Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.
Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.
Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

Nella 72^ Congr. del 21 nov. i cc. 1,2,3 dello schema De Ecclesiae unitate vengono approvati come base per proseguire il dibattito su ogni singolo capitolo; molte sono invece le obiezioni a mantenere nello schema i cc. 4 e 5.
Ecco alcune osservazioni espresse nei giorni successivi sul c. 1: Huyghe (Arras, Francia): positivo il fatto che si dica che la buona vita dei cattolici è il miglior contributo all’ecumenismo e che si parli di «avvicinamento e accesso» dei fratelli separati, piuttosto che di «ritorno»: ciò denota un cambiamento di mentalità e una conversione del cuore di tutti i cristiani. Jaeger (Paderborn, Germania): occorre dire più chiaramente che per i cattolici l’eucarestia è il sacramento dell’unità; per la cattolicità della Chiesa occorre rifarsi al pensiero di Paolo nella lettera agli Efesini. Guano (Livorno): il problema dell’ecumenismo deve essere sentito da tutti con urgenza, poiché immensi sono i danni derivanti dalla divisione dei cristiani. Tre sono i momenti per promuovere l’unità: 1- collaborazione tra cattolici e protestanti per la soluzione dei problemi attuali; 2-dialogo tra cattolici e non cattolici per la reciproca conoscenza; 3-la comune preghiera perché tutti gli uomini accolgano la Parola di Dio, perché cattolici e fratelli separati partecipino all’eucarestia, perché i fratelli separati riconoscano l’ufficio dell’episcopato e del Papa. Pangrazio (Gorizia): delle comunità separate si indicano bene gli elementi ecclesiali in esse presenti, ma va precisato meglio il centro a cui essi si riferiscono, cioè Cristo, che opera cose meravigliose anche nei fratelli separati. Occorre inoltre tener presente l’ordine gerarchico delle verità rivelate (Trinità, Incarnazione, Redenzione ecc.), perché ciò farebbe apparire più chiara l’unità, già esistente tra i cristiani, intorno alle verità fondamentali della Fede (continua).

C. Morcillo (Saragozza): lo schema mostra uno spirito positivo poiché sono scomparse le condanne verso i fratelli separati, presenti nei testi del passato sull’ecumenismo. La Chiesa non può ignorare i valori cristiani presenti nelle confessioni separate, che conservano le impronte della Chiesa stessa, come frammenti di un metallo aureo che indicano la miniera da cui scaturiscono. Perciò per i cristiani separati la parola «ritorno» è inaccettabile: essi non si considerano responsabili di alcuna colpa, credono di aderire alla Chiesa di Cristo e di custodire perfettamente il nucleo cristiano. Un vero dialogo è possibile se fondato su rispetto, stima e reciproca collaborazione; il titolo del c.1, da «principi dell’ecumenismo cattolico», dovrebbe diventare «principi cattolici dell’ecumenismo», poiché non si tratta di impostare una nuova specie di ecumenismo, ma di collaborare col Movimento ecumenico già esistente. Infine è inopportuno trattare qui dei Giudei, cosa che risulterebbe inoltre sgradita ai musulmani.
A. Abed (Tripoli dei Maroniti del Libano): occorre dare più rilievo a tutti i valori cristiani presenti presso i fratelli separati, che non sono pagani da convertire, ma cristiani da abbracciare di nuovo. Qui sta tutta l’essenza teologica di un ecumenismo realistico, senza il quale si ha solo proselitismo.
F. Da Veiga Couthinho (India): per l’ecumenismo in paesi di missione come l’India è importante occuparsi anche delle religioni non cristiane, perciò è inopportuno che lo schema tratti dei Giudei e non delle altre religioni. Quindi è bene togliere il c. 4 sui Giudei o aggiungervi anche una parte dedicata a Islam, Induismo, ecc. Tutte le religioni vanno trattate con rispetto e vanno eliminate espressioni offensive ad esse riferite, come «tenebre dell’ignoranza, paganesimo, idolatria».
(Nella foto: preghiera comune tra cattolici, protestanti, ortodossi) (continua).

