L’ora di religione
Uno spazio per provare a dare senso
Aprile 2026
Che cosa è l’ora di religione nella scuola italiana?
Una domanda, questa, che potenzialmente può scatenare un dibattito infinito. Se provassimo a rovesciarla forse sarebbe più facile rispondere: cosa non è l’ora di religione? Non è un’ora di storia delle religioni, sebbene le indicazioni ministeriali prevedano la conoscenza delle religioni del mondo, non solo di quella cristiana cattolica; non è un’ora di dibattito e conversazione, sebbene rispetto alle altre materie solitamente venga dato più spazio agli studenti; non è un’ora di cinematografia, sebbene tra gli stereotipi riguardo alla materia non mancano l’idea che sia uno spazio di relax tra le ore più impegnative della giornata. Un’altra domanda contribuisce ad aumentare la complessità: chi è il docente di religione cattolica? Tutte le nostre possibili risposte dipendono molto dagli insegnanti che abbiamo avuto e da come hanno progettato le ore di lezione.
Le domande non finiscono qui: perché è l’unica materia della quale è possibile non avvalersi? Quanti sono oggi gli studenti e le famiglie che scelgono di frequentare l’ora di IRC? E ancora, come sta cambiando il suo insegnamento?
Ci viene in aiuto il volume Insegnare religione. Problemi e prospettive pedagogiche curato da Fausto Arici e Maria Teresa Moscato, da poco edito dalla casa editrice Franco Angeli. Il libro raccoglie una serie di approfondimenti tematici particolarmente illuminanti partendo dalla storia della disciplina (ripercorrendo le sue tappe dalla nascita del Regno d’Italia fino ad oggi), passando alla formazione degli IdR (Insegnanti di Religione) e ad alcune ricerche sul campo, chiudendo con alcune riflessioni pedagogiche che sintetizzano e ampliano la riflessione.
Tra i pregi di questo volume c’è proprio la collaborazione tra l’Università di Bologna e la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna: i curatori hanno cercato di sottolineare la preziosità di questo insegnamento, da loro ritenuto «di per sé più essenziale e più urgente di quanto oggi sia socialmente percepito». Da questa convinzione parte il loro sforzo di ridefinire gli obiettivi formativi della materia e la sua importanza nell’economia della scuola, così come la necessità di discutere la formazione dei futuri insegnanti, senza dimenticare gli aspetti giuridici.
Gli interventi brevi e talvolta provocatori degli autori sono utili per lo studente di un Istituto di scienze religiose che un giorno diventerà insegnante così come per genitori ed educatori, catechisti e docenti di altre discipline che desiderano approfondire i fondamenti di un insegnamento che ha tanto da offrire ma non sempre viene percepito nella sua ricchezza.
Il filo rosso che lega tutti i contributi è proprio l’attenzione pedagogica, uno sguardo capace di non parlare di concetti e filosofie astratte, ma di provare a incarnare la disciplina nell’aula di scuola dove l’insegnante spesso si trova a fare i conti con situazioni varie, orari scomodi e pregiudizi di alunni e genitori.
Proviamo ora a offrire una sintesi analizzando tre dimensioni che contraddistinguono l’IRC. Occorre sottolineare che tutti gli autori sono concordi nel considerare l’ora di religione dinamica ed esperienziale, lontana quindi da una fredda trasmissione di contenuti attinenti alla religione. Dal punto di vista storico vengono più volte analizzati i passaggi chiave dell’iter giuridico; qui per brevità citiamo solo la revisione del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica del 1984, visto come punto di svolta dal prof. Cicatelli. I motivi sono tre: prima la religione a scuola era vista come «fondamento e coronamento dell’istruzione elementare in ogni suo grado» (si veda la Riforma Gentile del 1923: l’insegnamento era detto semplicemente “di religione”, non c’era bisogno di specificare quale fosse; la religione cattolica era di fatto religione di Stato), mentre nel Concordato del 1984 l’insegnamento – e non la religione – della R. cattolica viene inserito nelle finalità della scuola. In secondo luogo, cambia la motivazione dell’insegnamento: prima del 1984 tutti dovevano conoscere la religione di Stato, mentre dopo la revisione del Concordato la Repubblica italiana (laica) riconobbe il valore della cultura religiosa, richiamando il legame tra la religione e il patrimonio storico del popolo italiano. In terzo luogo assistiamo a un processo di laicizzazione del corpo docente: prima l’insegnamento era affidato quasi esclusivamente al clero, dopo la revisione nacque la figura dell’insegnante, senza distinzione tra clero e laici (che oggi sono circa il 96% del corpo docente).
