Approfondimenti

Spigolature tra le fonti del Concilio

Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.

Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.

Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

95. Dichiarazione Nostra aetate (segue)

Par. 4: La religione ebraica (riportato quasi integralmente in questo e nel prossimo numero)

Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.

La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.

Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede , sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso…Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.

Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l’Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento… (continua).

94. Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (28 ottobre 1965)

La Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane vive, anche nella quarta sessione, un periodo di forti tensioni, soprattutto a causa  del paragrafo relativo agli Ebrei e al loro rapporto con Gesù e la Chiesa. Le pressioni esercitate dagli oppositori al testo fanno sì che, rispetto alla stesura precedente, venga soppressa l’affermazione in cui si condannava come ingiusta l’accusa di deicidio mossa per secoli al popolo ebraico; inoltre viene eliminato il verbo damnat, usato per dire che la Chiesa condanna le persecuzioni contro gli ebrei, e viene lasciato soltanto il più debole deplorat (in merito al dibattito svoltosi nella sessione precedente cfr. nn. 68 e 69). Nonostante tutto, alla fine si raggiunge un compromesso da cui nasce un testo che, comunque, rappresenta una svolta fondamentale nel rapporto tra Chiesa e popolo ebraico e pure nel modo di valutare le altre religioni non cristiane (vengono espressamente nominati induismo, buddismo, islam), come ci fa capire l’espressione seguente: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni». E, in particolare, circa i rapporti con l’Islam, dopo aver accennato alle inimicizie dei secoli passati tra cristiani e musulmani, si dice: «Il Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».

La Dichiarazione viene approvata con 2221 voti a favore e 88 contrari. Struttura: 1: Introduzione; 2: Le diverse religioni; 3: La religione musulmana; 4: La religione ebraica; 5: Fraternità universale (nella foto: l’intestazione  latina che precede il testo di Nostra aetate) (continua).

93. Dichiarazione Gravissimum educationis sull’educazione cristiana (segue)

Dal par. 6: I genitori debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuolaLo Stato deve tutelare il diritto dei fanciulli ad una conveniente educazione scolastica, vigilare sulla capacità degli insegnanti e sulla serietà degli studi, provvedere alla sanità degli alunni e in genere promuovere tutto l’ordinamento scolastico, escludendo ogni forma di monopolio scolastico.

Dal par. 7: La Chiesa loda quelle autorità e società civili che, garantendo la giusta libertà religiosa, aiutano le famiglie perché l’educazione dei loro figli possa aver luogo in tutte le scuole secondo i principi morali e religiosi propri di quelle stesse famiglie.

Dal par. 8: La presenza della Chiesa in campo scolastico si rivela in maniera particolare nella scuola cattolica. Suo elemento caratteristico è…di coordinare l’insieme della cultura umana con il messaggio della salvezza…Pertanto questo Santo Sinodo ribadisce il diritto della Chiesa a fondare liberamente e a dirigere le scuole di qualsiasi ordine e grado…e ricorda che l’esercizio di un tale diritto contribuisce moltissimo anche alla tutela della libertà di coscienza  e dei diritti dei genitori, come pure allo stesso progresso culturale.

Dal par. 10: La Chiesa ha grande cura delle scuole di grado superiore,  specialmente delle Università e delle Facoltà…perché si colga più chiaramente come fede e ragione si incontrino nell’unica verità, seguendo le orme dei Dottori della Chiesa, specialmente di S. Tommaso d’Aquino. L’Università Cattolica…deve promuovere la cultura superiore.

Dal par. 11: Molto si attende la Chiesa dall’attività delle Facoltà di scienze sacre…perché sia favorito il dialogo con i fratelli separati e con i non cristiani, e si risponda ai problemi emergenti dal progresso culturale. Perciò le Facoltà ecclesiastiche promuovano vigorosamente lo sviluppo delle scienze sacre e delle altre ad esse connesse.

(Nella foto: un’immagine di Clemente Alessandrino, teologo del II sec. d.C., autore del Pedagogo, il primo trattato di pedagogia cristiana)

92. Dichiarazione Gravissimum educationis sull’educazione cristiana

Con Dignitatis humanae e Nostra aetate è una delle tre «Dichiarazioni» del Concilio, promulgata, come Nostra aetate, il 28 ottobre 1965, con 2110 voti a favore e 39 contrari.

Struttura: Proemio; par. 1: Il diritto di ogni uomo all’educazione; par. 2: L’educazione cristiana; par. 3: I genitori, primi educatori; par. 4: L’istruzione catechetica; parr. 5-12: La scuola (distinta in non cattolica, cattolica, superiore); Conclusione.

