Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.
Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.
Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

Donze (Francia): lo schema parla adeguatamente di coloro che esercitano l’apostolato, ma non a sufficienza delle persone che ne sono l’oggetto, che vanno inserite nel loro ambiente, nelle loro condizioni di vita e nel loro contesto sociale, come insegnano la sociologia e la psicologia. Cheng (Formosa): l’esaltazione della dignità dei laici, fatta per la prima volta da un Concilio, non significa che i laici devono governare la Chiesa con la gerarchia, ma che è loro diritto e dovere collaborare con essa nell’esercizio dell’apostolato, che sarà efficace solo se accompagnato dalla pratica di una vita cristiana. P. Keegan, presidente dell’Associazione mondiale dei lavoratori, parla a nome degli uditori e delle uditrici: lo schema è il risultato della nuova coscienza che la Chiesa ha di se stessa e della scoperta, da parte di uomini e donne, della loro responsabilità nell’attività apostolica, che ha come fondamento il battesimo comune a tutti i cristiani. Ma come rendere consapevoli i laici cattolici di questa loro responsabilità nell’apostolato? Questo è compito degli educatori: genitori, insegnanti, sacerdoti, organizzazioni cattoliche, e richiede un dialogo continuo tra gerarchia e laici. Hengsbach (Germania), che ha presentato lo schema, conclude la discussione sintetizzando i punti salienti che ne sono emersi: una maggiore corrispondenza dello schema con il capitolo del De Ecclesia dedicato ai laici; un’esposizione più chiara dei fondamenti teologici dell’apostolato dei laici; la necessità di affermare in modo chiaro il ruolo, l’autonomia e la responsabilità dei laici nello svolgere apostolato negli ambiti di loro specifica competenza; l’importanza delle varie forme di associazioni cattoliche e, soprattutto, dell’Azione cattolica, che devono lavorare in armonia con la gerarchia; la necessità di coinvolgere di più i laici nella revisione del testo definitivo dello schema.
Nella foto: l’Esortazione apostolica del 1988, che si rifà al testo conciliare

McGrath (Panama): il termine «apostolato» deve essere spiegato meglio e fondato sulla dottrina del sacerdozio di Cristo, a cui tutti i fedeli partecipano mediante il battesimo, come è detto nel De Ecclesia. Va affermato il valore dell’azione e della responsabilità dei laici nelle attività temporali, insieme alla necessità della formazione religiosa, di cui deve occuparsi l’Azione Cattolica. Carter (Canada): il testo presenta una mentalità spiccatamente clericale, è opera di una commissione per l’apostolato dei laici composta solo da chierici; esso non è il risultato di un dialogo con i laici, ma un discorso di chierici ad altri chierici, pertanto va rifatto con l’aiuto di laici capaci e competenti in tale ambito. Seper (Zagabria): lo schema dovrebbe essere il completamento di ciò che si dice dei laici nel De Ecclesia. In ogni parrocchia si dovrebbe organizzare obbligatoriamente un’assemblea settimanale di tutti gli adulti per discutere con il clero i problemi della comunità. Capucci (Aleppo di Siria): la Chiesa deve ripudiare il clericalismo e aprirsi di più ai laici, trattarli da adulti responsabili, avere fiducia nella competenza e nel senso ecclesiale di coloro che in essa sono stati formati. L. Errazuriz (Cile) delinea le qualità che l’apostolato dei laici deve avere per risultare efficace: esso deve rendere manifesto che Dio si è rivelato attraverso l’incarnazione del Verbo nella Chiesa e attraverso l’opera dell’uomo nella creazione; deve incarnarsi nell’esistenza vitale e storica dell’umanità, condividere i problemi dell’ambiente in cui opera, conoscerne le condizioni e adattare ad esse la propria azione; deve mettere in evidenza i rapporti tra Chiesa e mondo, la cui unità si rispecchia nella coscienza del laico apostolo, che è membro della Chiesa e della società civile; deve far capire che nessuna delle attività umane viene trascurata dalla Chiesa (continua).
Nella foto: un’edizione contenente il documento conciliare sull’apostolato dei laici

