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Approfondimenti

Le nostre recensioni

Ogni mese la Biblioteca propone la recensione di un libro scelto tra le novità editoriali o tra i titoli che meritano di essere riscoperti.

La rubrica Le nostre recensioni nasce per offrire ai lettori uno sguardo orientativo e affidabile: brevi presentazioni che aiutano a cogliere il valore di un’opera, i suoi temi e le ragioni per cui vale la pena leggerla. Un invito alla lettura che accompagna il pubblico tra pagine di narrativa, saggistica e spiritualità.

«Amali e non pretendere che siano cristiani migliori»

Perché la minorità di Francesco è la strada vincente

Settembre 2026

Diciamoci la verità: san Francesco piace a tutti. La sfida a trovare qualcosa di lui che non lasci stupiti è persa in partenza. I credenti lo stimano per la sua conversione e la sua fede, gli studiosi di lettere per il Cantico di Frate Sole (uno dei primi testi in volgare), gli ecologisti per l’amore per l’ambiente (o come sarebbe meglio dire, per il creato). Qualcuno vede in lui il precursore della lotta al capitalismo, altri lo associano alle grandi figure spirituali da cui imparare qualcosa… e così via.

Francesco d’Assisi è dunque a tutti gli effetti, suo malgrado, un santo alla moda. Come succede in questi casi, però, tra i mille motivi per cui è lodato ve ne sono alcuni che sono nati isolando alcune caratteristiche della sua vita e creando alcune storture.
La fortuna è che l’ottavo centenario dalla sua morte ci ha permesso di tornare a contemplare la sua figura con occhi nuovi, collocandolo nel suo contesto e apprezzando davvero la sua originalità.
Dallo scorso Cre Grest 2026 “Laudato sii” a lui dedicato fino allo straordinario Anno Giubilare Francescano indetto da papa Leone, piccoli e grandi siamo stati invitati a guardare a lui. Ci aiutano in questo anche le recenti pubblicazioni, in particolare il libro Francesco. Il dito e la luna, nato dai Quaresimali della Diocesi di Roma tenuti da don Fabio Rosini e Franco Nembrini. Partendo dai testi che abbiamo la fortuna di poter leggere dopo ottocento anni, gli autori ci guidano alla scoperta del “vero Francesco”, spogliato da etichette e maschere che negli anni si sono sedimentate.
La cosa migliore da fare sarebbe recarsi ad Assisi e restare a guardare il meraviglioso Crocifisso di San Damiano, oggi ubicato nella chiesa di Santa Chiara, davanti al quale il giovane Francesco si sentì rivolgere le famose parole: «Va’ e ripara la mia casa, che come vedi è tutta in rovina». Per chi non avesse tempo di vivere a breve il pellegrinaggio nella sua città, il libro di Rosini e Nembrini resta un ottimo punto di partenza.

Il duo Nembrini-Rosini ha scelto di riavvicinarsi a Francesco attraverso alcuni dei suoi scritti più importanti. Senza entrare nel difficile campo dell’interpretazione delle fonti francescane (per la quale rimandiamo ai preziosi testi di Mons. Felice Accrocca) dobbiamo dire che dopo la morte di Francesco sono stati molti coloro che hanno scelto di raccontare qualcosa di lui, e fin da subito sono nate alcune esagerazioni. I testi scritti personalmente dal santo ci aiutano a dialogare direttamente con lui.
Un’avvertenza è necessaria: lo stile è quello della minorità. Non troveremo negli scritti di Francesco toni solenni o racconti prodigiosi, nessuno spazio al vanto personale. Come ricordano più volte gli autori, il protagonista non è lui, ma Dio. In questo senso si tratta di una scrittura “sapienziale”, cioè capace di rileggere gli avvenimenti della vita mettendo al centro l’azione di Dio. Così vale soprattutto per il testamento e per il Cantico delle creature.
Stupisce anche il famosissimo brano della “vera letizia”, che non ha proprio nulla di fiabesco e romantico, nel quale Francesco insegna ai suoi frati e a tutti noi che la vera gioia è fare il bene e seguire il Vangelo, a qualsiasi condizione. La fortuna di un cristiano non è il successo, ma l’appartenere a Cristo. Nel libro i due autori ci aiutano a “digerire” quella che è una verità un po’ scomoda da dire, aiutandoci a seguire i passi di Francesco.
C’è poi la bellissima lettura del Canto XI del Paradiso di Dante — non un testo del santo, ma una delle pagine poetiche più alte su di lui — che pone al centro il suo “sposalizio con Madonna Povertà” che siamo abituati a conoscere anche nell’arte.
Ma se c’è un testo che più di tutti mi ha colpito è la Lettera a un ministro, ovvero la risposta di Francesco a un frate che chiedeva di essere sollevato da un incarico particolarmente difficile per poter adorare Dio in santa pace in un “romitorio” (eremo). La risposta di Francesco è tanto dura quanto intrisa di vangelo. In pochissime parole parafrasiamo: «C’è qualcuno che rende particolarmente difficile la tua missione? Non scappare, ritienila una grazia e ama più che puoi questi fratelli e sorelle. Questo è il tuo eremo. Amali, quelli che ti fanno fare più fatica, e non pretendere che siano cristiani migliori».
Di fronte a queste parole si resta davvero stupiti, almeno per tre motivi. Primo, ciò che Francesco ha scritto è esattamente quello che ha fatto quando, tornato dal viaggio in Terra Santa, ha trovato l’ordine spaccato e ha scelto di lasciarne la guida con dolore e sofferenza. In quel periodo di profondo travaglio, spirituale e fisico, ha ricevuto le Stigmate alla Verna. Il santo della gioia, ma di una gioia radicata nella vita e che fa i conti con i dolori. Secondo: amare chi non ci ama non è forse una splendida eco al Vangelo («Ma io vi dico, amate i vostri nemici» Mt 5,44)? Se Francesco è stato chiamato l’Alter Christus è perché ha vissuto fino in fondo lo stile di Gesù. Il terzo motivo per cui rimaniamo spiazzati è la scelta radicale della minorità, oggi e sempre in assoluta controtendenza: chi di noi anche in buona fede non vorrebbe che gli altri diventino “cristiani migliori”? In un recente viaggio ad Assisi, durante una visita guidata ho sentito una suora alcantarina raccontare che Francesco non ha scelto la povertà, ma la minorità. L’essere povero non solamente in termini economici, ma l’essere minore agli altri, senza la presunzione di insegnare nulla a nessuno, che in fondo è una tentazione insidiosa.
La minorità di Francesco spazza via tutte le riletture banali e superficiali e ci provoca ad essere cristiani radicali, veri, seguaci di Gesù.