Dal par. 1: Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona, hanno il diritto inalienabile ad una educazione che risponda al proprio fine, convenga alla propria indole, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese e insieme aperta a una fraterna convivenza con gli altri popoli, per garantire la vera unità e la vera pace sulla terra. La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana…i fanciulli e i giovani debbono essere aiutati a sviluppare le loro capacità fisiche, morali e intellettuali…debbono anche ricevere una positiva e prudente educazione sessuale. Debbono inoltre essere avviati alla vita sociale, in modo che…contribuiscano al bene comune.

Dal par. 3: I genitori hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole, come i primi e i principali educatori di essa…Il compito educativo richiede l’aiuto di tutta la società…Infine il dovere di educare spetta alla Chiesa che, come Madre, deve dare un’educazione tale che tutta la loro vita sia penetrata dello spirito di Cristo, ma nel contempo essa offre la sua opera a tutti i popoli per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per l’edificazione di un mondo più umano.

Dal par. 5: Tra tutti gli strumenti educativi un’importanza particolare riveste la scuola…alla cui attività devono partecipare le famiglie, gli insegnanti, la società civile e tutta la comunità umana (continua).

91. Dichiarazione Dignitatis humanae (segue)

Dal par. 4: La libertà dei gruppi religiosi

La libertà religiosa comporta pure che i gruppi religiosi non siano impediti di manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell’ordinare la società.

Dal par. 6: Cura della libertà religiosa

Adoperarsi positivamente per il diritto alla libertà religiosa spetta tanto ai cittadini quanto ai gruppi sociali, ai poteri civili, alla Chiesa e agli altri gruppi religiosi…è necessario che a tutti i cittadini e a tutti i gruppi religiosi venga riconosciuto il diritto alla libertà in materia religiosa.

Dal c. II, par. 9: La dottrina della libertà religiosa affonda le radici nella Rivelazione

La Rivelazione fa conoscere la dignità della persona umana in tutta la sua ampiezza, mostra il rispetto di Cristo verso la libertà dell’uomo nell’adempimento del dovere di credere alla Parola di Dio.

Dal par. 10: Libertà dell’atto di fede

Nessuno quindi può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l’atto di fede è per sua stessa natura un atto volontario, poiché gli esseri umani…non possono aderire a Dio se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero.

Dal par. 12: La Chiesa segue le tracce di Cristo e degli apostoli

La Chiesa pertanto, fedele alla verità evangelica, segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce come rispondente alla dignità dell’uomo e alla Rivelazione di Dio il principio della libertà religiosa e la favorisce…la persona nella società deve essere immune da ogni umana coercizione in materia religiosa.

Dal par. 13: La libertà della Chiesa

La Chiesa rivendica a sé la libertà in quanto è una comunità di esseri umani che hanno il diritto di vivere nella società civile secondo i precetti della fede cristiana…la libertà religiosa deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli esseri umani e a tutte le comunità e deve essere sancita nell’ordinamento giuridico delle società civili (nella foto: i simboli delle diverse religioni).

90. Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa. Il diritto della persona e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione (segue)

Struttura: Proemio; cap. I: Aspetti generali della libertà religiosa; cap. II: La libertà religiosa alla luce della Rivelazione; conclusione.

Soffermiamoci su alcuni passi:

dal c. I, par. 2: Oggetto e fondamento della libertà religiosa

Questo Concilio Vaticano II dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che tutti gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsiasi potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito di agire in conformità ad essa, privatamente o pubblicamente. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la Parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società. A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani sono dalla stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione…Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura.

Dal par. 3: Libertà religiosa e rapporto dell’uomo con Dio

Ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: cioè con una ricerca condotta liberamente (continua).

89. La formula di promulgazione

Può essere interessante soffermarsi un momento sulla formulazione adottata per la promulgazione dei documenti conciliari, già a partire dai primi due del 1963; dopo varie proposte, si opta per quella che troviamo riportata al termine di tutti i sedici testi definitivi, che così dice: «Tutte e singole le cose stabilite in questa *** (la definizione varia a seconda che si tratti di Costituzione, Decreto, Dichiarazione) piacquero ai Padri. E Noi, con la Potestà Apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, decretiamo e stabiliamo, e ciò che è stato così sinodalmente stabilito, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio». A ciò segue l’indicazione di luogo, giorno, mese, anno e: «Io Paolo Vescovo della Chiesa Cattolica», più le firme di tutti i Padri.