Fernandes (India): il significato dell’apostolato dei laici va posto in relazione alla lotta mondiale contro la fame, la povertà e per la giustizia sociale. Duval (Algeri) parte dalle esperienze dei laici cristiani che vivono in mezzo ai non cristiani, con i quali hanno rapporti in ambito culturale, morale, religioso, e ai quali non solo hanno qualcosa da dare, ma anche da ricevere. D’Souza (India) critica lo schema ed esorta a trattare i laici come adulti: sicuramente nulla deve essere fatto senza il vescovo, come dice Ignazio di Antiochia, ma il popolo di Dio non è uno Stato totalitario, nel quale ogni cosa è ordinata dall’alto; il principale impedimento alla riforma ecclesiastica è il clericalismo. De Smedt (Belgio): lo schema è valido, ma deve essere riaffermata l’importanza e il rispetto della libertà religiosa altrui da parte dei laici nello svolgimento del loro apostolato. La fede sarà tanto più cristiana e cattolica, quanto più libera e personale nella sua adesione a Dio e alla Chiesa. K. Wojtyla (nella foto: il futuro papa ai tempi del Concilio) giudica positivamente lo schema; il principio del dialogo, anche dentro la Chiesa, deve essere affermato come costitutivo per l’apostolato. Bettazzi (Bologna): la vita e l’apostolato cristiani sono, per la natura stessa della Chiesa, comunitari; perciò l’apostolato non può essere ridotto a un fatto individuale. Occorre esortare i laici ad assumere le proprie responsabilità e trattarli come figli maggiori, non assoggettarli alla tutela dei vescovi. Tarancon (Spagna): nella Chiesa la figura del laico deve apparire ben chiara accanto a quella del chierico, in modo da completare quanto detto nel De Ecclesia, cioè che esiste un’attività propria dei laici battezzati, nella quale la direzione e la responsabilità è dei laici stessi, che agiscono per diritto proprio. Tutto ciò va espresso chiaramente nello schema (continua).

Conclusa momentaneamente l’analisi del De Revelatione, che verrà ripresa nell’ultima sessione, le cinque congregazioni successive (96^-100^) vengono dedicate alla discussione dello schema sull’ l’apostolato dei laici, mentre un numero più consistente di esse viene riservato a quello che allora era lo schema 13, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, che diverrà, alla fine, la Costituzione Gaudium et spes. Pertanto nelle successive puntate relative a questa terza sessione, che si concluderà il 21 novembre 1964 con la 127^ congregazione, ci soffermeremo in particolare su questi due ultimi schemi, limitandoci, per gli altri argomenti trattati in Concilio, solo a qualche accenno.
Lo schema De apostolatu laicorum viene presentato il 6 ottobre alla fine della 95^ congregazione ed è suddiviso in 5 capitoli:
1 – La vocazione dei laici all’apostolato; 2 – Comunità e ambienti di vita (la famiglia, le comunità ecclesiali, cioè parrocchia e diocesi, gli ambiti di vita propri dei laici); 3 – Le finalità dell’apostolato (la conversione degli uomini a Dio, la forma cristiana dell’ordine terreno); 4 – Le forme associative (significato dell’associazione, le varie forme organizzative, con particolare attenzione all’Azione cattolica); 5 – Principi dell’ordinamento (il rapporto tra l’apostolato dei laici e la gerarchia).
Il 7 ottobre si apre la discussione:
Ritter (USA) critica lo spirito clericale dello schema e ritiene che vada più evidenziata la spiritualità specifica dei laici. Sani (Indonesia): invece di elencare gli elementi dell’apostolato dei laici, si dovrebbe iniziare con la descrizione della vita dei laici nel mondo d’oggi, da cui far emergere le esigenze dell’apostolato, che va svolto nell’ambito dei propri compiti mondani (continua).
Nella foto: un francobollo delle Poste Vaticane dedicato al Congresso sull’apostolato dei laici a due anni dalla fine del Concilio

Vediamo ora alcuni altri interventi sul De Revelatione durante le congregazioni 92-95.
Il card. Meyer (USA) valuta positivamente lo schema, ma anch’egli sottolinea la necessità di mettere in evidenza come Dio, attraverso la parola della Scrittura, esprime se stesso e si rivolge all’autore ispirato per stabilire una comunicazione con gli uomini. Il card. Bea esprime soddisfazione soprattutto per la forma positiva dell’esposizione, che è più convincente della condanna degli errori, e per il modo tipicamente biblico della presentazione, diversamente dalla precedente stesura.
Volk (Magonza) (nella foto) approva lo schema, ma sottolinea il fatto che Dio nella sua rivelazione non comunica singole verità come tali, ancora sconosciute, ma si comunica in esse; così l’uomo, accogliendo nella fede le verità rivelate, non offre a Dio solo l’intelletto e la volontà, ma se stesso e la sua vita; inoltre la Rivelazione non solleva solo problemi scientifici, ma nutre la vita spirituale, al cui servizio deve porsi la teologia. Butler, presidente della Congregazione dei Benedettini inglesi, sostiene la libertà della ricerca esegetica ed invita i Padri a non aver paura della verità critico-scientifica, «sulla base della quale possiamo entrare in dialogo con gli esegeti non-cattolici e preparare la via ad una fede cristiana adulta e matura». Simons (India) tocca il tema dell’ispirazione divina della Scrittura: essa non va intesa nel senso che Dio ha ispirato agli agiografi tutte le cose da dire, una per una, preservandoli da ogni errore; piuttosto, mediante gli agiografi e la loro libertà di scrivere ciò che essi stessi intendevano, e nonostante i loro errori, la vera divina ispirazione si estende soltanto alla intenzione di Dio di rivelare se stesso e la sua volontà di salvare gli uomini, divenuta sempre più chiara e piena, fino a Gesù Cristo.