Dall’osservazione di questa svolta si possono già dedurre le tre dimensioni che citavamo sopra: quella culturale, quella interreligiosa e quella pedagogica.
L’ora di religione aiuta in tutti i gradi della scuola, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, prima di tutto a conoscere e saper decifrare il patrimonio culturale e storico del nostro Paese e della nostra cultura. In questo senso è vero il detto che “Si fa più religione nelle altre materie che nell’ora di IRC”: dalla letteratura all’arte, dalla storia alla filosofia sono tantissimi gli elementi che derivano dalle religioni, principalmente da quella cristiana, ma non solo. Come poter leggere Dante senza aver presente la storia della Salvezza? O i Promessi Sposi, o un’opera del Caravaggio… si può ammirare il gusto estetico a prescindere da cosa viene rappresentato nel quadro, ma quando si conosce la storia che viene rappresentata si apprezza molto di più, si conosce un pezzetto della cultura che ci precede e parla a noi e di noi, e in ultima analisi ci si preserva da errori grossolani nei giochi a quiz dell’ora di cena in televisione (motivo che è sempre il più apprezzato dagli studenti).
Il secondo aspetto è quello interreligioso: l’insegnamento della religione cattolica è per sua natura dialogico, chiamato a essere ospitante verso le altre tradizioni e fedi specialmente quando professate dagli alunni che scelgono di avvalersi dell’IRC. In questo contesto può diventare davvero un esercizio al dialogo e alla conoscenza reciproca, con il sogno e la speranza, come sottolineato dal prof. Porcarelli, che diventi uno spazio di «esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace».
Il terzo aspetto è quello pedagogico, collegato strettamente al tema della formazione dell’insegnante di religione. Riprendendo l’etimologia della parola disciplina (da discere = imparare) il prof. Porcarelli sottolinea che non c’è un oggetto, una cosa da trasmettere come si farebbe con un pacco postale. L’IRC è prima di tutto un’esperienza culturale, sempre riversa perché si rinnova ogni volta (e questo lo sperimenta chi si trova ad affrontare lo stesso argomento in due classi diverse compiendo percorsi sempre nuovi, perché nuovi sono gli alunni che ha davanti). Se la trasmissione è veicolata da un’esperienza, capiamo l’importanza del mediatore, cioè il maestro o professore, chiamato a essere capace di tessere buone relazioni con i compagni e colleghi (qui si dimostra l’importanza dell’IRC per tutta la scuola, non solo per chi se ne avvale).
Vale la pena citare in conclusione il rapporto tra l’IRC e la catechesi, in quanto entrambe condividono un assetto che vede il “fruitore” non come ricevente passivo ma protagonista: come la catechesi si occupa di “far risuonare” (così anche etimologicamente parlando) la Parola nella vita di chi la ascolta, così anche l’IRC può essere occasione di attribuzione di senso alle esperienze che gli alunni vivono ritrovandosi “letti” dai racconti che leggono e dalle storie che incontrano. Il prof. Gabbiadini porta come esempio la lettura dell’uscita dall’Egitto del popolo d’Israele come significativa per i ragazzi e le ragazze alla soglia delle scuole superiori, chiamati a lasciarsi alle spalle il passato senza rimpiangerlo (le cipolle d’Egitto!) ma allo stesso tempo con la preoccupazione per il futuro che ancora non si vede.
Sono molti i temi trattati nel volume che qui non abbiamo il tempo di citare, ma speriamo che queste righe abbiano acceso l’interesse e il desiderio di ripensare e approfondire una materia che nell’organizzazione della scuola risulta “piccola”, quasi come un granello di senape, ma che può diventare… insomma, la conclusione la conoscete!
Davide Spinelli




