Approfondimenti

Spigolature tra le fonti del Concilio

Spigolature tra le fonti del Concilio è una rubrica nata nel settembre 2021 per approfondire – attraverso notizie, curiosità e aneddoti raccolti dalle fonti ufficiali – la storia del Concilio Vaticano II.

Il progetto, curato da Giorgio Gervasoni, prende avvio dal patrimonio conservato in Biblioteca – in particolare dagli Atti del Concilio e dalle cronache de La Civiltà Cattolica – per offrire uno sguardo sintetico ma vivo su persone, momenti e clima di uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa.

Si tratta di brevi interventi, pensati non per essere esaustivi, ma per stimolare interesse, domande e desiderio di approfondimento.

Si conclude oggi, dopo quasi tre anni (ottobre 2021), questa rubrica sul Concilio Vaticano II, nata con l’intento di evidenziare alcuni aspetti particolari di quell’evento così importante per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero.

La lettura di alcuni dei numerosissimi interventi dei Padri conciliari raccolti nei volumi degli Acta Concilii Vaticani II, mostra in modo evidente l’interesse e il coinvolgimento suscitato dalle questioni dibattute non solo tra i vescovi, ma anche nell’opinione pubblica di allora, nella Stampa, all’interno delle altre Chiese cristiane e delle altre religioni. Mi è pertanto sembrata buona cosa riservare un po’ di spazio a riportare, talvolta con citazioni letterali, talvolta riassumendoli, alcuni di tali interventi ad opera sia di Padri, prevalentemente europei, che hanno svolto un ruolo decisivo, sia di Padri meno noti, spesso di altri continenti, che hanno potuto per la prima volta far sentire la loro voce, evidenziando così l’aspetto veramente «cattolico» del Concilio. Mi è parso inoltre che ciò consentisse due obiettivi per me importanti: in primo luogo mostrare come allora fossero presenti, tra i circa 3000 vescovi del Concilio, idee e visioni sulla fede cristiana, sulla Chiesa e sul mondo, spesso tra loro molto diverse, se non contrapposte; in secondo luogo, dare un’idea, anche solo minima, di come queste opinioni espresse durante i dibattiti siano state recepite e, alla fine, entrate a costituire i testi dei documenti finali che noi oggi possiamo leggere.

Per fare tutto questo, mi è sembrato inevitabile anche ripercorrere cronologicamente, se pur in modo sintetico, le fasi che hanno caratterizzato la discussione e l’approvazione di alcuni testi molto controversi fino alla fine.

Come già avevo fatto presente, tra i sedici documenti finali del Concilio, mi sono soffermato solo su quelli che mi sembrava potessero interessare di più, per i temi trattati, un pubblico di laici: il mio auspicio è che ciò induca qualcuno a leggerli integralmente.

Infine, è con grande piacere e senso di riconoscenza che ringrazio coloro che tre anni fa mi proposero di iniziare questo lavoro e che in tutto questo periodo mi hanno reso possibile continuarlo e portarlo a termine grazie alla loro disponibilità, al loro contributo e alla loro fiducia nei miei confronti: il dott. Don Mattia Tomasoni, direttore della Biblioteca del Seminario, la dott. Silvia Piazzalunga e il dott. Andrea Capelli, bibliotecari efficientissimi e carissimi amici.

Giorgio Gervasoni

Dopo la Dichiarazione comune di Paolo VI e Atenagora, nell’omelia della messa del 7 dicembre il Papa tiene un discorso in cui pone una domanda fondamentale: qual è il valore religioso del Concilio? Con ciò egli intende riferirsi al rapporto tra il Concilio stesso e Dio, che è «ragion d’essere della Chiesa e di quanto ella crede, spera e ama, di quanto essa è e fa». Prima di tutto il Papa afferma che il Concilio ha dato gloria a Dio, ha cercato di conoscerlo, di contemplarlo, di celebrarlo e di proclamarlo agli uomini. Quindi Paolo VI sottolinea alcuni aspetti del tempo in cui il Concilio si è svolto: un tempo in cui «la dimenticanza di Dio si fa abituale e sembra suggerita dal progresso scientifico», in cui l’uomo tende ad affermare la propria autonomia assoluta, liberandosi da ogni legge trascendente. In tale contesto il Concilio ha invece voluto riaffermare «la concezione teocentrica e teologica dell’uomo e dell’universo», che Dio è reale, è vivo, è personale, è provvido, è infinitamente buono, non solo in sé, ma anche per noi.