Nel seguito del dibattito alcuni Padri ritengono più opportuno collocare il c. 4 sugli Ebrei e il c. 5 sulla libertà religiosa in schemi diversi da quello sull’unità dei cristiani; qualcuno giudica il titolo dato al testo, De Oecumenismo, non appropriato, perché esso può far pensare a una forma di interconfessionalismo.
Alcuni interventi significativi:
A. Elchinger (coadiutore di Strasburgo) loda lo schema e sottolinea le condizioni che rendono possibile l’ecumenismo: riconoscere che le divisioni sono nate dalla volontà di affermare verità che la Chiesa aveva trascurato; riconoscere la verità, anche parziale, della dottrina degli «altri»; approfondire la ricerca della verità da entrambe le parti; non confondere l’unità della fede con l’uniformità delle dottrine teologiche e dei riti: occorre apprezzare le legittime differenze.
M. Baudoux (Canada): il dialogo con i fratelli separati non è relativismo dottrinale, richiede il reciproco perdono delle offese, il riconoscimento della vera, benché imperfetta, comunione con essi, grazie alla loro incorporazione in Cristo per mezzo del battesimo e della professione del nome di Cristo.
J. Weber (Strasburgo): lo schema non prevede la possibilità, come era previsto in uno dei tre documenti poi fusi insieme nello schema in discussione, di ricevere i sacramenti in una delle Chiese separate che hanno conservato la successione apostolica, il sacerdozio valido e l’eucarestia. Sarebbe perciò bene mantenere tale possibilità tra cattolici e ortodossi, come talvolta avveniva in passato in Oriente.
I. Ziadé (Beirut dei Maroniti del Libano): lo schema risponde a tre principi fondamentali dell’ecumenismo: sottolinea gli elementi di unità già esistenti; afferma che i cristiani possono arricchirsi a vicenda; dichiara che l’unità va raggiunta senza sopprimere le legittime diversità
(nella foto: Un momento liturgico comune, in anni recenti, tra cattolici, ortodossi, protestanti).

Nei giorni 18-21 nov. il dibattito riguarda lo schema nel suo insieme: i capitoli 1-2-3 vengono presentati da mons. Martin, che ne sottolinea il carattere pastorale e la loro novità per un Concilio in cui mai era stato affrontato questo tema dopo le secolari divisioni della Chiesa; proprio lo scandalo di queste divisioni richiede che il Concilio ora tratti questo problema. Il c. 4 è presentato dal card. Bea, il 5 da De Smedt.
Numerosi gli interventi dei vescovi: fin dal primo giorno di dibattito i Padri mediorientali Tappouni e Maximos IV (Siria), Stefano I (Egitto) disapprovano la presenza, nello schema, del c. 4 dedicato agli ebrei, che non sono cristiani e dei quali, perciò, bisognerebbe trattare in uno schema diverso, con le altre religioni non cristiane. E’ forte in loro la preoccupazione di eventuali conseguenze per i cattolici dei loro stessi paesi che, in quanto Stati arabi, sono profondamente ostili a Israele.
P. Doi (Tokyo): le divisioni dei cristiani sono un grave impedimento per la conversione dei non cristiani. Oltre che sui Giudei, bisognerebbe dire qualcosa anche su buddismo e confucianesimo, che pure contengono germi di verità che possono preparare la via al Vangelo.
Alcuni Padri spagnoli sottolineano i gravi rischi che l’ecumenismo comporta, tra cui quello di esporre i fedeli all’indifferentismo religioso.
Il card. Ritter (USA) (nella foto) valuta positivamente lo schema in generale e il cap. sulla libertà religiosa, che segna la conclusione dello spirito della Controriforma. L’eucarestia deve risultare in modo più chiaro segno e causa dell’unità della Chiesa. Non si esiti a chiamare chiese le comunità dei cristiani separati.
Il teologo Congar così esprime le sue impressioni dopo la prima seduta : «Due mentalità si sono manifestate: quale abisso tra l’evangelismo della relazione di Martin e quelli che sono puramente attaccati a un passato sorpassato!».

Interrotta la discussione sul De Ecclesia, che verrà ripresa nella prossima sessione (1964), e dopo l’esame dello schema sui vescovi e le diocesi, nella fase finale della 2^ sessione (18 nov.-2 dic. 1963), dalla 69^ alla 79^ congregazione, si riprende l’esame, iniziato nella prima sessione, dello schema sull’unità della Chiesa (De Ecclesiae unitate) (cfr. n. 30), suddiviso in cinque capitoli e presentato di nuovo dal card. Cicognani. Esso, come richiesto l’anno prima dai Padri, è il risultato della fusione di tre schemi precedenti: quello elaborato dalla Commissione per le Chiese orientali; quello steso dalla Commissione teologica, che era un capitolo inserito nel De Ecclesia; quello preparato dal Segretariato per l’unità dei cristiani.
Questi sono i 5 capitoli dello schema: 1-Principi dell’ecumenismo cattolico; 2-Pratica dell’ecumenismo; 3-I cristiani separati dalla Chiesa Cattolica; 4-Attegiamento dei cattolici verso i non cristiani e specialmente verso i Giudei; 5-La libertà religiosa.
Da questi temi nasceranno domande quali: si deve parlare dell’ecumenismo cattolico o dei principi cattolici dell’ecumenismo? L’ecumenismo può aprire la strada all’indifferentismo? Si devono chiamare «chiese» le comunità nate dalla Riforma protestante? Gli elementi positivi del protestantesimo non vanno meglio sottolineati? Non è bene affermare la necessità del rispetto della gerarchia delle verità di fede?
Tutto ciò lascia prevedere che nel dibattito si manifesteranno due mentalità: quella di coloro che concepiscono l’unità dei cristiani come un ritorno puro e semplice degli «altri» alla Chiesa cattolica; quella di coloro che non considerano tutte le verità sullo stesso piano e che avvertono l’esigenza che tutte le Chiese cristiane testimonino la loro fede comune in Cristo Gesù.
(nella foto: Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli Athenagoras nel loro incontro a Gerusalemme)