La formula viene giudicata appropriata ed equilibrata perché con il termine «Potestà» e con i tre verbi successivi si sottolinea il carattere del potere del Papa, ricevuto direttamente da Cristo, e il suo pieno consenso nei confronti di ciò che il Concilio ha approvato; nello stesso tempo, però, l’espressione «unitamente ai Venerabili Padri» dice che «il Concilio è legislatore in unità col Papa, un passo in avanti verso la collegialità», come afferma il teologo Laurantin.

La quarta sessione si apre con la ripresa del dibattito sullo schema della libertà religiosa nelle congregazioni 128, 129, 130, 131, 132 dal 15 al 21 settembre 1965; un mese dopo, nelle congregazioni 153 e 154 del 26 e 27 ottobre si procede con la votazione sui singoli paragrafi del testo,

inclusi gli emendamenti proposti nel dibattito di un mese prima (cfr. anche nn. 64-67), finché solo il 7 dicembre si arriva all’approvazione finale dello schema (voti favorevoli 2308; contrari 70) e alla sua promulgazione (continua).

88. Da qui alla fine

Dagli accenni alle diverse opinioni espresse durante i dibattiti sugli schemi, svoltisi nelle tre precedenti sessioni, dovrebbe risultare evidente come la redazione finale dei documenti conciliari sia stata il risultato di lunghi e spesso faticosi confronti, rielaborazioni, compromessi, nel tentativo di pervenire alla formulazione di testi che fossero condivisi dal più alto numero possibile di Padri, che avevano visioni e idee inevitabilmente differenti. Tale obiettivo, e la necessità di conseguirlo assolutamente, fu sempre presente agli occhi di Paolo VI e, di fatto, tutti i testi definitivi furono approvati a grandissima maggioranza.

Si è detto sopra (cfr. n. 85) che all’inizio della quarta e ultima sessione restavano ancora undici schemi da discutere, almeno parzialmente, e da approvare: sulla libertà religiosa, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, sulla Rivelazione, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, sull’apostolato dei laici, sull’attività missionaria della Chiesa, sull’educazione cristiana, sull’ufficio pastorale dei vescovi, sul ministero e la vita dei presbiteri, sulla formazione al presbiterato, sul rinnovamento della vita degli ordini religiosi.

 Anche nella quarta sessione le discussioni si protrassero a lungo, con intensità e con momenti talvolta di grande tensione, tant’è vero che alcuni schemi, nella loro versione finale, furono approvati soltanto al termine del Concilio. A partire dalla prossima volta vedremo, solo per alcuni di questi documenti, alcuni paragrafi nella loro stesura definitiva, così come oggi possiamo leggerli: per quanto riguarda sia la scelta dei documenti che quella dei paragrafi, si tratterà, evidentemente, di una scelta del tutto soggettiva, anche se giustificata dalla significatività dei passi riportati, con la speranza che la lettura di essi susciti la curiosità e l’interesse ad accostarsi ai testi conciliari nella loro completezza e ricchezza (nella foto: un momento dei lavori conciliari).

87. 4 ottobre 1965: il discorso di Paolo VI all’ONU

Il Papa porta il saluto suo e di tutto il Concilio riunito a Roma per la quarta sessione: il suo messaggio vuol essere «una ratifica morale e solenne dell’ONU che rappresenta la via obbligata della civiltà moderna e della pace mondiale», che deve mostrarsi un’istituzione adeguata alle esigenze del mondo futuro e costituisce per l’umanità «una tappa dalla quale non si dovrà più retrocedere, ma avanzare». I membri dell’ONU si riconoscono e si distinguono gli uni dagli altri poiché riconoscono «come idonea a sedere nel consesso ordinato dei popoli ogni singola nazione» e sanciscono che «i rapporti tra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto». L’ONU esiste per unire le nazioni, per mettere insieme gli uni con gli altri, per essere un ponte tra i popoli. Perciò ora il messaggio di Paolo VI «raggiunge il suo vertice negativo: non gli uni contro gli altri; l’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità: mai più la guerra, mai più la guerra!». Pertanto occorre educare l’umanità alla pace e la prima via per fare ciò è il disarmo, in modo tale da devolvere ai Paesi in via di sviluppo parte del denaro derivante dalla riduzione degli armamenti. E a questo punto il Papa richiama un altro principio costitutivo dell’ONU, che ne rappresenta il suo vertice positivo: l’impegno per la collaborazione fraterna tra i popoli, a cui già Giovanni XXIII esortava nella Pacem in terris. Tutto questo vuol dire proclamare i diritti e i doveri fondamentali dell’uomo, la sua dignità e libertà, anche quella religiosa; garantire il pane per tutta l’umanità, vincere l’analfabetismo, diffondere la cultura, mettere a servizio dell’uomo le risorse della scienza e della tecnica. Ma ciò richiede una conversione dell’uomo e pensare in maniera nuova la convivenza dell’umanità, che deve reggersi su principi spirituali, il cui fondamento è nella fede nel Dio vivente, rivelato da Cristo e padre di tutti gli uomini.