Il Papa evidenzia poi il fatto che il Concilio, più che delle verità divine, si è occupato della Chiesa, della sua natura, composizione, vocazione ecumenica, attività apostolica: ha compiuto «un atto riflesso su se stesso per conoscersi meglio»; tuttavia esso ha mostrato grande interesse allo studio del mondo moderno, ha voluto avvicinare e comprendere la società del suo tempo, consapevole della frattura creatasi negli ultimi secoli fra la Chiesa e la civiltà profana. Perciò la Chiesa del Concilio si è occupata anche dell’uomo quale oggi in realtà si presenta, con tutte le sue debolezze e grandezze, peccatore e santo; la figura del buon Samaritano ha costituito l’esempio della spiritualità del Concilio, cioè della sua attenzione e della sua «simpatia immensa» per i bisogni umani: in questo senso «la religione del nostro Concilio è stata principalmente la carità evangelica». In particolare, Paolo VI accenna all’atteggiamento fiducioso e ottimista del Concilio nei confronti del mondo contemporaneo, di cui apprezza i valori, gli sforzi, le aspirazioni; inoltre il Concilio «ha desiderato farsi ascoltare e comprendere da tutti, ha cercato di esprimersi anche con lo stile della conversazione oggi ordinaria, è sceso a dialogo e ha parlato all’uomo d’oggi, quale esso è». Ma l’interesse per i valori umani e temporali è dovuto al carattere pastorale che il Concilio ha scelto come programma. Tutto è stato rivolto dal Concilio all’umana utilità, perché la religione cattolica è per l’umanità, è la vita dell’umanità, perché della vita descrive la natura e il destino, le dà il suo vero significato, grazie alla sua scienza di Dio: per conoscere l’uomo bisogna conoscere Dio. Ma poiché nel volto di ogni uomo dobbiamo ravvisare il volto di Cristo, immagine del Padre, per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo. Perciò, conclude il Papa, il significato religioso del Concilio altro non è che «un amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio nel quale abitare è vivere».

8 dicembre 1965
: il Concilio si conclude con la celebrazione di una messa solenne, al termine della quale vengono letti dei messaggi indirizzati dal Papa alle diverse categorie del genere umano.

Un atto importante del 7 dicembre 1965 è la Dichiarazione comune di Paolo VI e di Atenagora I, patriarca ortodosso di Costantinopoli, letta contemporaneamente a Roma in San Pietro e a Istambul nella Chiesa del Fanaro, in cui si proclama la riconciliazione tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, separate da quasi mille anni, dal 1054, dopo una reciproca sentenza di scomunica che i rappresentanti delle Chiese di allora si lanciarono vicendevolmente.

Certamente significativa questa decisione, data l’importanza del tema ecumenico, che è stato uno dei motivi ispiratori che hanno spinto Giovanni XXIII a indire il Concilio e che ha trovato espressione, in particolare, nel Decreto Unitatis redintegratio (cfr. nn. 30, 51-56).

All’inizio della Dichiarazione si ringrazia Dio per la possibilità che Paolo VI e Atenagora I hanno avuto di incontrarsi in Terra Santa nel gennaio del 1964 (cfr. nn. 41-42), col proposito di superare gli antichi contrasti tra le due Chiese, per essere di nuovo «una sola cosa», secondo la preghiera di Gesù.

Si ricordano poi i fatti del 1054 e le reciproche condanne, che riguardavano però solo le persone allora colpite e non intendevano rompere la comunione ecclesiastica tra Roma e Costantinopoli.