Nella 91^ congregazione del 30 settembre 1964 si riprende la discussione sullo schema della divina Rivelazione, nel frattempo ampiamente rielaborato, che due anni prima, durante la prima sessione, era stato ritirato dall’ordine del giorno per decisione dello stesso Giovanni XXIII (cfr. n. 23).
Questa la nuova suddivisione in capitoli dello schema:
1 – La Rivelazione; 2 – La trasmissione della Rivelazione divina; 3 – L’ispirazione e l’interpretazione della Sacra Scrittura; 4 – L’Antico Testamento; 5 – Il Nuovo Testamento; 6 – La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa.
Il vescovo di Firenze, E. Florit (nella foto)*, presenta la relazione sui cc. 1-2, e gli interventi successivi si dichiarano per lo più favorevoli alla nuova stesura del testo, pur con alcune osservazioni: Shehan (Baltimora), per esempio, sottolinea che va meglio chiarito il ruolo dell’autore umano della Scrittura, che non va intesa come una dettatura fatta da Dio, ma come una rivelazione che l’autore umano riceve, interpreta e comunica al popolo di Dio. Guano (Livorno) apprezza in particolare il fatto che la Rivelazione venga presentata come un’azione di Dio che non parla solo all’intelletto, ma riguarda tutto l’uomo; perciò l’atto di fede comporta l’adesione di tutto l’uomo a un Dio che lo ama. Tradizione non è solo trasmissione di un insegnamento, ma tutto ciò che «la Chiesa ha ed è, l’intera vita della Chiesa». Zoungrana (Alto Volta), a nome di 66 vescovi africani, elogia il fatto che il c. 1 veda la Rivelazione fondamentalmente nello stesso Cristo, in cui risiede la pienezza della verità, e ciò è conforme alla natura pastorale del Concilio e all’uomo d’oggi: «La mentalità religiosa contemporanea è prevalentemente personalistica…verità da credere e precetti da adempiere richiedono di essere considerati maggiormente nel loro rapporto con una persona vivente».

Sicuramente, però, la questione più scottante e dibattuta, è quella relativa all’accusa di «deicidio» mossa agli ebrei. Alcuni Padri giudicano negativamente il fatto che dal testo attuale, rispetto a quello presentato nella sessione precedente, sia stata eliminata l’affermazione secondo cui gli ebrei non possono essere accusati di deicidio né essere ritenuti un popolo maledetto e abbandonato da Dio: infatti, secondo la teologia cattolica, tutti gli uomini, con i loro peccati, sono stati causa della morte di Cristo. Dal punto di vista storico, poi, tra gli ebrei di allora soltanto alcuni e i loro capi ne hanno voluto la condanna: quindi non è neppure possibile accusare di ciò tutto il popolo ebraico di quel tempo e tanto meno gli ebrei dei secoli successivi e quelli attuali. Cristiani ed ebrei, inoltre, hanno in comune la stessa storia della salvezza e si richiamano allo stesso padre Abramo. La Dichiarazione è ritenuta necessaria anche per condannare le persecuzioni religiose e razziali che per secoli hanno colpito gli ebrei, fino alla recente tragedia della Shoah.
Anche questa Dichiarazione, come quella sulla libertà religiosa, dovrà essere ripresa nell’ultima sessione del Concilio, dato che dall’inizio di ottobre le congregazioni iniziano a discutere gli schemi dedicati ad altri argomenti ancora da affrontare. Tuttavia, nel mese di ottobre le due Dichiarazioni sono oggetto di confronto e scontro molto aspro all’interno delle commissioni e degli organismi preposti alla revisione dei due testi, che incontrano una durissima opposizione da parte della minoranza conservatrice dei Padri conciliari; infatti le speranze del Segretariato per l’unità dei cristiani in una loro approvazione da parte del Concilio entro la fine della terza sessione, andranno deluse e, per la promulgazione della Dichiarazione De libertate religiosa, bisognerà attendere addirittura il 7 dicembre 1965, penultimo giorno del Vaticano II.
Nella foto: la visita di Papa Francesco alla sinagoga di Roma nel 2016