Altro argomento di discussione riguarda la collocazione dello schema su Maria Vergine: c’è chi ritiene più opportuno tenerlo distinto da quello sulla Chiesa, chi invece pensa sia meglio incorporarlo nel De Ecclesia. Vediamone le ragioni in un senso e nell’altro.
Card. Santos (Manila): è meglio parlare di Maria in uno schema specifico, anche se strettamente connesso con quello sulla Chiesa, affinché risulti più chiara la sua eccellenza e dignità, cosa che non sarebbe possibile se fosse inserito nello schema sulla Chiesa.
Card. Konig (Vienna): è bene incorporare il discorso su Maria nel De Ecclesia per ragioni teologiche: c’è un nesso intimo tra la dottrina sulla Chiesa e Maria; uno schema separato verrebbe interpretato come se dal Concilio venissero proclamati nuovi dogmi mariani; poiché la Chiesa è anche il popolo di Dio e la comunità dei Santi, Maria, come membro eminente di questo popolo, va posta dentro lo schema, affinché si colga meglio il valore del ruolo di Maria in relazione a Cristo e alla Chiesa; la Chiesa, frutto della redenzione di Cristo, è anche mezzo di salvezza, perciò Maria, membro della Chiesa, è anch’essa frutto della redenzione e mezzo di salvezza che dà agli altri ciò che lei stessa ha ricevuto da Cristo, con cui coopera alla salvezza degli uomini; Maria è figura della Chiesa e quindi il nesso tra lei e la Chiesa si esprime meglio nel medesimo schema (nella foto: Maria con gli apostoli a Pentecoste).
Per ragioni pastorali: se si vuole presentare ai fedeli la dottrina mariologica non come un corpo separato, ma unito al mistero di Cristo e della sua Chiesa, è necessario incorporarla nello schema sulla Chiesa.
Per ragioni ecumeniche: gli Ortodossi possono riconoscere la Venerabile Madre di Dio più facilmente in un testo inserito nel De Ecclesia che in uno a parte e i Protestanti avrebbero meno difficoltà a riconoscere che il culto di Maria ha un fondamento nella Scrittura e nella Tradizione.

Su questo tema così dice il par. 9 dello Schema Philips in discussione: «La Chiesa sa che essa è unita per più motivi con tutti coloro che, battezzati, sono cristiani, ma non professano integra la fede o l’unità della comunione sotto il Romano Pontefice (nella foto Giovanni XXIII con osservatori ortodossi). Infatti essi credono con amore in Cristo, Figlio di Dio Salvatore, riconoscono e ricevono tutti o almeno certi sacramenti. Lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo il desiderio che tutti si uniscano pacificamente in un solo gregge sotto un solo Pastore e, per ottenere ciò, la Chiesa non cessa di pregare, sperare, agire».
Anche su tale argomento le posizioni sono differenziate, come dimostrano i due interventi di seguito:
B. De Mello (Palmas, Brasile): nel par. 9 dello schema vi è una contraddizione tra il Concilio in atto e quelli precedenti, poiché in essi coloro che non accoglievano la dottrina cattolica venivano sempre colpiti da anatema, in questo invece no. Poiché non può esservi contraddizione rispetto al passato, occorre dare qualche spiegazione sul perché in questo Concilio si agisce diversamente. Sembra che ci sia il timore di confessare apertamente tutta la fede della Chiesa Cattolica nel Romano Pontefice: è noto infatti il grandissimo scandalo che dal Vaticano I in poi il primato e l’infallibilità del Papa suscitano negli avversari della fede cattolica.
M. Baudoux (Canada): ciò che nel par. 9 si dice dei legami della Chiesa con i fratelli separati non è adeguato per un dialogo fraterno con essi, poiché sono considerati battezzati e credenti individualmente, ma nulla si dice delle loro comunità cristiane separate dalla Chiesa, che pure proclamano il Vangelo di Cristo e celebrano il battesimo e gli altri sacramenti. Anche attraverso queste comunità Dio salva e santifica gli uomini, ad esse concede grazie e da esse riceve il culto divino, e la Chiesa Cattolica dovrebbe riconoscere ciò apertamente e con gioia.