86. Il discorso di Paolo VI per l’apertura del quarto periodo (14 settembre-8 dicembre 1965)

All’inizio del suo discorso Paolo VI esprime la propria gioia nel constatare che la Chiesa può riunirsi di nuovo, per la quarta e ultima sessione del Concilio Vaticano II,  mostrando così ancora una volta di essere  veramente cattolica, cioè universale,  di nome e di fatto. Il Papa ricorda poi come sia indispensabile ascoltare e lasciarsi guidare dallo Spirito per accogliere la sapienza che solo lui può infondere, necessaria per portare a termine il gravoso lavoro che ancora resta da fare e per  ispirarsi sempre al principio dell’amore di Dio. A questo punto Paolo VI dice: « Noi siamo un Popolo, il Popolo di Dio. Noi siamo la Chiesa cattolica. Siamo una società singolare, visibile e spirituale insieme, fondata sull’unità della fede e sull’universalità dell’amore». E un po’ oltre aggiunge: «La Chiesa proclama l’amore. Il Concilio è un atto solenne di amore per l’umanità». E riguardo alla Chiesa, il Papa ribadisce: «Questo Concilio è rivelatore alla Chiesa stessa di una più piena e approfondita coscienza delle ragioni della sua esistenza e di quelle della sua missione per l’umanità». Il pensiero di Paolo VI va poi a quei Padri che, per l’oppressione subita dalla Chiesa cattolica in molti paesi, non possono essere presenti al Concilio, a dimostrazione di «quanto il mondo sia ancora lontano dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall’amore, cioè dalla pace», per usare le parole della Pacem in terris di Giovanni XXIII. Infine il Papa ringrazia le commissioni che hanno approntato gli schemi che dovranno essere discussi; annuncia che sarà istituito un Sinodo dei Vescovi che verrà convocato dal Papa perché con lui collabori per il bene della Chiesa; annuncia che, su invito dell’ONU, si recherà a New York nella sede delle Nazioni Unite per portarvi un messaggio di pace.

85. L’intersessione fra il terzo e il quarto periodo (dicembre 1964-settembre 1965)

Solo all’inizio del 1965 viene comunicata la data ufficiale di apertura dell’ultimo periodo del Concilio: 14 settembre. Il lavoro da svolgere nei mesi dell’intersessione  è ancora molto: vi sono ben 11 argomenti da affrontare, anche se diverso è il loro livello di elaborazione e di discussione a cui si è giunti. Precisamente: gli schemi sulla libertà religiosa, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, sull’attività missionaria della Chiesa, sul ministero e la vita dei presbiteri, richiedono che se ne continui l’esame, prima della votazione; lo schema sull’apostolato dei laici e quello sulla Rivelazione dovranno essere solo votati nel loro insieme; infine dovranno essere votati gli emendamenti di altri cinque schemi, sui quali il Concilio ha già discusso: l’ufficio pastorale dei vescovi, il rinnovamento della vita degli ordini religiosi, la formazione al presbiterato, l’educazione cristiana, le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Per tale motivo durante questo periodo si susseguono numerose le riunioni delle commissioni incaricate (nella foto: discussione tra alcuni teologi), al fine di approntare, entro settembre, gli schemi aggiornati con le correzioni e le modifiche proposte. I primi cinque, sopra elencati, a giugno vengono inviati ai Padri perché ne prendano visione per tempo; anche le conferenze episcopali di molti paesi si riuniscono per continuare l’esame di alcune questioni importanti da approfondire.

La commissione di coordinamento si riunisce tre volte per fissare il calendario della futura sessione e l’ordine dei lavori relativo ai dibattiti e alle votazioni degli schemi. Va ricordato che, nel frattempo, domenica 7 marzo 1965 si inizia a celebrare la messa secondo il rito rinnovato della Costituzione Sacrosanctum Concilium, con molte parti in lingua volgare e l’altare rivolto verso l’assemblea.