Con la 89^ congregazione del 28 settembre 1964 si conclude il dibattito sulla Dichiarazione intorno alla libertà religiosa (che verrà ripresa nell’ultima sessione) e si apre quello sugli Ebrei: il capitolo che, nello schema sull’ecumenismo, era stato inserito come 4° dedicato appunto agli Ebrei e illustrato dal Card. Bea nella 2^ sessione, ora viene ripresentato dallo stesso Cardinale come una Dichiarazione distinta da quello schema, col titolo De Iudaeis et de non christianis. Il testo, notevolmente modificato, rispetto a quello precedente, durante la 2^ intersessione, è oggetto di dibattito anche durante le congregazioni 90^ e 91^ del 29 e 30 settembre.
I numerosi interventi esprimono per lo più una valutazione positiva sulla necessità e sul contenuto della Dichiarazione, anche se i Patriarchi del Medioriente la ritengono inopportuna: infatti, sebbene il Card. Bea nella sua presentazione abbia sottolineato il fatto che essa è nata da motivazioni esclusivamente religiose ed ecumeniche e non politiche, i vescovi orientali temono che simile Dichiarazione possa essere interpretata dai Paesi arabi, ostili allo Stato di Israele, come una sorta di riconoscimento politico dato ad esso da parte del Concilio. Ma ciò causerebbe serie difficoltà pastorali e gravi pericoli per i cristiani presenti in quei paesi a maggioranza musulmana.
Alcuni Padri osservano invece che, come si parla degli ebrei, bisognerebbe parlare, qui o in una Dichiarazione distinta, anche delle altre religioni non cristiane, come buddismo, induismo e religione musulmana, che coinvolgono milioni di persone e meritano di essere considerate tutte con attenzione e rispetto. (continua)
Nella foto: la visita di Papa Francesco alla sinagoga di Roma nel 2016

Altri interventi a favore:
Ndungu (Uganda): la Chiesa deve difendere la libertà per tutti gli uomini. Non si tratta di proclamare il diritto dell’errore al rispetto, ma il diritto della persona alla ricerca e alla professione della propria verità religiosa.
Molto significativo l’intervento di Garrone, vescovo di Tolosa: la Dichiarazione presenta il tema della libertà religiosa in termini molto diversi, che possono sembrare addirittura contraddittori, rispetto al modo con cui la Chiesa ne ha parlato nei secoli passati. La contraddizione è però soltanto apparente, non reale, se si tiene conto di quanto segue: è mutata profondamente la materia, cioè le condizioni della vita umana nella società: la nozione di Stato è molto mutata rispetto al Medioevo; il bene comune va oggi definito in riferimento al mondo intero; la società è pluralistica, con confessioni diverse e con forme di ateismo; e soprattutto, con il progresso nella comprensione del Vangelo, concetti come dignità e uguaglianza tra gli uomini, libertà, amore, giustizia e rispetto reciproco, sempre più sono inscritti come valori fondamentali nei cuori degli uomini. E’ mutato anche il modo di considerare la materia: per es. il modo con cui oggi, circa la libertà, si deve agire verso le persone, nella Chiesa o fuori di essa, religiose o no. Perciò la Chiesa forma il proprio giudizio alla luce di questi mutamenti: i principi non cambiano, ma cambia il contesto storico e il modo con cui essi possono essere attuati. «La Chiesa non nega anche che in passato il suo modo di agire non sia sempre stato concorde a questa dottrina! Domanda invece che si tenga conto del contesto sociale di ciascun tempo affinché sia formulato un giusto giudizio, e anche del progresso necessario che richiede tempo nella percezione delle nozioni morali. Ma se alcune azioni sono state imperdonabili, la Chiesa umilmente non esita a pentirsene».

Altri interventi contrari alla libertà religiosa:
M. Lefebvre (Francia): la Dichiarazione è impregnata di relativismo e avrebbe conseguenze gravi in campo religioso, morale, politico. La libertà non è un valore assoluto perché può servire anche al male.
Temino (Spagna): l’idea che tutte le religioni e comunità religiose abbiano gli stessi diritti e siano degne della stessa considerazione sociale, non concorda con la dottrina del Vaticano I né con la Rivelazione.
Granados (Spagna): il diritto all’indiscriminata propaganda della verità e degli errori religiosi è dottrina nuova nella Chiesa. La dottrina tradizionale, da Leone XIII a Pio XII, insegna che tale diritto spetta alla verità, all’errore solo la tolleranza, se così esige il bene comune.
Interventi a favore:
Card. Léger (Montreal): lo schema corrisponde ai bisogni attuali. La libertà religiosa è un diritto comune ai cristiani e ai non cristiani, a credenti e atei, è un diritto intangibile di ogni persona nell’esercizio della sua ragione.
Card. Cushing (Boston) parla a nome di quasi tutti i vescovi U.S.A. che approvano il testo: la libertà religiosa è un diritto fondamentale della persona e la Chiesa Cattolica deve sostenerlo anche per le altre Chiese, perché lo richiede la libertà civile.
Card. Henriquez (Santiago del Cile): esprime parere favorevole a nome di 58 vescovi latinoamericani.
Card. Konig (Vienna): lo schema è buono, ma il Concilio deve tener presente la tragica realtà di tutti quei paesi in cui non esiste libertà religiosa.
Klepacz (Polonia), a nome dei vescovi polacchi: la libertà religiosa si fonda sulla natura razionale dell’uomo, creato libero da Dio; da ciò deriva che: ogni uomo è libero di seguire, in coscienza, la propria religione; ha diritto di diffonderla con mezzi onesti; ogni religione deve essere rispettata, ma ognuno deve studiare quale sia la vera religione (continua).