L. Helchinger (Strasburgo): lo schema De Ecclesia mostra bene la dimensione universale o cattolica del Popolo di Dio, a cui tutti i cristiani appartengono per il loro battesimo. Bisogna però fare in modo che questa idea di universalità e comunione non resti astratta e impersonale, ma che incida nella vita dei fedeli e ne contrasti il radicato individualismo, dovuto spesso a un senso di anonimato, agli spostamenti continui per motivi diversi, a diocesi e parrocchie troppo grandi. E’ quindi necessario favorire un’esperienza personale di comunione cristiana in piccole comunità, sull’esempio della comunità di Gerusalemme descritta in At 2, perché solo in tale esperienza la vita apostolica dei cristiani può trovare il suo fondamento: oggi realmente l’individualismo è un’eresia grave e minacciosa sia per i laici che per i loro Pastori.
M. Mc Grath (Panama, parla a nome di oltre 40 vescovi dell’America Latina): la vita dei laici sembra consistere nella sottomissione alla gerarchia, dalla quale essi ricevono semplicemente il mandato dell’apostolato, secondo una concezione piramidale e clericale. Poiché le realtà mondane sono di competenza dei laici, è necessario che anche i cattolici collaborino e si impegnino con tutti gli uomini di buona volontà per la realizzazione di tutti quei valori secolari che promuovono il bene e il progresso dell’uomo e che possono debellare lo stato di miseria in cui ancora tante moltitudini vivono. La Chiesa però appare spesso troppo preoccupata delle cose soprannaturali, dando l’impressione di evadere dai problemi del mondo: ma se essa non riesce a mostrare che gli sforzi in atto per realizzare il progresso, la giustizia e un uso dei beni terreni in uno spirito di servizio reciproco, sono già un adombramento del Regno di Dio, i cristiani non potranno costruire col mondo il ponte che Paolo VI indica come il fine del Concilio.

Un tema più volte emerso, parlando dei laici che col clero costituiscono il Popolo di Dio, è quello della loro responsabilità, che nella Chiesa finora è risultata troppo scarsa, se non assente. Così si esprimono alcuni Padri:
F. Hengsbach (Essen, Germania): lo Spirito è presente non solo nella gerarchia, ma anche nei fedeli, nei quali, pure, esso agisce per l’edificazione della Chiesa. Perciò occorre dare ad essi più responsabilità nell’apostolato; inoltre i laici, uomini e donne, hanno dato preziosi suggerimenti ai vescovi nel preparare alcuni schemi del Concilio.
Card. L. Suenens (Malines, Belgio) : nel De Ecclesia si parla poco dei carismi dei fedeli laici, ricchi di doni dello Spirito Santo e impegnati in opere sociali, caritative, apostoliche. I Pastori devono promuovere questi doni dello Spirito e coinvolgere di più i laici che, in molti ambiti del mondo odierno, hanno maggiore esperienza della vita rispetto al clero stesso.
E. Primeau (Manchester, USA): lo schema insiste troppo sull’obbedienza e la sottomissione dei laici alla gerarchia, come se gli unici loro doveri fossero credere, pregare, obbedire, pagare. Non si sottolinea a sufficienza la responsabilità e la libertà di iniziativa dei laici, che sono membra vere del Corpo Mistico di Cristo e desiderano un’attiva partecipazione alla missione della Chiesa e una definizione del loro ruolo nell’apostolato.
J. Ménager (Meaux, Francia): gli uditori laici giudicano il testo inadeguato poiché presenta una descrizione troppo negativa e insufficiente della loro missione; è necessario mettere più in luce l’aspetto positivo della vocazione propria dei laici nella Chiesa e la loro missione. Essi, membra del Corpo Mistico di Cristo, sono chiamati a conseguire la pienezza della carità, a adempiere la missione di tutto il popolo di Dio e a promuovere nel mondo il regno di Dio. (continua)

Un altro argomento dibattuto riguarda la collocazione, nel De Ecclesia, del capitolo sul Popolo di Dio, una delle immagini, che include tutti i credenti, con cui viene rappresentata la Chiesa, ma che lo schema Philips poneva come terzo, dopo quello sulla costituzione gerarchica. Molti Padri si esprimono perché esso venga invece anteposto a quello sulla gerarchia: vediamone alcuni.
G. Gargitter (Bressanone): è necessario parlare del Popolo di Dio in modo più diffuso e positivo e solo successivamente di coloro che, tra questo Popolo, sono scelti e costituiti come pastori perché di esso si prendano cura e lo servano.
Card. Silva Enriquez (Santiago del Cile): ottima la divisione del cap. 3 in due parti dedicate, rispettivamente, al Popolo di Dio e, in esso, ai laici, ma questo capitolo deve diventare il 2°, prima di quello sulla gerarchia.
C. Padin (Brasile): poiché la gerarchia fa parte del Popolo di Dio, si deve parlare prima della Chiesa come Popolo di Dio, poi della gerarchia e della sua funzione dentro di esso.
K. Wojtyla: è interessante vedere come si esprime, in un intervento del 21 ottobre 1963, l’allora giovane vescovo di Cracovia: la costituzione gerarchica della Chiesa suppone la costituzione del Popolo di Dio, perciò la si comprende molto meglio se nello schema si antepone ad essa la dottrina sul Popolo di Dio. In tal modo sarà più evidente che la gerarchia è mezzo per conseguire il bene comune di tutto il Popolo di Dio, cioè della Chiesa. Se si antepone il discorso sul Popolo di Dio, si comprenderà meglio anche la distinzione, in esso, tra laici, chierici, religiosi, cioè tra le diverse vocazioni a cui ogni credente è chiamato. Perciò, invertendo l’ordine tra i capitoli 2 e 3, la struttura stessa dello schema sulla Chiesa apparirà più logica e comprensibile.