E voi, quale aspetto o scritto di san Francesco sentite più vicino?

Davide Spinelli

Franco Nembrini - Fabio Rosini, Francesco. Il dito e la luna
Franco Nembrini - Fabio Rosini, Francesco. Il dito e la luna

Parlare di Dio

Un dialogo con Simone Weil

Luglio 2026

Ci sono libri che ci parlano più di altri. È un concetto semplice e banale: pensiamo a quanti libri ognuno di noi ha acquistato o preso in prestito e poi lasciato a metà sul comodino perché «Sai che c’è? Non mi ha preso…». Sono pochi i libri che, al contrario, sembrano essere “scritti proprio per noi”, e chissà come mai non li avevamo ancora letti.

«Parlare di Dio», opera di Byung-Chul Han (filosofo sudcoreano professore in Germania), pare essere un libro della seconda categoria. Il testo raccoglie in 7 brevi capitoli alcune riflessioni dell’autore che si pone in dialogo con Simone Weil, filosofa francese del secolo scorso definita dallo scrittore André Gide “la santa degli esclusi”. Di lei Simone de Beauvoir disse con un’invidia profonda: «Aveva un cuore capace di battere attraverso l’universo intero».

Non è facile parlare di questo libro: fin dalla prima pagina ci sentiamo spettatori di un dialogo interiore tra Han e gli scritti della Weil. Da un lato l’analisi puntuale e per certi versi preoccupante della nostra società, del nostro modo di pensare e agire; dall’altro un vero cammino di “salvezza” alla ricerca di una vita piena di senso e bellezza, senza scorciatoie o sentieri comodi.

Simone Weil (1909-1943) è stata una donna che ha preso sul serio la sua vita e si è lasciata provocare dai cambiamenti dell’epoca in cui ha vissuto. Nata in una famiglia di origine ebraica, fin da piccola di salute cagionevole, dopo gli studi a Parigi e la laurea in filosofia, alterna periodi di insegnamento a scelte “atipiche”: abbandona la cattedra per lavorare come operaia alla Renault (per toccare con mano l’alienazione della classe operaia), partecipa alla guerra civile spagnola arruolandosi come volontaria, e infine, dagli Stati Uniti dove la famiglia si era rifugiata, sceglie di raggiungere l’Inghilterra per unirsi alla resistenza francese, prima di spegnersi prematuramente a soli 34 anni.

Il suo percorso filosofico incontra le grandi figure di Marx, Cartesio, gli stoici e Spinoza, Platone. La svolta decisiva della sua vita avviene nel 1937 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi: lì vive un’esperienza mistica folgorante che la porta a inginocchiarsi e a sentire la presenza reale dell’amore di Cristo. Questo incontro straordinario apre la strada ad alcuni concetti che le riflessioni di Han intersecano al nostro presente: in un mondo dove la tecnica e il digitale la fanno da padroni, dove vince il più forte e tutti siamo invitati a performare invece che a vivere, la via che ereditiamo da Simone Weil è quella della decreazione, intesa come l’accettazione del “divenire nulla per amore”. Colpisce che questo pensiero sia nato lì dove ha vissuto Francesco, campione olimpico del “farsi piccolo”. La rinuncia a noi stessi alla quale la Weil ci invita (e che lei ha vissuto fino alla fine in prima persona) non svilisce l’essere umano, bensì è l’unico modo per vivere nell’amore. Scrive il filosofo parafrasandola: «Bisogna che io mi ritragga nella mia anima, la svuoti affinché le cose siano baciate dalla grazia di essere viste da Dio».

