità di decisione e riportare quindi nella Chiesa un criterio di direzione collegiale, contro l’assolutismo, il monolitismo e l’intransigenza verso le altre Chiese cristiane.
Titolo del terzo articolo: Sottile ma anche concitato il dialogo tra Curia romana e vescovi stranieri. Montanelli presenta i Cardinali Bea, tedesco, e Alfrink, olandese, come gli ispiratori di un movimento riformista nel modo di interpretare la Scrittura per riavvicinarsi ai fratelli separati. Alfrink non nasconde i suoi sentimenti antiromani; c’è un contrasto quasi permanente tra la Curia romana e gli episcopati stranieri, dove il clero cattolico deve convivere con quello protestante; è perciò evidente nel Concilio lo scontro fra la tendenza conservatrice della Curia e quella riformista incarnata soprattutto da Bea e Alfrink.
Dura la critica della stampa cattolica, di cui si può considerare un esempio eloquente l’articolo che Andrea Spada, direttore de L’Eco di Bergamo, scrive il 27 novembre: “…Nei suoi articoli c’è una confusione di persone, di date, un’incredibile superficialità sugli stessi termini della materia di cui confessa di non intendersene. Montanelli ha offerto un doloroso esempio di voler politicizzare tutto, di voler vedere tutto in chiave di conservatorismo e di progressismo, di destra e di sinistra”.

Il dibattito sullo schema continua durante la 26^ e la 27^ congregazione generale: esso viene accolto in modo positivo. Molti interventi sottolineano l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale come strumenti validi per la predicazione del Vangelo, per la collaborazione tra cattolici e protestanti, per difendere i fondamentali diritti umani, per contribuire alla collaborazione tra la Chiesa e organizzazioni a livello mondiale. Vengono espresse anche delle critiche: la lunghezza dello schema; lo scarso spazio dato ai laici, che hanno invece, in questo campo, una competenza maggiore di quella del clero; la sottovalutazione dei pericoli, per la fede e la morale, derivanti dall’uso di tali mezzi.
Il 27 novembre, alla 28^ congregazione generale, si vota lo schema nel suo complesso, con le modifiche richieste: voti a favore: 2138; voti contrari:15.
Una figura da ricordare per l’impegno in questo ambito è quella di don Giacomo Alberione (1884-1971) (nella foto), che nel 1914 fonda la Pia Società San Paolo per diffondere il Vangelo con gli strumenti della comunicazione sociale: basti ricordare la rivista Famiglia Cristiana nata nel 1931.
Don Alberione ha partecipato sia alla fase preparatoria che all’effettivo svolgimento del Concilio con numerose proposte, quali: diffondere la Bibbia, accompagnata da note catechistiche, perché entri in ogni famiglia; favorire l’apostolato dei laici; “dare impulso ai mezzi moderni e tecnici, atti a divulgare sempre più la verità cattolica: radio, cinema, televisione”. Da ciò si può capire la grande soddisfazione di don Alberione quando il Concilio, alla fine della 2^ sessione (1963), approva il decreto sui mezzi di comunicazione sociale che inizia con le parole Inter mirifica, in cui la Chiesa dichiara “apostolato” l’attività alla quale egli aveva dedicato tutta la propria vita.

Sul significato di “ecumenicità” in riferimento allo schema De fontibus Revelationis, il Vescovo di Bruges E. De Smedt, a nome del Segretariato per l’unione dei non cristiani, che aveva il compito di aiutare le altre commissioni a redigere i loro schemi con spirito ecumenico, dice che occorre dare importanza al modo in cui la dottrina viene espressa, affinché essa venga compresa dall’altro. A tal fine è necessario conoscere bene: quale sia la dottrina attuale degli ortodossi e dei protestanti; quale idea essi hanno della nostra dottrina; che cosa nella dottrina cattolica essi ritengono mancante o non sufficientemente sviluppato; se il nostro modo di parlare contiene formule o modi di dire difficili a capirsi dai non cattolici. Poiché, secondo De Smedt, lo schema presentato è carente in questi aspetti, esso è privo di spirito ecumenico. Egli conclude con un giudizio molto duro: “Questo schema è carente dal punto di vista unionistico. Per il dialogo con i non cattolici, non costituisce un progresso, ma un regresso, non un aiuto, bensì un impedimento e un danno”.
Lo schema sugli strumenti di comunicazione sociale
Dopo la sospensione del dibattito sul De fontibus Revelationis, nella 25^ Congregazione generale (23 novembre) viene presentato dal vescovo francese R. Stourm lo schema De instrumentis communicationis socialis. Struttura: Introduzione. Parte I, cap.1: diritto e dovere della Chiesa di occuparsi dei mezzi di comunicazione sociale; capp. successivi: i mezzi adeguati per la difesa dell’ordine morale oggettivo e i doveri della società in relazione a tale materia. Parte II: il valore apostolico dei mezzi di comunicazione per l’annuncio del messaggio cristiano e gli strumenti finalizzati a ciò, come giornali, cinema, radio, televisione (nella foto una copia di un’edizione del testo finale promulgato nel 1963) (continua).