Possiamo notare, in merito, posizioni differenziate:
Card. A. Bacci: è contrario all’istituzione del diaconato come grado permanente e con possibilità di dispensa dal celibato: così facendo, si avrebbe un corpo di diaconi celibi e uno di sposati e sarebbe necessario istituire nuovi seminari per quegli alunni che si preparano al diaconato senza obbligo di celibato. Infatti sarebbe sconveniente che questi ultimi venissero educati e formati con quelli che invece si preparano al diaconato celibatario.
G. Carraro (Verona): è favorevole al diaconato come grado a se stante, purché celibatario, sia per non infrangere una tradizione antica nella Chiesa latina, sia perché il celibato favorisce la libertà individuale e lo spirito di povertà; inoltre, concedendo la possibilità del matrimonio, non vi sarebbe neppure un maggior numero di vocazioni.
Card. L. Suenens (Malines, Belgio): dal N. T. e dalla Tradizione risulta che i diaconi svolgevano importanti mansioni per la comunità. Si tratta di restaurare il diaconato come ordine stabile e autonomo della Gerarchia, e senza obbligo di celibato, là dove i vescovi lo riterranno opportuno, come nei paesi in cui i cristiani vivono in grandi spazi geografici o nelle periferie delle grandi città.
F. Seper (Zagabria): negli Atti degli apostoli il diaconato era stabile; dal punto di vista ecumenico esso esiste nelle Chiese orientali; dal punto di vista pastorale, può aiutare a superare difficoltà attuali, come accadde nella Chiesa primitiva.
Card. P. Richaud (Bordeaux): la restaurazione del diaconato permanente non ostacola le vocazioni, ma le favorisce: molti giovani, che non osano affrontare responsabilità sacerdotali, svolgerebbero volentieri, accanto ai vescovi, un fecondo lavoro apostolico.

Più incline a riaffermare con maggior vigore il primato di Pietro rispetto agli altri apostoli, e quindi del Papa rispetto al collegio dei vescovi, è P. Parente: Gesù ha costituito la sua Chiesa soltanto sulla roccia che è Pietro. E’ esatto dire che tutti gli apostoli sono, con Pietro, il fondamento della Chiesa, purché ciò non significhi che gli altri apostoli sono uguali a Pietro. Il vero fondamento è costituito dalla roccia su cui poggia l’edificio, le altre parti possono essere dette fondamenta, ma non allo stesso modo: gli altri apostoli non sono da considerarsi uguali a Pietro. Circa la collegialità episcopale, i suoi membri né superano il Papa né possono essere equiparati a lui. I vescovi formano un collegio, ma solo con uno stretto legame con il Papa.
De Ecclesia: il diaconato permanente
Altro argomento oggetto di discussione è costituito dal diaconato, che rappresenta la penultima tappa nel percorso che conduce all’ordinazione presbiterale. In particolare, due sono gli aspetti su cui si dibatte: la possibilità di conferirlo come grado permanente, cioè a uomini non destinati a diventare presbiteri; la possibilità che esso venga conferito anche senza obbligo di celibato.
Vediamo ciò che dice in proposito il par. 15 dello schema in discussione: «Il diaconato, in futuro, potrà essere esercitato come un grado proprio e permanente della gerarchia, quando la Chiesa abbia ritenuto che ciò giovi alle necessità della cura d’anime, o in certe regioni o in tutte. In tal caso spetta ai preposti decidere se tali diaconi siano tenuti o no alla sacra legge del celibato» (continua).
Un chiarimento circa le immagini dei nn. 44 e 45: in At 6,1 si usa il termine diakonia per indicare il servizio quotidiano consistente nel distribuire viveri alle vedove della comunità cristiana; da qui l’istituzione della figura del diacono, di cui in LG 29 si dice: «I diaconi, dedicati agli uffici di carità e di assistenza…». Gesù che lava i piedi ai discepoli (nella foto) è simbolo dello spirito di servizio che deve caratterizzare tanto i diaconi quanto ogni cristiano.