84. Alcuni imprevisti

Alcuni fatti imprevisti, relativi ai testi da approvare, si verificano nell’ultima settimana della terza sessione del Concilio (14-21 novembre 1964), creando molta agitazione tra i padri conciliari. Tra i documenti da votare per l’approvazione definitiva c’è quello sulla libertà religiosa (De libertate), ma viene inaspettatamente comunicato all’assemblea che, su richiesta di alcuni vescovi, la votazione è rimandata alla sessione successiva poiché lo schema ha subito notevoli cambiamenti rispetto alla stesura precedente e, perciò, esso richiede un tempo maggiore di riflessione.

In merito al testo sull’ecumenismo (De oecumenismo), Paolo VI interviene tre volte nell’ultima settimana con 19 emendamenti da apportare a un documento già approvato dall’assemblea: pertanto nel testo vengono introdotte d’autorità delle modifiche senza che l’assemblea abbia neppure modo di discuterne. Tutto ciò crea sconcerto e giudizi negativi tra molti Padri e anche tra gli osservatori delle Chiese protestanti e ortodosse, timorosi di una attenuazione dei propositi ecumenici della Chiesa cattolica; tuttavia, a giudizio del teologo Congar, il nucleo del decreto è rimasto intatto: «Ho dunque riletto attentamente i tre capitoli del De oecumenismo. La loro sostanza e il loro tenore è immutato. Il testo non è impoverito».

Viene presentata, «per autorità superiore (il Papa stesso), una  nota explicativa praevia», in base alla quale «la dottrina esposta nel c. III dello schema De Ecclesia deve essere spiegata e capita secondo l’intenzione e il linguaggio della nota». Il c. III, a lungo discusso in Concilio, affronta il tema del collegio dei vescovi, dei loro poteri e prerogative, dei rapporti tra il papa e l’episcopato: su questi aspetti la nota explicativa dà la propria interpretazione e si precisa che essa comparirà, insieme allo schema De Ecclesia che sta per essere votato nel suo insieme, negli Atti del Concilio Vaticano II.

(Nelle immagini: i tre documenti approvati alla fine della terza sessione)

83. Discorso di chiusura del terzo periodo: 21 novembre 1964

Paolo VI (nella foto) esprime la sua soddisfazione con queste parole: «È stata studiata e descritta la dottrina sulla Chiesa; è stata così compiuta l’opera dottrinale del Concilio Vaticano I; è stato esplorato il mistero della Chiesa e delineato il disegno divino della sua costituzione». Il punto più difficile ha riguardato la dottrina sull’Episcopato, tuttavia la promulgazione del De Ecclesia «nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimente. Soltanto, ciò che era semplicemente vissuto ora è espresso; ciò che era incerto è chiarito; ciò che era in parte controverso, ora giunge a serena formulazione». Il Papa aggiunge poi che ci si può dire soddisfatti sia per l’onore che il testo tributa al popolo di Dio, sia per la dignità che viene riconosciuta ai vescovi e alla loro funzione, sia perché viene ampiamente dichiarato il primato affidato da Cristo a Pietro e ai suoi successori: è infatti molto importante che il riconoscimento delle prerogative del Papa sia esplicitamente espresso. Tutto ciò serve a rafforzare la corresponsabilità e la collaborazione tra il Papa e l’episcopato, che trova nel successore di Pietro il suo centro e il suo capo. Viene poi annunciato che il Concilio si concluderà con la quarta sessione e si esprime l’augurio che la Costituzione sulla Chiesa, integrata dal Decreto sull’Ecumenismo, anch’esso appena approvato, venga considerata con favore dai fratelli cristiani tuttora separati. A questo proposito, il Papa ringrazia gli Osservatori delle Chiese cristiane separate per la loro partecipazione, quindi accenna anche ai due schemi sulla libertà religiosa e sulla Chiesa nel mondo, tuttora in discussione, che verranno ripresi nell’ultima sessione. Infine Paolo VI proclama Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio, fedeli e pastori.

82. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue): l’impegno per la pace

Il par. 25 dal titolo «Il consolidamento della pace» viene giudicato positivamente da quasi tutti i Padri intervenuti, i quali chiedono però che, alla luce della Pacem in terris di Giovanni XXIII, si insista di più sulla necessità di cercare le vie per promuovere la pace, di pregare per essa, di impegnarsi per l’abolizione delle armi e lo sviluppo dei popoli, anche grazie al rafforzamento delle organizzazioni internazionali come l’ONU. In particolare, sempre in linea con l’enciclica di Roncalli, si chiede una condanna netta ed esplicita delle armi nucleari, a causa delle quali ormai il concetto di «guerra giusta» è insostenibile: nessun principio morale può giustificarne l’uso, benché il vescovo di Liverpool, Beck, affermi che esse possono essere utilizzate in una guerra solo difensiva contro obiettivi certi.