A parere di molti Padri, lo schema De fontibus presentato dalla commissione teologica presieduta da Ottaviani, era carente di due connotazioni fondamentali che secondo il Papa stesso avrebbero dovuto caratterizzare il Concilio: la pastoralità, indispensabile perché la dottrina della Chiesa Cattolica venga accolta “da tutti, in questo nostro tempo, con nuovo ardore”, e l’ecumenicità a cui erano molto sensibili i fratelli separati. Vediamo oggi che cosa si intende con “pastoralità”.
Il Cardinale di Colonia J. Frings (nella foto lo vediamo a colloquio col giovane J. Ratzinger, futuro Benedetto XVI, che partecipò al Concilio come teologo dello stesso cardinale) così dice: “Nello schema mi sembra non vi sia e non si senta la voce della Chiesa Madre e Maestra, la voce del buon Pastore che chiama le pecore per nome, e le pecore ascoltano la sua voce, ma piuttosto la lingua scolastica, professorale, che non edifica né vivifica. Si sente la mancanza di quella impronta pastorale di cui Papa Giovanni tanto ardentemente desidera che tutti gli enunciati del Concilio Vaticano II siano imbevuti”.
Il Vescovo di Savona G. B. Parodi in una lettera alla sua diocesi del 21 nov. 1962 così spiega: “Si tratta anche di tenere conto della realtà del nostro tempo, che conta masse imponenti di operai scristianizzati e gruppi di intellettuali radicalmente laicizzati; che vede il mondo cristiano separato, riformati e ortodossi, muoversi verso la ricerca di una unità ecumenica…Impostazione pastorale quindi non significa abbandonare le verità acquisite e definite e adottare uno stile di compromesso, ma enucleare nel modo più chiaro e sintetico le verità fondamentali e proporle nel modo più vitale e leale, tenendo sempre conto delle mentalità, delle culture, dei pregiudizi, delle aspirazioni degli individui e dei gruppi, dei vicini e dei lontani”.

Alla 19^ congregazione generale (14 novembre 1962) inizia il dibattito sullo Schema De fontibus Revelationis, che continua fino alla 24^ congregazione del 20 novembre.
Lo schema, elaborato dalla commissione dottrinale presieduta dal Card. Ottaviani (nella foto), dopo
un’introduzione fatta allo scopo di prevenire le possibili obiezioni, viene di fatto subito duramente criticato da molti Padri (cardd. Liénart, Léger, Frings, Suenens, Alfrink, Dopfner, De Smedt) perché considerato troppo scolastico, dottrinale, poco biblico, privo di quel carattere pastorale richiesto dal Papa nel suo discorso inaugurale Gaudet Mater Ecclesia, a cui si richiamano molti dei relatori. In particolare, un’affermazione ripetutamente criticata e contestata è quella secondo cui due sono le fonti della Rivelazione, cioè Scrittura e Tradizione: a ciò si obietta che l’unica fonte della Rivelazione è Cristo, da cui Scrittura e Tradizione derivano. Oltre alla discussione sullo schema complessivo, inizia anche l’esame del cap. I, finché, a causa della profonda spaccatura creatasi nell’assemblea (da un lato la posizione della Commissione teologica rappresentata da Ottaviani, favorevole allo schema, dall’altro quella di coloro che ne richiedevano il ritiro e il rifacimento totale), alla 23^ congregazione si mette ai voti la richiesta di interrompere il dibattito: votanti 2209; per sospenderlo (in quanto contrari allo schema): 1368; per continuarlo (in quanto favorevoli): 822; maggioranza richiesta per la sospensione: 1473; pertanto la discussione riprende il giorno dopo alla 24^ congregazione, ma viene poi interrotta in seguito alla lettura di un comunicato del Papa, che stabilisce che venga costituita una commissione mista per riesaminare e rielaborare lo schema complessivo del De fontibus e riproporlo più avanti alla discussione e votazione del Concilio.

