Sull’obiezione di coscienza al servizio militare così si esprimono alcuni vescovi tra il 6 e il 7 ottobre 1965: gli inglesi C. Butler e W. Wheeler osservano che l’obbedienza alle autorità in tempo di guerra è stata alla base di troppi crimini nella nostra epoca. Vi sono dei doveri non solo verso il proprio paese, ma anche verso tutti gli altri uomini, e ciò talvolta impone di rifiutare l’obbedienza: perciò l’obiezione di coscienza non condemnanda, sed commendanda (non deve essere condannata, ma raccomandata). Certi obiettori possono essere i profeti di una morale veramente cristiana, testimoni della vocazione cristiana alla pace.
Castan Lacoma (Spagna) non approva l’inciso, presente nel testo, sull’obiezione di coscienza, che rischia di indebolire l’autorità civile, a cui andrebbe lasciata la decisione in merito.
G. Beck (Liverpool): i governi devono rispettare la coscienza dei cittadini, i quali ritengono che certe forme di guerra, anche difensiva, non sono mai giustificabili, poiché essi sono convinti che la guerra sia, in ogni caso, un male grave. Un soldato o il comandante di un aereo ha il diritto di rifiutarsi di sganciare un ordigno che annienterebbe un’intera città o di partecipare a un’aggressione indiscriminata. Bisognerebbe perciò dire chiaramente che in certe circostanze l’autorità non può fare o minacciare senza perdere il diritto all’obbedienza dei cittadini.
Carli (Segni): anche oggi è possibile una guerra giusta, che rende moralmente legittimo il servizio militare, e quindi l’obiezione di coscienza è moralmente illecita.
Gaudium et spes, parte II, c. V (dal n. 79) (testo finale): Sembra conforme a equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana (79).