I numerosi interventi sullo schema della libertà religiosa denotano una netta contrapposizione tra due modi radicalmente diversi di valutare la questione: da un lato la tesi di coloro che si dichiarano contrari perché, convinti che la verità nella sua pienezza si trovi solo nella Chiesa cattolica e che non si debba concedere spazio all’errore e alla diffusione di dottrine false, causa di male per gli uomini, ritengono che solo essa abbia il diritto alla piena libertà e che lo Stato abbia il dovere di sostenere la vera religione, appunto quella cattolica, creando le condizioni che permettano agli uomini l’accesso alla verità divina e ostacolando tutto ciò che la Chiesa consideri contrario al proprio scopo; tutt’al più sarà consentita alle altre religioni una certa tolleranza, per evitare mali peggiori. Tutto ciò inoltre, è conforme al magistero tradizionale della Chiesa e dei papi degli ultimi due secoli.
Dall’altro lato, la tesi sostenuta nello schema del Segretariato: la scomparsa del concetto di tolleranza in favore della libertà di coscienza e di religione per tutti gli uomini, fondata sulla natura e sulla pari dignità di ogni essere umano in quanto creatura di Dio e sulla pari dignità delle diverse religioni; una netta separazione tra i compiti della Chiesa e quelli dello Stato, che non può avere alcuna competenza in questioni di ordine religioso.
Di seguito si riportano i punti essenziali di alcuni interventi particolarmente significativi, in un senso o nell’altro: cominciamo con i contrari.
Card. Ruffini (Palermo): lo schema va cambiato. La libertà religiosa non può essere separata dalla verità che è una e indivisa, di cui la Chiesa è l’unica autentica depositaria; pertanto solo all’unica vera religione, quella professata dalla Chiesa cattolica, spetta il diritto alla piena libertà.
Card. Browne (Irlanda): lo schema è inaccettabile, va rigettato in blocco (continua).

Durante la 83^, 84^, 85^ congregazione (18-22 sett. 1964) si riprende la discussione sul c. 3 dello schema sulla Chiesa dedicato all’Episcopato, di cui si era già discusso nella sessione precedente, finché nell’86^ congregazione (23 sett.) si apre il dibattito sulla libertà religiosa, che continua nell’87^ e 88^. Si tratta di un tema particolarmente sentito e importante, soprattutto per le implicazioni che esso può avere nei rapporti della Chiesa cattolica con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni più in generale e con il mondo moderno.
Il testo sulla libertà religiosa, preparato dal Segretariato per l’unità dei cristiani come c. 5 dello schema sull’ecumenismo e presentato durante la 2^ sessione da De Smedt, vescovo di Bruges, su proposta della Commissione di Coordinamento viene ora introdotto, per la discussione, come una Dichiarazione distinta dallo schema sull’ecumenismo e il relatore è di nuovo De Smedt.
Cinque sono i criteri seguiti dal Segretariato nella revisione del testo operata durante la 2^ Intersessione: 1 – Una definizione più chiara del concetto di libertà religiosa, distinguendo tra libertà degli uomini nei rapporti con Dio e degli uomini nei rapporti fra loro; il testo contempla solo la libertà religiosa nei rapporti fra gli uomini, fondata sull’obbligo di rispettare la dignità umana. 2 – L’affermazione del diritto delle comunità religiose a godere di piena libertà in ciò che può aiutare la vita spirituale degli uomini. 3 – L’affermazione che l’esercizio del diritto della libertà religiosa può subire limitazioni se ostacola i diritti degli altri. 4 – La messa in risalto della verità oggettiva della legge divina in modo da escludere i pericoli del soggettivismo e dell’indifferentismo. 5 – La sottolineatura che le attuali condizioni dell’umanità confermano la necessità della libertà religiosa.

La discussione verte in particolare su due titoli dati a Maria: mediatrice e madre della Chiesa.
Su mediatrice emergono tre orientamenti: lasciare il termine nel testo; eliminarlo, come sostengono, per es., Alfrink (Utrecht) e Djajasepoetra (Djakarta); lasciarlo, ma aggiungere altri titoli. Paolo VI è favorevole a questa terza ipotesi, ma deve risultare evidente che c’è una distanza infinita tra la mediazione di Cristo e l’azione di Maria, che ha sì cooperato alla salvezza, ma la mediazione di Cristo rimane l’unica. Questa ipotesi viene approvata dalla commissione dottrinale, che inserisce nel paragrafo specifico i diversi titoli dati a Maria e lo presenterà ai Padri il 27 ottobre, spiegando così la scelta della terza proposta: «Tale titolo viene enunciato con altre invocazioni che non sono affatto controverse. Esso è usato anche dagli orientali, che nelle orazioni liturgiche invocano la beata Maria ausiliatrice, o persino mediatrice, perché ci ha dato Cristo e con Lui tutti i benefici e ci protegge».
Circa la definizione di Maria «madre della Chiesa», essa costituiva il titolo originale dello schema inviato ai Padri dopo la prima sessione, perciò ora alcuni propongono che si ritorni a quel titolo: Castan (Spagna) osserva che lo schema parla sì della maternità di Maria, ma poi omette nel nuovo titolo tale attributo, e ciò è incoerente. Invece Mendez Arceo (Messico), a nome di 40 vescovi latinoamericani, si dice contrario alla definizione di Maria «Madre della Chiesa» perché essa non è presente nella Tradizione orientale, e nella Chiesa latina è piuttosto recente. Nel mese di ottobre la commissione dottrinale decide di conservare allo schema il nuovo titolo, ma di introdurre nel testo la frase «la Chiesa venera Maria come madre amatissima». L’intero capitolo su Maria viene approvato il 18 novembre 1964, mentre tre giorni dopo viene promulgato il testo definitivo sulla Chiesa (Lumen gentium).