Pertanto Paolo VI e Atenagora I dichiarano di deplorare le parole offensive e i gesti di reciproca condanna che hanno accompagnato quei fatti; di «deplorare e cancellare dalla memoria e dal seno della Chiesa le sentenze di scomunica che vi hanno fatto seguito e di condannarle all’oblio»; di deplorare altri avvenimenti che hanno portato alla rottura definitiva della comunione ecclesiastica.

Questo gesto di perdono reciproco non basterà a metter fine alle divergenze, antiche e recenti, tra le due Chiese, ma potrà essere apprezzato «come l’espressione di una sincera volontà reciproca di riconciliazione e come un invito a vivere di nuovo nella piena comunione di fede che fu in atto tra loro nel primo millennio della vita della Chiesa».

Nella foto: la medaglia che ricorda l’incontro a Gerusalemme nel gennaio del 1964 tra Paolo VI e Atenagora

Sull’obiezione di coscienza al servizio militare così si esprimono alcuni vescovi tra il 6 e il 7 ottobre 1965: gli inglesi C. Butler e W. Wheeler osservano che l’obbedienza alle autorità in tempo di guerra è stata alla base di troppi crimini nella nostra epoca. Vi sono dei doveri non solo verso il proprio paese, ma anche verso tutti gli altri uomini, e ciò talvolta impone di rifiutare l’obbedienza: perciò l’obiezione di coscienza non condemnanda, sed commendanda (non deve essere condannata, ma raccomandata). Certi obiettori possono essere i profeti di una morale veramente cristiana, testimoni della vocazione cristiana alla pace.

Castan Lacoma (Spagna) non approva l’inciso, presente nel testo, sull’obiezione di coscienza, che rischia di indebolire l’autorità civile, a cui andrebbe lasciata la decisione in merito.

G. Beck (Liverpool): i governi devono rispettare la coscienza dei cittadini, i quali ritengono che certe forme di guerra, anche difensiva, non sono mai giustificabili, poiché essi sono convinti che la guerra sia, in ogni caso, un male grave. Un soldato o il comandante di un aereo ha il diritto di rifiutarsi di sganciare un ordigno che annienterebbe un’intera città o di partecipare a un’aggressione indiscriminata. Bisognerebbe perciò dire chiaramente che in certe circostanze l’autorità non può fare o minacciare senza perdere il diritto all’obbedienza dei cittadini.

Carli (Segni): anche oggi è possibile una guerra giusta, che rende moralmente legittimo il servizio militare, e quindi l’obiezione di coscienza è moralmente illecita.

Gaudium et spes, parte II, c. V (dal n. 79) (testo finale): Sembra conforme a equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana (79).

La pace non è la semplice assenza della guerra…non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene definita «opera della giustizia» (Is 32,7). E’ il frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini…Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo (78)…Finché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato hanno il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati (79). [Con le nuove armi scientifiche] le azioni militari possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto i limiti di una legittima difesa…Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione (80)…Mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente…E’ necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri (81)…Questo esige che venga istituita un’autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti…Agli uomini della nostra età la Chiesa di Cristo intende presentare con insistenza il messaggio degli apostoli: «Ecco ora il tempo favorevole» per trasformare i cuori, «ecco ora i giorni della salvezza» (82).

Promuovere la pace e condannare la guerra: su questo tema il card. Liénart (Francia) nella 143^ congr. del 6/10/1965 sottolinea che la distinzione tra guerra giusta e ingiusta non basta più: il ricorso alle armi è permesso solo per ristabilire la giustizia, ma come è ancora possibile ciò con i mezzi inumani di cui oggi si dispone? Perciò oggi i diritti vanno difesi non con le armi, ma sopprimendo le ingiustizie, che causano guerre, con opere di giustizia e di fraternità. Bisogna perfezionare lo schema del testo, che si rifà alla Pacem in terris di Giovanni XXIII, ma senza attenuarne la dottrina.