Vediamo ciò che dicono su questo tema alcuni Padri, concordi nel sostenere, come la maggioranza dei vescovi, la necessità di un maggior coinvolgimento dei vescovi stessi nel governo collegiale della Chiesa, pur riconoscendo il ruolo di guida e il primato del Papa.
J. Lefebvre (da non confondere con Marcel Lefebvre!): tutti i Padri aderiscono alla dottrina sul primato e l’infallibilità del Papa sancita dal Vaticano I; perciò la preoccupazione di alcuni che la discussione sulla collegialità dell’episcopato possa indebolire tale dottrina è lodevole, ma ostacola la ricerca della verità.
Maximos IV di Siria: il Papa è membro del Collegio apostolico proprio in quanto ne è il Capo, ma il suo potere non elimina né il potere del Collegio apostolico né quello di ogni vescovo nella propria diocesi. Inoltre non bisogna creare ulteriori ostacoli all’unione con i cristiani orientali per i quali la designazione dei vescovi non è riservata al Papa per diritto divino.
J. Heuschen di Liegi: secondo la Tradizione, la Chiesa si basa sul fondamento degli apostoli, di cui i vescovi sono i successori, considerati collegialmente.
A. Charue di Namur (Belgio): anche il N. T., come Ef 2,20, conferma che la Chiesa è fondata sugli apostoli e non solo su Pietro.
L. Bettazzi (nella foto), vescovo ausiliare di Bologna (cfr. n. 29): con la consacrazione episcopale i vescovi divengono, per diritto divino, membri del corpo episcopale, partecipano alla universale giurisdizione della Chiesa e costituiscono il collegio dei successori degli apostoli in comunione con il Papa che, successore di Pietro, ne è il capo. Questa tesi, lungi dal minacciare il primato del romano Pontefice, è quella accettata anche nei secoli scorsi dai più importanti fautori di tale primato. Perciò innovatori non sono i sostenitori della collegialità, ma chi sostenesse il contrario (continua).

Così continua l’annuncio del pellegrinaggio in Terra Santa dato da Paolo VI: «…per richiamare ad essa [la Chiesa] unica e santa i fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, la quale in questi giorni mostra ancora quanto sia debole e tremante, per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta l’umanità».
Si nota la ripresa di due motivi fondamentali su cui aveva già insistito Giovanni XXIII: il desiderio del ritorno della Chiesa all’unità e il tema della pace, oggi così di attualità, di cui il Papa sottolinea «quanto essa sia debole e tremante» e, pertanto, la necessità di implorarla da Cristo, Principe della pace. Fu proprio Paolo VI a istituire, il 1° gennaio 1968, la Giornata Mondiale della Pace, che saremo invitati a celebrare di nuovo con particolare intensità tra pochi giorni: il Natale di Cristo e la pace, suo dono, ma anche faticosa costruzione degli uomini, appaiono sempre strettamente congiunti nelle parole dei Papi del Concilio.
A proposito dell’unità dei cristiani, Paolo VI incontra due volte, il 5 e il 6 gennaio, a Gerusalemme il Patriarca ortodosso di Costantinopoli Athenagoras (nella foto), novecento anni dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente da Roma; in tal modo questo pellegrinaggio, che doveva avere un significato strettamente spirituale, assume una dimensione ecumenica decisiva anche per il futuro del Concilio. Interessante il commento del giornalista del quotidiano francese Le Monde, Henri Fresquet, autore di un Diario del Concilio. Tutto il Concilio giorno per giorno: «Questo viaggio è un “ritorno alle fonti” che non può essere interpretato altrimenti che come la volontà del Papa di rivelare alla Chiesa lo stile evangelico che a poco a poco dall’epoca costantiniana è andato sempre più scomparendo. E’ inoltre un atto ecumenico di grandissima importanza al quale gli orientali saranno estremamente sensibili».
[Cogliamo l’occasione per informare che la rubrica riprenderà dopo le feste e per augurare a tutti un Natale sereno e un felice Anno Nuovo, illuminato dalla luce di Gesù, il Verbo che si è fatto Carne e ha abitato tra noi]

Prendiamo l’occasione del Natale imminente per rinviare un po’ più in là il discorso sui temi del De Ecclesia e soffermarci su un evento significativo, pur sempre inserito nel clima conciliare ma, nello stesso tempo, utile per una riflessione sul Natale: l’annuncio dato da Paolo VI, il 4 dicembre 1963, alla chiusura della seconda sessione del Concilio, del pellegrinaggio in Terra Santa che si sarebbe svolto dal 4 al 6 gennaio 1964. Dalla prigionia di Pio VII in Francia, al tempo di Napoleone, un Papa non era più uscito dal territorio italiano e dal 1870 neppure dalla Città del Vaticano (a parte il pellegrinaggio di Giovanni XXIII a Loreto e Assisi); anche per questo motivo l’annuncio di tale iniziativa, accolto dall’assemblea dei vescovi con un grande applauso, apparve ancor più straordinario e unico. Ecco le parole con cui esso fu dato:
«…Vogliamo recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo mese di gennaio, in Palestina, per onorare personalmente, nei Luoghi santi ove Cristo nacque, visse, morì e risorto salì al Cielo, i misteri primi della nostra salvezza: l’Incarnazione e la Redenzione. Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa…».
Così le Poste Vaticane hanno voluto commemorare questo pellegrinaggio di Paolo VI, riproducendo (cfr. foto) il Papa in preghiera, la basilica della Natività a Betlemme, la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, un particolare di Nazareth, luogo dell’Annunciazione a Maria e dell’Incarnazione di Cristo.
La prossima volta vedremo alcuni altri motivi importanti a cui Paolo VI accenna nel discorso in cui annuncia il suo pellegrinaggio in Terra Santa.