Il primo testo ad essere discusso il 15 e il 16 settembre 1964 è il c. 7 dello schema sulla Chiesa, dal titolo La natura escatologica della nostra vocazione e la nostra unione con la Chiesa celeste. Questo capitolo è stato voluto da Giovanni XXIII stesso, convinto che, per parlare di Chiesa, si debba parlare anche di quella parte di essa già incorporata a Cristo e intimamente unita alla Chiesa terrena, con cui forma l’unica Chiesa di Cristo (nella foto: Chiesa terrena e Chiesa celeste in un affresco in S. Maria Novella, Firenze).
Il giudizio espresso dai Padri è per lo più positivo, ma con alcune critiche: Darmajuwana (Indonesia) e Elchinger (Strasburgo) sottolineano che il testo tratta della vocazione personale ed escatologica dei singoli fedeli, ma non di quella collettiva di tutta la Chiesa come popolo di Dio e di tutta la creazione.
Ziadé (Beirut dei Maroniti) critica l’assenza di riferimenti alla funzione escatologica dello Spirito Santo, fondamentale per gli orientali; un gruppo di vescovi evidenzia l’insufficienza degli accenni a purgatorio e inferno, mentre bisognerebbe dare più spazio ai novissimi.
Inserite le modifiche richieste, il capitolo, con il nuovo titolo La natura escatologica della Chiesa pellegrina e la sua unione con la Chiesa celeste, viene approvato dai Padri il 20 ottobre e in via definitiva il 18 novembre 1964.
Inizia il 16 e continua il 17 sett. anche la discussione sul c. 8, il cui titolo precedente La beata Vergine Maria, madre di Dio, è stato modificato in La beata Vergine Maria, madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa, distinto in due parti: il ruolo di Maria nella storia della salvezza; il rapporto di Maria con la Chiesa, della quale Maria è modello. A questo proposito è bene ricordare che durante le discussioni della 2^ sessione l’orientamento prevalente è stato quello di inserire lo schema su Maria in quello sulla Chiesa (cfr. n. 50), collocandolo come ultimo capitolo (continua).

Paolo VI dedica ampio spazio del suo discorso allo schema sulla Chiesa, in parte discusso durante la 2^ sessione: «La Chiesa deve dire di sé ciò che Cristo di lei pensò e volle. La Chiesa deve definire se stessa. Resta da compiere il discorso sulla natura e sulla funzione dei successori degli Apostoli, cioè dell’Episcopato. Il Concilio deve dirimere alcune laboriose discussioni teologiche; deve fissare la figura e la missione dei Pastori nella Chiesa, deve delineare i rapporti tra la Sede Apostolica e l’Episcopato stesso». Così facendo, il Concilio sarebbe stato la continuazione logica del Vaticano I che già aveva definito i poteri conferiti da Cristo a Pietro e ai suoi successori; Paolo VI ricorda poi che la convocazione del Concilio, fatta da Giovanni XXIII, è stata «da Noi subito volentieri confermata, ben sapendo che tema di questa sovrana sacra assemblea sarebbe stato quello relativo all’Episcopato». Il Papa sottolinea inoltre che il suo diritto, come successore di Pietro, di definire e regolare l’esercizio dell’ufficio episcopale «è per il bene e l’unità della Chiesa, tanto più bisognosa di una guida centrale, quanto più vasta diventa la sua estensione cattolica». Infine il Papa rivolge il suo saluto ai sacerdoti di tutto il mondo, ai laici cattolici, ai sofferenti e perseguitati, agli Uditori e alle Uditrici, agli Osservatori delle Chiese non cattoliche che hanno di nuovo accettato di assistere al Concilio.
Una critica di un rappresentante dei protestanti va all’assenza completa di riferimenti agli altri schemi che devono essere ancora discussi e, per quello sulla Chiesa, all’insistenza esclusiva sul tema della gerarchia : «Era come se non ci fosse stato alcun dibattito sul ruolo dell’intero popolo di Dio e questo mi sembra assai inquietante».