A questo punto la discussione su questo schema si conclude con un intervento di Guano per chiarire che esso sarà ripreso dalla commissione mista per le opportune integrazioni. Nelle congregazioni successive (116-127), fino al 20 novembre 1964, si discutono gli schemi relativi ai seguenti temi: l’attività missionaria della Chiesa, la vita religiosa, la formazione presbiterale, l’educazione cristiana, il matrimonio, la libertà religiosa. Continua anche il dibattito sulla Chiesa, sull’ecumenismo, sulle Chiese orientali: dopo momenti talvolta di aspro confronto tra le diverse visioni (soprattutto in merito al De Ecclesia), gli schemi di questi tre ultimi argomenti vengono approvati alla fine della 3^ sessione (21 novembre 1964) rispettivamente con i seguenti voti: 2151 a favore, 5 contrari; 2054 a favore, 64 contrari; 1964 a favore, 135 contrari. Essi vanno così ad aggiungersi ai due approvati alla fine della 2^ sessione e dalle loro parole iniziali sono detti, rispettivamente, Lumen gentium, Unitatis redintegratio, Orientalium Ecclesiarum.

81. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue): la lotta contro la povertà

 

Nelle tre congregazioni successive, fino al 5 novembre, si discute sui paragrafi 22, 23, 24 del c. 4 dedicati, rispettivamente, alla cultura, alla vita economica e sociale, alla solidarietà tra i popoli, mentre il giorno 9 si esamina il par. 25 sulla pace. Alcuni interventi sul par. 24: J. Norris, uditore laico presidente della commissione cattolica internazionale per le migrazioni, evidenzia il grande divario fra le poche nazioni ricche, di tradizione cristiana, che, pur avendo solo il 16% della popolazione mondiale, detengono il 70% delle ricchezze, e le molte in cui un enorme numero di persone vive in uno stato di povertà quasi sub-umana. È perciò necessario che tutti i cattolici si impegnino nella lotta contro la fame e la povertà, promuovendo anche iniziative sul piano sociale e politico, per ridurre le ingiustizie e le disparità economiche presenti nel mondo. P. Zoungrana (Alto Volta) (nella foto), a nome di 70 vescovi africani e brasiliani, dice: «Desideriamo che il Concilio esponga in modo più evidente quale sia lo stato economico e sociale dei paesi del terzo mondo e mostri quale nuovo ordine, fondato su una nuova etica, sia necessario. Le nazioni ricche ricordino sempre che il superfluo è del povero, e ciò per un dovere di giustizia. Come la legge civile condanna chi non aiuta gli uomini in pericolo di morte, così, dice S. Basilio, chi, pur potendo porre rimedio a un male, per avidità non lo farà, sia condannato alla stessa pena di un uomo che uccida di propria mano». Pildain Zapiain (Canarie): il divario fra nazioni ricche e povere è un «crimine orrendo», a causa del quale lo stesso nome di Dio è bestemmiato tra i popoli. S. Tommaso dice: «Nella necessità tutti i beni sono comuni» e S. Ambrogio: «Il pane che tu trattieni è degli affamati»; perciò nessuna nazione ha il diritto di sprecare beni in cose superflue, quando in altri popoli vi sono uomini in estrema necessità (continua).

80. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue)

Un paragrafo su cui pure si registrano molti interventi, il 29 ottobre alla congr. 112, è il n. 21 del c. 4: «La dignità del matrimonio e della famiglia». Significativi, in particolare, i discorsi  dei card. Léger, Suenens e del patriarca Maximos IV. Léger: l’amore coniugale è un vero fine del matrimonio e un bene per se stesso, ma su questo punto lo schema è troppo esitante; ciò deve essere invece affermato apertamente, se non si vuole che permanga quel timore che da molto tempo ha pervaso la teologia del matrimonio: i coniugi infatti si considerano non solo come procreatori, ma anche come persone che si amano per se stesse. E questo fine dell’amore tra i coniugi è valido e legittimo anche quando esso non è ordinato alla procreazione: fin dall’antichità la Chiesa stessa ha considerato legittima l’unione dei coniugi anche quando la procreazione, per ragioni diverse, è impossibile.