Il card. Léger (Canada): la teoria classica sulla moralità della “guerra giusta” appare inapplicabile per la potenza distruttiva delle armi attuali; è perciò irragionevole considerare la guerra odierna uno strumento proporzionato e lecito per rivendicare i diritti violati. Bisogna piuttosto rafforzare un’autorità internazionale che garantisca la pace e i cattolici devono collaborare con gli altri cristiani e i seguaci delle altre religioni in difesa della dottrina della non violenza.

L. Castan Lacoma (Spagna): si dovrebbe dire che nessuna nazione ha da sola l’autorità di dichiarare una guerra, perché gli effetti di essa possono ricadere anche sui non belligeranti. La guerra atomica è ingiusta e si deve operare una soppressione concorde delle armi nucleari. L’unica soluzione efficace in favore della pace, a cui il testo accenna, è la costituzione di un organismo internazionale che risolva pacificamente i conflitti.

E. Duval (Algeri): il testo deve invitare tutti con più forza alla pace e deve condannare il razzismo che è uno dei principali disordini della nostra epoca, segno di disprezzo per l’uomo e offesa a Dio. Altro pericolo permanente di guerra è lo squilibrio nella distribuzione delle ricchezze tra paesi ricchi e poveri.

Anche nella vita economico-sociale sono da tenere in massimo rilievo e da promuovere la dignità della persona umana, la sua vocazione integrale e il bene dell’intera società. L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale…Una contrapposizione si fa ogni giorno più grave tra le nazioni economicamente progredite e le altre…(63). Il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo economico consiste nel servizio dell’uomo integralmente considerato e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente. Pertanto l’attività economica deve essere condotta…in modo che risponda al disegno di Dio sull’uomo (64). …siano rimosse il più rapidamente possibile le ingenti disparità economiche che portano con sé discriminazioni nei diritti individuali e nelle condizioni sociali (66).

Dio ha destinato la terra e tutto ciò che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati devono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità…si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni…a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e i Dottori della Chiesa, che insegnavano che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare  i poveri, e non solo con il loro superfluo. Chi si trova in estrema necessità, ha il diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui… il Concilio richiama urgentemente tutti affinché, memori della sentenza dei Padri: «Da’ da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso», realmente mettano a disposizione e impieghino utilmente i propri beni fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi (69).

Vita economico-sociale: su questo tema, con particolare riferimento alla condizione dei poveri, il card. spagnolo Arriba y Castro nella congr. 141^ del 4/10/1965 osserva che la Chiesa è chiesa dei poveri, poiché non solo si occupa di loro, ma ne favorisce la promozione ad uno stato economico e sociale più degno e più umano. Il comunismo non è una soluzione al problema sociale, ma può diventare una rovina per l’umanità per colpa di quanti non hanno messo in pratica il Vangelo. Occorre perciò attuare la dottrina sociale della Chiesa e ciò spetta in primo luogo ai proprietari dei beni terreni. Il card. di Siviglia J. Bueno y Monreal osserva che il capitolo 3 non pone in risalto l’aspetto sociale di una giusta distribuzione dei redditi; l’esposizione, inoltre, riflette una mentalità capitalistica, che ha dato luogo alle lotte di classe.

G. Thangalathil (India): il c. 3 non contiene citazioni della Scrittura, che pure sono numerose, sull’uso delle ricchezze. L’aiuto ai paesi poveri meriterebbe un posto di primo piano, per eliminare lo scandalo dello squilibrio fra ricchi e poveri e per garantire la pace. A. Fernandes (India), a nome di molti vescovi di Asia, Africa, America latina, rileva che la maggior parte dell’umanità vive nel Terzo Mondo, afflitto dalla povertà: lo schema accenna sì a questa situazione, ma il Concilio dovrebbe parlarne di più e mostrare il dovere di tutti i cristiani di lavorare alla soluzione  dei gravi problemi che affliggono i paesi più poveri. M. Himmer (Belgio): il progresso economico e l’aumento della produzione devono essere a servizio dell’uomo, non del lucro, e posti in connessione con i principi fondamentali del cristianesimo; perciò occorre fornire una base teologica all’attività economica dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio.