Nei mesi che intercorrono tra secondo e terzo periodo le commissioni conciliari continuano a svolgere un intenso lavoro consistente nella revisione degli schemi già parzialmente esaminati, da riprendere e da completare fino alla loro definitiva approvazione: in primo luogo, quelli sulla Chiesa e sull’ecumenismo; inoltre quelli ricordati da Paolo VI nel suo discorso di chiusura: lo schema sulla Rivelazione, quello sull’episcopato e quello sulla Beata Vergine Maria; restano poi gli schemi che trattano altri argomenti di cui, pure, il Concilio dovrebbe occuparsi.
Il lavoro da fare, pertanto, è ancora imponente e molti Padri cominciano a dubitare che basti la prossima sessione per portarlo a termine, secondo il desiderio espresso dal Papa proprio nel discorso del 4 dicembre; lui stesso però, in un discorso del 14 aprile 1964, pur dicendo di aver disposto che i lavori preparatori delle commissioni permettano al Concilio di procedere con più speditezza, precisa che non si intende imporre ad esso limiti e decisioni entro un termine già definito.
A proposito della presenza dei laici al Concilio, nel secondo periodo ne erano stati invitati tredici come uditori, tutti uomini, a cui Paolo VI il 29 novembre 1963 dice che la loro presenza ha evidenziato la stretta collaborazione tra gerarchia e laicato. Ad essi la Chiesa chiede di essere aggiornata sulle attività temporali proprie dei laici; perciò, in merito a queste, le parti si scambiano: i Padri si fanno uditori, i laici locutores. Ma l’8 settembre 1964 il Papa annuncia la sua decisione di invitare alla terza sessione come uditrici anche alcune donne, laiche e religiose (nella foto), «affinché la donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana».

Un momento di forte tensione si ha l’8 novembre quando il card. di Colonia Frings pronuncia parole molto dure all’indirizzo del Sant’Uffizio presieduto da Ottaviani, il quale si arroga l’autorità di intervenire in questioni approvate dall’assemblea dei vescovi. Le commissioni devono invece attenersi alle regole stabilite dal Concilio, «compresa la suprema Congregazione del Sant’Uffizio, la cui procedura per molti aspetti è inadatta ai tempi in cui viviamo, fa il male della Chiesa ed è per molti uno scandalo». Applauso in aula – dice il verbale ufficiale.
Il teologo domenicano I. Congar (nella foto, con J. Ratzinger), dopo aver ascoltato il 3 dicembre 1963
il discorso del filosofo J. Guitton invitato al Concilio, così scrive nel suo diario: «Ho trovato il suo discorso molto bello, anche se troppo ottimista a proposito dell’ecumenismo. Non è molto realista. Ma sono contento che un laico abbia parlato al Concilio, è la prima volta ed è significativo. Ma sono sempre più colpito nel constatare come tutto questo resti sempre solo fra noi. Significa che c’è poco o nessun contatto col mondo reale. Sono dispute fra chierici; sarebbe necessario avere contatti con uomini e donne reali. Infine è stata data lettura dell’elenco delle facoltà che il Papa concede ai vescovi, mentre in realtà non fa che restituire una parte di quanto è stato loro sottratto nel corso dei secoli!».
Sulla giornata solenne di chiusura del 4 dicembre appare evidente la critica dello stesso Congar: «Stessa processione dell’apertura: tutta la corte pontificia in abiti rinascimentali o con lo sfarzo delle monarchie del tempo del Congresso di Vienna. Dopo la lunga coorte dei cardinali curvi sotto la loro alta mitra, il Papa, in forma di idolo seduto su un trono collocato sulla sedia, è circondato da flabella, come il re Dario. Provo un profondo fastidio. Tutto questo dovrà ben finire un giorno!».

Il 4 dicembre 1963 Paolo VI chiude la 2^ sessione del Concilio con un discorso in cui, dopo aver ringraziato i Padri per il loro impegno, sottolinea che il Concilio ha in parte già raggiunto uno scopo importante: accrescere la coscienza e la conoscenza che la Chiesa ha di sé. «Quando mai essa fu così consapevole di se stessa, così innamorata di Cristo? Abbiamo imparato a conoscerci e a conversare tra noi, siamo diventati amici». Grande è stata la gioia del Papa nel vedere tanta partecipazione e la presenza degli Osservatori delle altre Chiese cristiane e dei tredici Auditores laici «rappresentanti delle immense schiere del laicato cattolico».
Due sono gli aspetti notevoli dell’attività svolta dal Concilio: la grande laboriosità; la libertà, la varietà, la molteplicità delle voci che in esso si sono espresse.
Due, fra i temi discussi, sono stati conclusi e verranno tra poco promulgati: quello sulla sacra Liturgia e quello sui mezzi di comunicazione sociale.
«Altre questioni rimangono aperte a nuovo studio e a nuove discussioni, che Noi speriamo la prossima terza sessione vorrà condurre a buon termine»: la questione sulla divina rivelazione; quella sull’Episcopato, che va visto «non come antagonista rispetto al Papa, ma con lui e sotto di lui cospirante al bene comune e al fine supremo della Chiesa»; quella sullo schema De beata Maria Virgine.
In conclusione, il Papa rileva che la 2^ sessione ha terminato alcuni argomenti e ne ha ben avviati altri; ha dimostrato grande libertà di opinioni; ha stimolato in tutti la carità che non va mai disgiunta dalla verità; ha sempre tenuto presenti le finalità pastorali del Concilio; ha cercato vie che possano avvicinare i fratelli separati.
Infine Paolo VI annuncia il suo pellegrinaggio in Terra Santa (cfr. n. 41) e rivolge un pensiero a quei Padri impediti di partecipare al Concilio per ragioni politiche (nella foto: Paolo VI alla chiusura della 2^ sessione).