Oggi, prima di proseguire con i temi del De Ecclesia, ci soffermiamo su due belle immagini (nelle foto) riprodotte in uno dei volumi degli Atti del Concilio:
L’immagine di sinistra, da una miniatura del sec. XV, rappresenta Maria e gli apostoli nel giorno di Pentecoste e venne distribuita ai Padri conciliari nella 37^ congregazione del 30 settembre 1963, all’inizio della seconda sessione, accompagnata dalla preghiera in latino allo Spirito Santo, con cui si apriva ogni congregazione (cfr. testo riportato parzialmente, in traduzione, al n. 17).
L’immagine di destra, di cui non è indicata la provenienza, rappresenta Cristo Re e venne distribuita ai Padri conciliari nella 45^ congregazione del 10 ottobre 1963, accompagnata dalla seguente preghiera (originale in latino) scritta da Paolo VI:
«Alla tua Maestà, Signore Dio, offriamo questo sacrificio di lode e, uniti col tuo servo il Nostro Pontefice Paolo in devoto ossequio d’animo, preghiamo l’immensa tua bontà affinché tu guardi con volto benevolo il Concilio Ecumenico Vaticano II e renda fecondo il suo esito con l’abbondanza della tua grazia. Per Cristo nostro Signore. Amen».
[N.B.: La seconda immagine citata nel testo è visibile sul nostri canali social Instagram e Facebook]

In una conferenza stampa del 5 ottobre 1963, R. Stourm, vescovo francese di Sens, ne spiega bene i motivi:
1 – la Chiesa è stata affidata a uomini e perciò ha sempre bisogno di essere riformata per recuperare l’originario spirito evangelico; ciò è necessario per fedeltà a Cristo, suo fondatore, ma anche per preparare un terreno favorevole all’incontro con i fratelli separati.
2 – La Chiesa è troppo centralizzata, perciò è necessario un recupero della collegialità episcopale, affinché i vescovi si sentano corresponsabili col Papa dell’evangelizzazione del mondo intero.
3 – È necessario che i vescovi di ogni nazione collaborino tra loro, perché ormai molte questioni non possono più essere risolte dalle singole diocesi, ma richiedono un lavoro condiviso.
4 – Bisogna definire il posto dei laici nella Chiesa (e questo è lo scopo del capitolo sul Popolo di Dio): non esiste una Chiesa che insegna e una che passivamente si lascia istruire, ma esiste una sola Chiesa in cui vi è il clero e vi sono i laici e ognuno ha il posto di lavoro che gli compete. Molti laici si sentono trattati come minorenni, mentre vorrebbero essere trattati da adulti e partecipare in modo più attivo alla vita della Chiesa.
5 – La Chiesa è chiamata a dare risposte agli interrogativi degli uomini d’oggi su quale sarà il futuro dell’umanità, che sta vivendo profondi cambiamenti, dovuti anche al prodigioso e talvolta preoccupante progresso della scienza (timore di un conflitto atomico). Molti guardano perciò alla Chiesa, Mater et Magistra, nella speranza che essa tuteli i valori essenziali dell’umanità, e ripongono quindi grandi speranze nel Concilio.
Perciò il Concilio si impegnerà anche a dire che cosa la Chiesa pensa su problemi quali la dignità della persona umana, l’inviolabilità della vita, la famiglia, la giustizia sociale, la guerra e la pace, la fame, l’evangelizzazione dei poveri, ecc.