Anche Suenens ritiene che sia stato sottolineato eccessivamente il fine della procreazione, sempre considerato primario, a scapito dell’amore coniugale, ritenuto secondario: essi sono entrambi due verità fondamentali basate sulla Scrittura, che la Chiesa deve integrare in una sintesi nuova e feconda.

Maximos IV (nella foto) interviene sulla questione del controllo delle nascite: c’è una frattura, in merito ad essa, tra la dottrina della Chiesa e la pratica contraria della maggioranza delle famiglie cristiane, molte delle quali ormai vivono in rottura con la legge della Chiesa e in una angoscia costante. Perciò si chiede Maximos IV: «La posizione ufficiale della Chiesa su questo argomento non dovrebbe essere rivista alla luce delle nostre attuali conoscenze teologiche, mediche, psicologiche e sociologiche? Certe posizioni ufficiali sono debitrici di concezioni sorpassate e forse il frutto della psicosi di persone celibi, per le quali il rapporto coniugale non è tollerato che in vista del bambino» (continua).

79. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue)

Dopo l’approvazione dello schema generale, dal 26 ottobre al 5 novembre 1964, cioè dalla 109^ alla 115^ congregazione, si svolge la discussione sui quattro capitoli dello schema stesso. Diversi interventi ripetono osservazioni già fatte sul testo nel suo insieme, altri invece sottolineano nuovi aspetti, come la necessità che la Chiesa mostri un atteggiamento positivo verso la scienza e dialoghi con essa, poiché le verità della scienza e le verità di fede non possono essere tra loro in conflitto; è altrettanto necessario tener conto dei valori condivisi anche dai non cristiani e dagli atei, come lo spirito di fratellanza e l’amore della giustizia. La Chiesa perciò deve mostrare solidarietà con l’umanità e non deve temere di lasciarsi coinvolgere nelle questioni e nelle preoccupazioni del mondo. Si insiste di nuovo sulla necessità di promuovere nella Chiesa lo spirito di povertà, visto come una condizione indispensabile per agire con efficacia nel mondo; occorre inoltre che i cristiani si liberino dallo spirito legalistico che spesso caratterizza il loro comportamento e che vivano secondo uno spirito d’amore piuttosto che con la paura delle punizioni. Molti interventi si registrano sul c. 4 dedicato alle responsabilità dei cristiani nel mondo, in particolare sul par. 20 di cui si apprezza il fatto che esso inizi dall’affermazione della dignità umana, alla quale però occorre dare un maggior fondamento teologico. Di alcuni seri problemi il testo dovrebbe parlare in modo più ampio: l’esigenza di una maggiore giustizia sociale, le difficili condizioni di vita di molti giovani con disabilità fisiche e mentali, la discriminazione razziale, la necessità di promuovere, in ambito sia civile che ecclesiale, la dignità delle donne, in tanti paesi spesso non riconosciuta, alle quali la Chiesa stessa dovrebbe affidare più responsabilità al proprio interno (continua).

78. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue)

S. Henriquez (Cile) e altri Padri giudicano necessario dare una risposta all’umanesimo ateo e all’ideologia marxista, dicendo chiaramente che anche il mondo materiale fa parte dell’intero piano della redenzione operata da Cristo, come dice S. Paolo; il lavoro quotidiano degli uomini, volto a migliorare le condizioni dell’esistenza dell’umanità, rientra in questo piano di salvezza totale dell’uomo. Pertanto l’incarnazione di Cristo nel mondo e la collaborazione tra Chiesa e mondo devono ispirare tutto lo schema.

Un tema molto sentito soprattutto dai vescovi africani e latino-americani è quello della povertà: secondo il card. Landazuri (Perù) (nella foto, con Paolo VI) e Soares de Rezende (Mozambico) occorre affrontare la questione socio-economica, a cui la Chiesa deve dare una risposta alla luce del Vangelo, come alternativa cristiana ai principi del marxismo. « Il mondo odierno e soprattutto il mondo non cristiano – dice Soares – riconoscerà la Chiesa se essa si presenta come Chiesa povera. Perciò la Chiesa oggi deve essere non solo Chiesa dei poveri, ma anche Chiesa povera. Ma la Chiesa non è povera se tutti noi non professiamo la povertà non solo a parole ma anche nei fatti».

Il vescovo africano della Guinea, Tchidimbo, attribuisce la mancanza di attenzione alla povertà e ad altre ingiustizie al fatto che «lo schema sembra pensato per l’Europa, forse per l’America, ma non abbastanza per la terza parte del mondo. Non ho trovato alcuna menzione dei problemi dei popoli africani, come il sottosviluppo e la colonizzazione».