Nelle ultime congregazioni del secondo periodo altri Padri, soprattutto dell’America Latina, insistono sulla necessità che il Concilio parli anche dei poveri: l’ecumenismo non è possibile senza un rinnovamento interiore dei fedeli, che devono vivere in uno spirito di povertà, di umiltà e di giustizia sociale verso le classi meno abbienti; anche la vita esteriore della Chiesa deve eliminare i segni di ricchezza che ne offuscano l’annuncio del Vangelo di Cristo.
Durante la discussione sul c. 3 dello schema vengono evidenziate alcune differenze tra ortodossi e protestanti: i primi sono più vicini alla Chiesa cattolica perché, come questa, hanno conservato, mediante la gerarchia, la successione apostolica e gli stessi sacramenti; il principale ostacolo all’unità non è il primato del Papa, ma la forma con cui esso viene esercitato, che sa di centralismo, a scapito di un governo della Chiesa più sinodale.
Dwyer, vescovo di Leeds, sottolinea che già da tempo i rapporti tra cattolici e protestanti sono di amicizia e, anche se su molti punti di fede e morale è ancora grande la distanza tra loro, tuttavia molti non cattolici sono uomini di preghiera e amano Cristo. Inoltre sarebbe necessario chiamare le diverse Chiese separate non solo «comunità», ma «comunità ecclesiali»: rifiutarsi di chiamarle Chiese è un ostacolo all’ecumenismo.
Con la 79^ congr. del 2 dic. 1963 si conclude momentaneamente la discussione sullo schema De unitate Ecclesiae, di cui non vengono esaminati i cc. 4 e 5 che, di fatto, saranno poi scorporati da questo schema per confluire in altri due testi distinti. Nel frattempo, si è proceduto anche con le ultime votazioni sugli schemi della riforma liturgica e dei mezzi di comunicazione sociale, che risultano così i primi due testi conciliari ad essere definitivamente approvati e promulgati il 4 dicembre 1963.

Card. Gracias (India): il c. 2 mostra l’importanza della collaborazione tra i cristiani (unità nella carità), ma non insiste abbastanza sulla comune attività a servizio dei poveri; il Concilio non ha ancora parlato di essi e di come liberarli dalla miseria e il mondo attende che esso affronti questo tema.
Card. Henriquez (Cile): la regola fondamentale dell’ecumenismo è la caritas (amore), perché è l’amore che crea l’unione e che può essere sperimentato; perciò cercare sì la verità, ma nella carità, come dice S. Paolo, da essa occorre partire per un vero ecumenismo.
Hengsbach (Germania): fra cattolici e protestanti occorre una collaborazione, oltre che in campo dottrinale, anche in campo sociale contro fame e analfabetismo.
Farah (Melchiti del Libano): l’esercizio dell’ecumenismo riguarda non solo il modo di esprimere alcune verità non accettate da tutti, ma anche il modo con cui esse vengono messe in pratica, come, per es., l’esercizio del primato del Papa, che non deve risultare inconciliabile con le tradizioni delle Chiese orientali e con l’esercizio effettivo della collegialità episcopale.
Capucci (Aleppo, Siria): non si può raccomandare la collaborazione nei problemi sociali e sindacali, se poi si proibisce la partecipazione agli stessi riti religiosi: non vi è nulla di meglio della preghiera in comune per favorire l’unione tra cattolici e ortodossi che hanno fede nello stesso Cristo.
Reetz (Germania): occorre che cattolici e protestanti collaborino di più nello studio della Scrittura, come accade in Germania. Alcuni aspetti del cattolicesimo non graditi ai protestanti: una teologia spesso poco biblica, scolastica, eccessivo senso giuridico, certe formule di devozione mariana. Motivi di attrazione: liturgia solenne, vita monastica, celibato ecclesiastico, unità della Chiesa nella lingua, nei riti, nel sacrificio eucaristico, dei vescovi attorno al Papa, segno visibile di questa unità (continua).
(Un simbolo dell’ecumenismo con le diverse chiese cristiane)