Un altro vescovo indiano, S. Simons, afferma che ormai anche gran parte del clero ha poca familiarità col latino e legge i documenti della Chiesa nella propria lingua; inoltre il latino, invece di unire, divide il clero dal popolo, la Chiesa latina dai non latini, la Chiesa cosiddetta occidentale dai non cristiani.
Maximos IV, Patriarca di Antiochia di Siria (nella foto), dice di ritenere strano che chi presiede la liturgia debba usare una lingua diversa da quella della propria assemblea liturgica obbligata a pregare in una lingua che non comprende: una chiesa viva “non sa che farsene di una lingua morta”; egli propone perciò che le conferenze episcopali possano definire il limite di utilizzo di una lingua viva nella liturgia e sottolinea che anche molti vescovi presenti al Concilio non comprendono ciò che viene lì detto, perché essi non parlano mai in latino.
La votazione sul proemio e il cap. I dello schema, tenutasi il 7 dicembre 1962 alla 36^ ed ultima congregazione della prima sessione, dà questi risultati: voti a favore 1922, contrari 11, a favore, ma con modifiche, 180. Per gli altri capitoli bisognerà attendere la seconda sessione.
“Questo risultato piuttosto positivo”, dice G. Alberigo “diede una sicura base ai principi fondamentali del rinnovamento liturgico del Concilio. Anche il Papa espresse la propria soddisfazione per questo risultato iniziale”.
Nell’art. 10 del cap. I così viene definita la liturgia: “Il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia”.
L’art. 36 recepisce invece la richiesta di poter ricorrere alle lingue nazionali: “Poiché, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni”.

Argomentazioni in favore del latino: timore che i cambiamenti nella liturgia (la messa in particolare) introducano mutamenti nei dogmi; timore che l’uso delle lingue volgari metta a rischio l’unità dei popoli cristiani, simboleggiata dall’unità della lingua; superiorità del latino, chiaro e preciso per la formulazione del magistero della Chiesa; il latino avrebbe conservato il senso di mistero della liturgia; la lingua volgare già in uso nelle chiese protestanti aveva condotto alla loro frammentazione e ciò sarebbe potuto accadere anche nella Chiesa cattolica; l’introduzione del volgare nelle missioni avrebbe causato dei problemi, per la molteplicità delle lingue locali in quei territori.
Argomentazioni in favore delle lingue volgari: il volgare avrebbe permesso una partecipazione più attiva dei fedeli alla liturgia eucaristica, poiché ormai molte persone, soprattutto nei paesi di missione, non conoscevano affatto il latino; la liturgia era luogo privilegiato anche per l’istruzione dei fedeli e ciò era possibile solo se la lingua usata era per essi comprensibile.
Molti sono stati gli interventi dei Padri in favore dell’una o dell’altra posizione: significativi quelli di alcuni vescovi di paesi non italiani e di paesi di missione a sostegno della necessità di utilizzare le lingue locali. Per es. il vescovo ausiliare di Parigi J. Le Cordier, afferma: “La Chiesa sarà Maestra insegnando e nutrendo la fede nella lingua in cui i cristiani stessi ogni giorno annunciano Cristo. La Chiesa sarà Madre pregando nella lingua dei suoi figli”; L. La Ravoire Morrow, nato negli Stati Uniti ma divenuto vescovo di una diocesi dell’India, sostiene l’uso del volgare per ragioni pastorali (partecipazione attiva dei fedeli alle celebrazioni liturgiche e comprensione di ciò che vi veniva detto) ed ecumeniche (come segno di benevolenza verso i fratelli separati, per i quali il latino costituisce spesso un ostacolo) (segue).