L’amore tra marito e moglie, proprio perché atto eminentemente umano, abbraccia il bene di tuta la persona…Un tale amore conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi…Gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano…Quest’amore resta indissolubilmente fedele, nella prospera e nella cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio…(49). Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione e educazione della prole. I figli infatti sono il dono più eccellente del matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori stessi… Il matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. Perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c’è, il matrimonio perdura come comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità (50).

Matrimonio: su questo tema Ruffini (Palermo) nella congr. 138^ del 29/9/1965 afferma: «Il testo non cita Casti connubii di Pio XI (1930) e non distingue tra fine primario (procreazione) e fini secondari, cosa che è un punto fermo della dottrina cattolica; esso accentua troppo i fini secondari e da esso non si deduce la verità che ogni atto inteso a privare artificialmente l’unione coniugale della sua finalità procreativa, è disonesto e contro natura».

Léger (Montreal): «La nuova redazione del testo espone meglio di quella precedente la legittimità dell’amore coniugale. Il matrimonio è anche e soprattutto una comunanza di vita e di amore, ma alcune affermazioni sembrano suggerire che tale comunanza sia un semplice mezzo per la procreazione e che non abbia senso se non in rapporto ad essa: ciò è falso e avvilisce la dignità dell’amore umano. Perciò si deve dire chiaramente che il matrimonio è comunanza di vita e di amore e quale significato assume la generazione della prole per l’amore e la vita coniugale, la cui fecondità è come il culmine dell’amore reciproco».

G. Colombo (Milano): «Il capitolo piace perché l’amore coniugale è dichiarato fine intrinseco, coessenziale alla finalità procreativa. Dalla natura propria dell’amore coniugale si fa derivare l’obbligo della fedeltà e dell’indissolubilità e l’intimo rapporto con la fecondità e la paternità responsabile».

J. Reuss (Germania): «Il testo pone giustamente in rilievo l’importanza dell’amore coniugale, che sta alla base dello stesso matrimonio, della procreazione e dell’educazione della prole».

Ateismo: su questo tema Maximos IV, patriarca di Antiochia di Siria, nella 136^ congr. del 27/9/ 1965 così dice : «Il paragrafo 19 sull’ateismo è troppo negativo. Esso descrive il marxismo senza nominarlo, ma abbastanza chiaramente, e naturalmente condanna questa dottrina atea. Ma per salvare l’umanità dall’ateismo non basta condannare il marxismo, bisogna denunciare le cause che provocano il comunismo ateo, proponendo una vigorosa morale sociale…Molti di coloro che si dicono atei non sono realmente contro la Chiesa, ma cercano una presentazione più vera di Dio, una religione in accordo con l’evoluzione storica dell’umanità e una Chiesa che sostenga lo sforzo di solidarietà dei poveri…Non è forse l’egoismo di certi cristiani che ha provocato in gran parte l’ateismo delle masse?…Molti atei sono semplicemente dei Lazzari, scandalizzati da ricchi che si dicono cristiani».

Gaudium et spes, parte I, c. I: La dignità della persona umana (dai nn. 19 e 21sull’ateismo) (testo finale)

L’ateismo va annoverato tra le realtà più gravi del nostro tempo… Esso ha origine spesso dalla protesta violenta contro il male nel mondo. Persino la civiltà moderna può rendere più difficile l’accesso a Dio… Anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità. Infatti l’ateismo non è qualcosa di originario, ma deriva da cause diverse, tra cui una reazione critica contro le religioni, specialmente contro la religione cristiana. Per questo nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, se essi nascondono piuttosto che manifestare il genuino volto di Dio e della religione (19). Un rimedio all’ateismo lo si deve attendere sia dall’esposizione adeguata della dottrina della Chiesa, sia dalla purezza della vita di essa e dei suoi membri…Una fede viva e adulta deve manifestare la sua fecondità col penetrare l’intera vita dei credenti e col muoverli alla giustizia e all’amore, specialmente verso i bisognosi (21).