Può essere interessante, prima di tutto, vedere ciò che il quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia, diretto dal 1961 al 1967 da Raniero La Valle (nella foto) e da cui derivò nel 1968 l’attuale Avvenire, riporta il 2 ottobre 1963, dopo la 38^ Congregazione generale, cioè dopo il primo giorno di discussione sullo schema De Ecclesia: «Gli interventi di questa mattina hanno rivelato in modo crescente il consenso dei Padri conciliari allo schema De Ecclesia [lo schema Philips di cui si è detto al n. 37] presentato ieri al loro esame. Con insistenza è stata sottolineata la validità dello schema come base di un costruttivo e fecondo lavoro conciliare». Gli interventi hanno insistito su tre punti, così sintetizzati dal medesimo quotidiano: «1 – Lo schema presenta un’immagine troppo statica della Chiesa, occorre invece accentuare la natura dinamica della Chiesa che tende continuamente al Regno di Dio, e sulla terra è incaricata, per missione specifica, dell’evangelizzazione; 2 – lo schema non accenna al ruolo ecclesiale della Madonna, che è Madre di Cristo e dunque Madre della Chiesa. E’ vero che della Madonna si parla in uno schema a parte, ma varie ragioni teologiche, pastorali ed ecumeniche suggeriscono di conglobare questo schema nel testo De Ecclesia; 3 – lo schema non rileva a sufficienza che la collegialità episcopale è una struttura ordinaria normale della Chiesa; sarebbe augurabile una maggiore precisione dei rapporti che intercorrono tra il Collegio dei Vescovi, il Papa e la Chiesa universale».

La 37^ Congregazione generale (30 settembre 1963) riprende i suoi lavori con l’esame dello schema De Ecclesia rielaborato, durante l’intersessione, dal teologo belga Gerard Philips (nella foto) sulla base dello schema precedente della Commissione dottrinale, che era stato pesantemente criticato e, in sostanza, bocciato al termine della prima sessione (cfr. n.31). In questo nuovo schema i capitoli sono stati ridotti da 11 a 4: 1-Il Mistero della Chiesa; 2-La costituzione gerarchica della Chiesa e i vescovi chiamati a governarla in comunione col Papa (collegialità); 3-Il popolo di Dio e i laici; 4-La chiamata alla santità di tutta la Chiesa. Lo schema, nel suo insieme, viene approvato da quasi tutti i Padri, ma la discussione sui 4 capitoli, che fa registrare moltissimi interventi sia scritti che orali, si protrae per tutto il mese di ottobre fino alla congregazione 59^. Dall’1 al 3 ott. (congr. 38-40) si dibatte sul proemio e sul cap. 1; dal 4 al 16 ott. (congr. 41-49) si discute sul cap. 2; dal 17 al 24 ott. (congr. 50-56) sul cap. 3; dal 25 al 31 ott. (congr, 56-59) sul cap. 4.
I temi su cui soprattutto verte il dibattito e il confronto tra le diverse posizioni sono: l’immagine e la definizione che la Chiesa dovrebbe dare di se stessa; la collocazione della figura di Maria in rapporto alla Chiesa; la collegialità episcopale e il rapporto col primato del Papa; la costituzione gerarchica della Chiesa; il diaconato permanente; il popolo di Dio e la collocazione del relativo capitolo all’interno del De Ecclesia; in quale modalità i cristiani separati appartengono alla Chiesa.
Vedremo pertanto, nelle prossime puntate, gli interventi di alcuni partecipanti sui temi ora accennati, da cui si dovrebbe intuire l’importanza attribuita al De Ecclesia e come siano emerse, in proposito, concezioni spesso molto diverse, le quali hanno dato luogo a dibattiti molto accesi, che stanno a dimostrare, tra l’altro, la grande vivacità che ha caratterizzato le congregazioni conciliari.

Il Papa (nella foto) richiama il discorso inaugurale di Giovanni XXIII Gaudet Mater Ecclesia citando le parole con cui egli aveva affermato lo scopo pastorale del Concilio: «Il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace, nei modi richiesti dai tempi moderni». Il cammino, che ora riprende, deve avere Cristo come «nostro principio, nostra via e guida, nostra speranza e nostro termine». Paolo VI indica poi i quattro scopi principali del Concilio: 1 – Indagare più a fondo ciò che la Chiesa è e ciò che essa pensa di sé per comprenderne sempre meglio l’intima essenza e darne una definizione che faccia capire la sua reale costituzione e la sua missione salvifica. 2 – Il rinnovamento della Chiesa, che deve riportare se stessa alla conformità col suo fondatore; ciò non significa una rottura con ciò che «la tradizione ha di essenziale e di venerabile, ma spogliarla di ogni caduca e difettosa manifestazione». 3 – Il ritorno all’unità della Chiesa: la Chiesa di Cristo è una sola e perciò dev’essere unica e ciò può avvenire anche rispettando la varietà di espressioni linguistiche, di forme rituali, di tradizioni storiche; «questo Concilio apre le porte, attende ansioso le tante pecore di Cristo, che nell’unico ovile tuttora non sono». 4 – Iniziare un dialogo col mondo contemporaneo: occorre «aprire le porte di quest’assemblea e gridare al mondo un messaggio di saluto, di fraternità e di speranza». La Chiesa guarda al mondo con profonda comprensione: guarda a tutta l’umanità che soffre e che piange; guarda agli uomini della cultura, ai lavoratori, ai governanti, «a quelle religioni che conservano il senso e il concetto di Dio, unico, creatore, provvido, sommo e trascendente, perché tutto ciò che in esse è di vero, di buono, di umano, la Chiesa lo apprezza».