Introduzione generale, in cui si spiega l’importanza della liturgia nella vita della Chiesa. Seguono otto capitoli: 1- Principi generali per la promozione e il rinnovamento della liturgia; 2- Il mistero dell’Eucaristia; 3- Sacramenti e sacramentali; 4- L’ufficio divino; 5- L’anno liturgico; 6- Le sacre suppellettili; 7- La musica sacra; 8- L’arte sacra.
Molti Padri esprimono un giudizio favorevole sullo schema proposto, soprattutto per il suo carattere pastorale, l’equilibrio tra rinnovamento e conservazione dei riti, il suo carattere biblico, la possibilità di usare la lingua volgare, la promozione di un’attiva partecipazione alla liturgia da parte dei fedeli, l’incoraggiamento agli studi sulla liturgia. La valutazione positiva che ne viene data è dimostrata dalla votazione sullo schema complessivo tenutasi alla 19^ congregazione del 14 novembre, dopo gli interventi di 325 Padri durante le 15 congregazioni precedenti: 2162 voti a favore, 46 contrari.
Punti dello schema liturgico maggiormente discussi durante il dibattito: lingua latina o lingua volgare; concelebrazione, sì o no; comunione sotto le due specie; potere dei vescovi nella riforma liturgica; riforma del breviario, del messale e del rituale; unzione degli infermi.
Poiché uno degli argomenti più dibattuti è stato quello della lingua da usare, specialmente durante la celebrazione eucaristica con i fedeli, la prossima volta vedremo le principali argomentazioni in favore del mantenimento del latino, come molti vescovi avrebbero voluto, e quelle in favore dell’adozione delle lingue delle diverse nazionalità.
La prima celebrazione eucaristica in lingua italiana è stata celebrata da Paolo VI il 7 marzo 1965 nella Parrocchia Ognissanti a Roma

Nel primo periodo del Concilio vengono presentati e discussi dai Padri gli schemi di cinque argomenti: Liturgia, Rivelazione, Chiesa, Unità della Chiesa, Mezzi di comunicazione sociale.
Per nessuno di essi si giunse, al termine della prima sessione, ad una approvazione definitiva e totale del testo come oggi noi possiamo leggerlo: i primi furono approvati soltanto alla fine della seconda sessione, nel 1963. L’iter prevedeva dapprima la discussione e l’eventuale approvazione dell’impianto complessivo di ogni singolo schema (ma spesso gli schemi preparati dalle commissioni preconciliari e presentati all’assemblea per l’approvazione, vennero bocciati e si dovette perciò elaborarne altri), poi l’esame dei singoli capitoli, la votazione su ognuno di essi e, infine, la votazione del testo definitivo nella sua globalità. Tutto ciò richiese tempi lunghi; inoltre spesso, durante una stessa congregazione, la discussione poteva riguardare prima un argomento, poi un altro, senza perciò attendere che il dibattito su un determinato schema giungesse alla sua conclusione definitiva prima di passare ad un altro.
Una volta costituite le nuove commissioni conciliari secondo la proposta del card. Liénart, si passò all’esame degli schemi in questo ordine: per primo quello sulla Liturgia, dalla 4^ alla 19^ congregazione (22 ottobre-14 novembre), ripreso poi alla 36^ e ultima congregazione (7 dicembre); per secondo lo schema sulla Rivelazione, dalla 19^ alla 24^ congregazione (14-21 novembre); per terzo quello sui mezzi di comunicazione sociale, dalla 25^ alla 28^ congregazione (23-28 novembre); per quarto lo schema sull’unità della Chiesa, dalla 27^ alla 31^ congregazione (26 novembre-1 dicembre); per quinto quello sulla Chiesa, dalla 31^ alla 35^ congregazione (1-6 dicembre).

Il primo atto che i vescovi sono chiamati a compiere nella prima congregazione generale del 13 ottobre consiste nell’elezione dei componenti delle dieci commissioni conciliari che avrebbero dovuto presentare all’assemblea generale, per la discussione e l’approvazione, gli schemi già preparati dalle commissioni del periodo preparatorio. Ogni vescovo avrebbe dovuto votare 16 colleghi per ogni commissione, per un totale di 160. Data la non conoscenza reciproca tra i vescovi provenienti da ogni parte del mondo, sarebbe stato inevitabile che venissero riconfermati, nelle dieci commissioni, quegli stessi membri che già ne avevano fatto parte nella fase preparatoria e dei quali la Segreteria aveva distribuito gli elenchi ai Padri conciliari. L’intenzione era, perciò, quella di fare del Concilio un’assemblea che, in sostanza, ratificasse quanto era già stato discusso e approvato in fase preparatoria, durante la quale era risultato determinante l’indirizzo conservatore dei cardinali di Curia e, in particolare, della commissione teologica presieduta dal card. Ottaviani. Alcuni degli schemi già preparati e inviati ai Padri nei mesi precedenti avevano però lasciato insoddisfatti molti vescovi. Perciò prima della votazione, il Card. di Lille, Liénart (nella foto), chiede che il voto sia rinviato di qualche giorno perché i Padri possano conoscersi e le conferenze episcopali possano elaborare le proprie liste di candidati.
La proposta viene accolta con un applauso e inoltrata al Papa, che concede tre giorni in più ai Padri perché possano consultarsi. Comincia così ad affermarsi l’importanza delle conferenze episcopali, l’idea di collegialità e la volontà di tanti vescovi di essere protagonisti del Concilio e non semplici esecutori di direttive altrui. Il vescovo siriano Edelby scrive che la proposta di Liénart fu considerata “come un primo fallimento inflitto alla Segreteria del Concilio, che voleva condurre il Concilio con la bacchetta”. E Giovanni XXIII stesso avrebbe detto a Liénart: “Avete fatto bene a dire il vostro pensiero perché è per questo che io ho convocato i vescovi al Concilio”.