Elchinger, vescovo di Strasburgo, nella 135^ congr. del 24/9/1965 dice: «L’introduzione allo schema annuncia che il testo esporrà a tutti gli uomini come il Concilio ravvisa l’azione e la presenza della Chiesa in questo mondo. Giovanni XXIII auspicava che la Chiesa si presentasse al mondo con un volto rinnovato: bisognerebbe dire chiaramente, per es., cosa deve fare la Chiesa per contribuire all’elevazione della dignità umana o per eliminare ciò che nelle sue strutture può costituire occasione di incredulità… Ci fu un tempo in cui, per diffidenza, si arrivava a disprezzare il mondo, poi l’epoca in cui il mondo non contava assolutamente nulla. Ecco il momento in cui si vuole mettere fine a questo divorzio fra religione e mondo: è la prima volta che la Chiesa cerca di rispondere alle domande del mondo. La Chiesa deve e vuole salvare l’uomo intero. Il cristiano deve assumere un atteggiamento positivo di fronte al progresso umano. Bisognerà chiamare questo Concilio defensor humanitatis».

Dal Proemio di Gaudium et spes (testo finale)

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore… Perciò la Chiesa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

Il Concilio Vaticano II rivolge la sua parola a tutti indistintamente gli uomini, desiderando esporre loro come essa intende la presenza e l’azione della Chiesa nel mondo contemporaneo… Il Concilio non può dare dimostrazione più eloquente della solidarietà, del rispetto e dell’amore di esso verso l’intera famiglia umana, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi, con la luce che viene dal Vangelo. È l’uomo integrale, nell’unità di corpo e anima, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.

Il dibattito sullo schema XIII, La Chiesa nel mondo contemporaneo, interrottosi il 5 novembre del 1964 durante la terza sessione (cfr. nn. 76-82), viene ripreso il 21 settembre 1965, dopo che nell’intersessione sono state introdotte le modifiche richieste dai Padri; la discussione continua per diversi giorni suscitando spesso aspri dibattiti sulle numerose questioni affrontate, finché tra il 15 e il 17 novembre (congr. 161-163) si procede alla votazione sui paragrafi rivisti del testo e, dopo ulteriori modifiche, di nuovo il 4 dicembre. Infine il 6 dicembre (congr. 168^) si giunge al voto finale sull’intero schema, che il 7 dicembre viene approvato definitivamente e solennemente con 2309 voti a favore e 79 contrari. Questo lo schema della Costituzione:

Proemio

Introduzione: la condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo

Parte I: La Chiesa e la vocazione dell’uomo

1: La dignità della persona umana; 2: La comunità degli uomini; 3: L’attività umana nell’universo; 4: La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Parte II: Alcuni problemi più urgenti

Proemio; 1: Dignità del matrimonio e della famiglia; 2: La promozione del progresso della cultura; 3: Vita economico-sociale; 4: La vita della comunità politica; 5: La promozione della pace e la comunità delle Nazioni

Conclusione

In questa e nelle prossime puntate dedicate alla Gaudium et spes (GS) ci soffermeremo sugli interventi di alcuni vescovi relativi ad alcuni dei temi trattati soprattutto nella parte II della Costituzione, a cui seguirà qualche passo del testo definitivo relativo a quegli stessi temi che sono stati oggetto di discussione. Ciò dovrebbe consentire di vedere come le osservazioni espresse durante il dibattito  nelle congregazioni sono state recepite dal testo finale.

Dal c. III, par. 11: Ispirazione e verità nella Scrittura

Le verità divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo…hanno Dio per autore…I libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere.

Dal par. 12: Come deve essere interpretata la Sacra Scrittura

Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana…è necessario che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo intese di esprimere ed espresse in determinate circostanze, per mezzo dei generi letterari allora in uso…Si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa.

Dal c. IV, par. 16: Unità dei due Testamenti

Dio, che ha ispirato i libri di entrambi i Testamenti e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio diventasse chiaro nel Nuovo. Infatti i libri del Vecchio Testamento acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi illuminano e spiegano.