Meouchi (Libano) sottolinea un altro aspetto: non emerge a sufficienza il senso della comunità ecclesiale, del popolo di Dio in cammino; lo schema pecca perciò di individualismo. Inoltre secondo lui e altri Padri, tra cui il card. Bea, il testo è privo di un solido fondamento teologico e biblico e dà l’impressione che compito della Chiesa sia risolvere i problemi del mondo attuale (continua).

77. La Chiesa nel mondo contemporaneo (segue)

Guano riconosce che lo schema non è ancora soddisfacente e ha bisogno di emendamenti, ma la struttura è valida; accenna anche ai contributi di molti laici di cui  ricorda la competenza.

Dopo di ciò ha inizio, nella stessa congr. 105, il dibattito sullo schema generale, che continua nelle congr. 106, 107, 108, dal 20 al 23 ottobre 1964. In tutto parlano 42 padri: tranne il giudizio di tre di essi, quello di tutti gli altri è favorevole, a cominciare dall’apprezzamento per la serietà e l’impegno con cui la commissione ha svolto il suo lavoro; lo schema può costituire una buona base di discussione, pur prestandosi a numerose critiche e proposte di integrazione. I cardd. Liénart e Spellman sottolineano che il testo affronta temi nuovi mai prima toccati, dimostrando che il Concilio intende ascoltare gli uomini e tentare di dare una risposta evangelica ai loro interrogativi. Lercaro afferma che lo schema risponde alle indicazioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI sulla necessità di un Concilio pastorale che parli agli uomini d’oggi, anche se non si devono alimentare troppo le attese riposte in questo schema, che non può essere la risposta definitiva della Chiesa ai problemi del mondo. Léger chiede che alcuni esperti, uomini o donne, illustrino i problemi della povertà e della fame nel mondo, della famiglia, della pace, perché occorre ascoltare da coloro che vivono nella realtà profana quali sono i problemi reali e qual è la loro opinione.

Circa la necessità del dialogo col mondo, L. Shehan (USA) (nella foto) osserva: «Non dobbiamo temere che ci si rinfacci di pervertire la dottrina della Chiesa se tentiamo di stabilire un dialogo tra Chiesa e mondo. La tradizione autentica va conservata, ma la Chiesa, come dice Paolo VI in Ecclesiam suam, progredisce sempre più nella consapevolezza della propria natura, nella conoscenza del Vangelo e della sua applicazione ai “segni dei tempi”» (continua).

76. La Chiesa nel mondo contemporaneo

Anche il testo sull’apostolato dei laici verrà ripreso e approvato definitivamente nella quarta e ultima sessione del Concilio. Alla 105^ congregazione del 20 ottobre 1964 viene presentato ai Padri dal card. Cento lo schema XIII sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Questa la struttura:

Proemio: la Chiesa è presente al mondo di oggi ed è sensibile ai «segni dei tempi»; c.1: «La vocazione integrale dell’uomo»; c. 2: «La Chiesa al servizio di Dio e degli uomini»; c. 3: «Il comportamento dei cristiani nel mondo»; c. 4: «I compiti più importanti per i cristiani del nostro tempo»; conclusione.

Seguono cinque appendici: 1^: «La persona umana nella società»; le altre quattro corrispondono ai parr. del c. 4: «Il matrimonio e la famiglia», «La giusta promozione del progresso culturale», «La vita economica e sociale», «La comunità dei popoli e la pace». Esse devono servire come strumenti di lavoro per lo studio dello schema, elaborato da una commissione mista formata da membri della commissione teologica e di quella per l’apostolato dei laici. Il card. Cento, nel presentare il testo, dice: «Nessun altro schema ha suscitato un’attesa così grande e diffusa», perché ci si attende che la Chiesa, luce dei popoli, entri in dialogo con gli uomini del suo tempo e risponda ai bisogni e alle aspirazioni del mondo. E. Guano (nella foto), vescovo di Livorno, interviene subito dopo e fa una relazione più dettagliata sullo schema stesso: la sua finalità è far conoscere quale sia il pensiero della Chiesa su «temi e problemi che oggi toccano a fondo la coscienza degli uomini» e quale contributo i cristiani possano dare ad essi; perciò «lo stile e la lingua del documento devono essere adeguati al pensiero e al linguaggio degli uomini d’oggi». Tra le molte difficoltà, quella dei rapporti tra Chiesa e mondo: la Chiesa non è del mondo, ma ne ama i sani valori, perciò chiede di essere ascoltata e di conoscere il mondo (continua).