Ogni riunione plenaria dei Padri Conciliari (nella foto) inizia con la preghiera in latino Adsumus Sancte Spiritus: ” Siamo qui davanti a Te, Spirito Santo”, attribuita a Isidoro di Siviglia (560-636):
Siamo qui davanti a te, Spirito Santo Signore…riuniti nel tuo nome. Vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori. Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire…Non permettere che da noi peccatori sia lesa la giustizia…non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia… affinché siamo una sola cosa in te e in nulla ci discostiamo dalla verità…fa’ che sempre sappiamo praticare la giustizia, temperandola con la pietà…e un giorno ci sia dato, per le nostre responsabilità ben adempiute, il premio eterno. Amen
Il 20 ottobre 1962 i vescovi, inoltre, approvano un messaggio per tutta l’Umanità (Nuntius ad universos homines mittendus), che esprima il desiderio di salvezza, amore e pace che Cristo ha portato al mondo e affidato alla Chiesa. Essi si propongono di esporre integra la volontà di Dio, perché “il volto di Gesù Cristo, che riflette lo splendore di Dio, appaia a tutte le genti”. Il Concilio, attento al mondo, dovrà promuovere anche un rinnovamento spirituale che dia una spinta allo sviluppo di arte, scienza, tecnica, cultura. I vescovi fanno proprie le ansie e le sofferenze dei popoli loro affidati, soprattutto dei più poveri, deboli e bisognosi: perciò essi terranno in grande considerazione ciò che ne promuove il bene e la dignità. Il loro messaggio riprende poi due punti del discorso del Papa dell’11 settembre: favorire la pace tra i popoli, poiché gli uomini sono tutti fratelli; promuovere la giustizia sociale, che può trovare un valido fondamento nella dottrina sociale della Chiesa delineata nell’enciclica Mater et Magistra, perché la vita dell’uomo divenga più umana.
I vescovi quindi, fiduciosi nello Spirito Santo, invitano tutti a collaborare perché il mondo realizzi una maggiore fraternità e in esso già cominci a risplendere il regno di Dio.

Congregazioni generali: sono le riunioni plenarie dei vescovi in S. Pietro (nella foto), durante le quali vengono discussi e poi votati gli schemi presentati dalle Commissioni. Quelle del primo periodo saranno 36.
Periti: sono i consulenti del Concilio, nominati dal Papa, che possono partecipare alle Congregazioni generali e alle Commissioni; ad essi si aggiungono i periti privati, cioè quegli esperti che alcuni vescovi portano con sé, ma che non possono partecipare né alle Congregazioni generali né alle Commissioni.
Votazioni: in tutte le votazioni, sia delle Commissioni che delle Congregazioni generali, è richiesta la maggioranza dei due terzi.
Osservatori: 46 delegati delle Chiese non cattoliche invitati dal Segretariato per l’unità dei cristiani. Possono partecipare alle Congregazioni generali, non alle Commissioni.
Ospiti: 8 persone non cattoliche invitate a titolo personale, come il Priore di Taizé Roger Schutz, l’esegeta protestante Oscar Cullman.
In totale, quindi, 54 non cattolici, in rappresentanza di 17 Chiese e Comunità separate: precisamente, 14 ortodossi orientali, 40 angloprotestanti. Nel quarto e ultimo periodo essi aumenteranno fino a 90 osservatori e 16 ospiti in rappresentanza di 29 Chiese e Comunità.
Documenti finali prodotti dal Concilio: 16 in totale, di cui: 4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni.
Costituzioni sono detti i quattro testi fondamentali del Concilio: sulla Rivelazione, la Chiesa, la Liturgia, la Chiesa nel mondo contemporaneo.
Decreti sono detti i documenti conciliari che trattano temi più limitati rispetto a quelli delle Costituzioni.
Dichiarazioni sono detti i documenti conciliari destinati a tutta l’umanità e non solo ai fedeli cattolici.