Dal c. V, parr. 18 e 19: Origine apostolica dei Vangeli-Carattere storico dei Vangeli

I Vangeli meritamente eccellono poiché costituiscono la principale testimonianza sulla vita e la dottrina del Verbo Incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli, di cui afferma senza alcuna esitazione la storicità, sono di origine apostolica e trasmettono fedelmente quanto Gesù, Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo.

Dal c. VI, par. 25: Si raccomanda la lettura della Scrittura

Il Santo Sinodo esorta tutti i fedeli ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente lettura delle Scritture. L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo. Si accostino essi volentieri al sacro testo.

Dal c. II, par. 7: Gli apostoli e i loro successori, missionari del vangelo

Cristo Signore ordinò agli Apostoli che…predicassero il vangelo a tutti…Gli Apostoli poi, affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi, ad essi affidando il loro proprio posto di maestri. Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio.

Dal par. 8: La sacra Tradizione

La predicazione apostolica, espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi…la Chiesa trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede. Questa Tradizione progredisce nella Chiesa…E’ la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libri sacri e in essa fa più profondamente comprendere e rende operanti le stesse sacre Lettere.

Dal par. 9: La sacra Tradizione e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la sacra Tradizione poi trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; così la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola sacra Scrittura.

Dal par. 10: La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa…L’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero della Chiesa…Dunque Tradizione, Scrittura e Magistero sono tra loro talmente connessi da non poter sussistere indipendentemente (continua).

La discussione sullo schema della Rivelazione, dopo le modifiche introdotte durante la terza sessione del 1964, viene ripresa nel settembre del 1965, finché, dopo alcune votazioni sui singoli capitoli, il 18 novembre (lo stesso giorno di Apostolicam Actuositatem) si arriva all’approvazione finale del testo, con 2344 voti favorevoli e 6 contrari.

Struttura: Proemio; c. I: La Rivelazione; c. II: La trasmissione della Divina Rivelazione; c. III: L’ispirazione divina e l’interpretazione della Sacra Scrittura; c. IV: Il Vecchio Testamento; c. V: Il Nuovo Testamento; c. VI: La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa.

Dal Proemio: In religioso ascolto della Parola di Dio…seguendo le orme dei Concili Tridentino e Vaticano I, il Sacrosanto Sinodo intende proporre la genuina dottrina sulla divina Rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l’annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami.

Dal c. I, par. 2: Natura e oggetto della Rivelazione

Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé.

Dal par. 4: Cristo completa la Rivelazione

Gesù Cristo, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, parla le parole di Dio e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre. Perciò Egli…compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte, e risuscitarci per la vita eterna (continua).

Dal c. V, par. 24: Rapporti con la gerarchia

Spetta alla gerarchia promuovere l’apostolato dei laici, fornire i principi e gli aiuti spirituali, ordinare l’esercizio dell’apostolato al bene comune della Chiesa, vigilare affinché la dottrina e le disposizioni fondamentali siano rispettate…Questo atto della gerarchia prende il nome di «mandato».

Dal par. 25: L’aiuto che il clero deve dare all’apostolato dei laici

Il diritto e il dovere di esercitare l’apostolato è comune a tutti i fedeli, sia chierici sia laici, e anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della Chiesa. Perciò vescovi e sacerdoti lavorino fraternamente con i laici nella Chiesa e per la Chiesa.

Dal c. VI, par. 29: Principi per la formazione dei laici all’apostolato

La formazione all’apostolato suppone che i laici siano integralmente formati dal punto di vista umano. Il laico infatti deve essere un membro ben inserito nel suo gruppo sociale e nella sua cultura, impari ad adempiere la missione di Cristo e della Chiesa vivendo anzitutto nella fede il mistero della creazione e della redenzione; è richiesta una solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica filosofica.

Dai parr. 30, 31: Formazione adatta ai diversi tipi di apostolato (sintesi)

Tale formazione ha inizio con l’educazione dei fanciulli e spetta ai genitori, ai sacerdoti, alle scuole, agli insegnanti, alle associazioni laiche di apostolato. Si abbia sempre di mira il bene comune, si curino le opere di carità e di misericordia, si promuovano centri di studio per sviluppare le attitudini dei laici in tutti i campi dell’apostolato, che deve adattarsi alle nuove necessità dei tempi.

Dal c. II, par. 7: L’animazione cristiana dell’ordine temporale

Quanto al mondo, i laici devono assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come compito proprio.

Dal par. 8: L’azione caritativa

I laici abbiano in grande stima e sostengano le opere caritative e le iniziative di assistenza sociale, private e pubbliche, anche internazionali.

Dal c. III, par. 9: Introduzione

I laici esercitano il loro apostolato tanto nella Chiesa che nel mondo, in svariati campi: le comunità ecclesiali, la famiglia, i giovani, l’ambiente sociale, l’ordine nazionale e internazionale.

Dal c. IV, par. 16: Importanza e molteplicità dell’apostolato individuale

L’apostolato che ciascuno deve esercitare personalmente è la prima forma e la condizione di ogni altro apostolato dei laici ed è insostituibile. Una forma particolare di apostolato individuale è la testimonianza di tutta la vita laicale… Questo apostolato individuale è di grande necessità e urgenza in quelle regioni in cui la libertà della Chiesa è gravemente impedita… ha luogo particolarmente in quelle regioni dove i cattolici sono pochi e dispersi.

Dal par. 18: Importanza della forma associativa di apostolato

L’uomo per natura sua è sociale e piacque a Dio riunire i credenti in Cristo per farne il popolo di Dio e un unico corpo. Quindi l’apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli…spesso richiede di essere esercitato con azione comune…poiché solo la stretta unione delle forze è in grado di raggiungere pienamente tutte le finalità dell’apostolato odierno.

Dal par. 20: L’Azione cattolica

Tra le associazioni di apostolato vanno ricordate soprattutto quelle che hanno avuto  il nome di Azione cattolica, con queste caratteristiche: a) fine immediato è il fine apostolico della Chiesa, cioè l’evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza (continua).

Il decreto sull’apostolato dei laici, ripreso all’inizio della quarta sessione, nel luglio del 1965 era stato inviato ai Padri con molte modifiche rispetto a quello esaminato nella terza sessione (cfr. nn. 72-75). La discussione si svolge dal 23 al 27 settembre 1965, viene ripresa il 9 e 10 novembre, fino all’approvazione finale nella sessione solenne del 18 novembre, con 2340 voti a favore e solo 2 contrari.

Esso rappresenta una novità assoluta perché è il primo documento di un Concilio che tratti specificamente dei laici. Questo è lo schema:

Proemio; c. I: La vocazione dei laici all’apostolato; c. II: I fini dell’apostolato dei laici; c. III: Vari campi di apostolato; c. IV: Le varie forme di apostolato; c. V: L’ordine da osservare nell’apostolato; c. VI: La formazione all’apostolato; Esortazione.

Dal c. I, par. 2: La partecipazione dei laici alla missione della Chiesa

Questo è il fine della Chiesa: rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare il mondo intero a Cristo. Tutta l’attività ordinata a questo fine si chiama apostolato… I laici esercitano l’apostolato evangelizzando e santificando gli uomini e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l’ordine temporale.

Dal par. 3: I fondamenti dell’apostolato dei laici

I laici derivano il dovere e il diritto dell’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del battesimo, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato.

Dal par. 4: La spiritualità dei laici in ordine all’apostolato

Poiché la fonte e l’origine di tutto l’apostolato della Chiesa è Cristo, la fecondità dell’apostolato dei laici dipende dalla loro unione vitale con Cristo… Né la cura della famiglia né gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita… Questa spiritualità dei laici deve assumere una sua fisionomia particolare a seconda dello stato del matrimonio e della famiglia, del celibato o della vedovanza, della condizione di infermità, dell’attitudine professionale e sociale (continua).

Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a Cristiani e ad Ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo.

E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.

E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.