Sembra dirci: «C’è posto solo per uno: o Dio o l’Io». E se avremo il coraggio di lasciare posto a Dio potremo raggiungere la beatitudine: l’atteggiamento che propone è quello del digiuno, di chi fa posto ad altro (l’attenzione contemplativa è il culmine del discorso), opposto alla figura del cacciatore, che cerca continuamente e non è mai sazio. Il vuoto che segue la Weil è un vuoto “liberatorio”. Dentro questa cornice è fondamentale il tema del silenzio. La moderna crisi della religione è collegata alla crisi del silenzio. Viviamo nell’epoca del chiasso: tutto è mercato, produzione ed esibizione, infine consumo. Chiudere gli occhi, restare in silenzio per qualche minuto, ritirarsi in preghiera sono gesti rivoluzionari. È qui che la grandezza del pensiero di Simone Weil si incarna in atteggiamenti concreti che ci smascherano.

Persino il dolore assume un senso e ci apre gli occhi al dolore dell’altro, sviluppando l’empatia. Oggi (per certi versi giustamente) si rifiuta il dolore e si rigetta: cerchiamo tutti il bene, nelle forme però liofilizzate del benessere e del like. E quando il dolore compare, diventa ancora più distruttivo. Invece va tenuto ben presente, come insegnavano gli antichi padri del deserto, per ricordare sempre al nostro piccolo Io che da solo non si salva.

Ancora, Byung-Chul Han denuncia un altro atteggiamento oggi molto diffuso: la continua misurazione. La riuscita di un’attività dipende dai calcoli che possiamo fare: quanti partecipanti? Quanti share nel mondo social? Persino nello sport, quanti watt di potenza? La bellezza però è per la Weil “qualità senza quantità”. Di fronte a un tramonto, una confidenza tra amici, un rito religioso non si può misurare nulla, occorre tornare ad essere solo attenzione totale.

La posta in gioco è alta, se scegliamo di prendere la vita sul serio. Come Simone Weil, Francesco d’Assisi o Pier Giorgio Frassati, l’alternativa tra una vita piena e il semplice “vivacchiare” passa dalla postura di ogni giorno, dalle singole scelte. Può essere davvero un buon inizio ringraziare Simone Weil e non lasciarsi scappare questo libro. Buona lettura!

Davide Spinelli

Parlare di Dio
Byung-Chul Han, Parlare di Dio

Alla scuola degli affetti

Contemplare il cuore di Cristo

Giugno 2026

È finalmente arrivato il mese di giugno, da molti desiderato da tempo: i più piccoli ritirano la pagella e iniziano le vacanze dai nonni o nei vari CRE, chi termina un ciclo di studi si prepara per superare finalmente gli esami, mentre qualcuno anticipa le vacanze per evitare il caos di agosto. Il caldo e il sole ci fanno sognare un buon aperitivo sulla spiaggia, la grigliata alla festa della comunità o più semplicemente il dolce far niente.

I latini però ci ricordano che l’ozio (otium) in realtà non consiste nel sospendere le nostre attività e annullarci (magari davanti a uno schermo), ma è un’occasione da dedicare allo spirito, allo studio e alla cura di sé. È dunque il tempo libero da occupazioni, contrapposto al negotium (ciò che non è otium), ovvero tutti gli impegni civili, politici e militari.

Aggiungiamo che giugno è anche il mese per la Chiesa dedicato al Sacro Cuore di Gesù ed ecco pronto per noi un testo da gustare (e non semplicemente leggero) scritto dal padre gesuita Gateano Piccolo: Alla scuola degli affetti. Contemplare il cuore di Cristo.

Possiamo immaginare l’obiezione che potrebbe nascere in chi durante tutto l’anno ha faticato cercando di dedicare un po’ di tempo alla lettura spirituale, alla meditazione o semplicemente all’approfondimento: ma un romanzo leggero no? Magari da portarsi sotto l’ombrellone?

Ebbene, fin dalla prima pagina il libro in questione ci fa capire che la posta è alta: l’estate, tempo di meritato riposo e di routine meno rigide, può essere l’occasione per fermarsi e riportare un messaggio importante al cuore, non solo alla mente (che ha faticato tanto durante l’anno, soprattutto per gli studenti, universitari e non). Qual è questo messaggio? Che Dio ama gli uomini.

Ahimè, la frase più scontata e forse ovvia che rischia di rasentare la banalità. Magari non per tutti, ma i cristiani sono abituati a sentirsi dire che Dio li ama, vuole il loro bene, li accompagna nella vita di tutti i giorni… sì, ma come? Attraverso la vita (e dunque i gesti, le parole e le emozioni) di Gesù di Nazareth, dai suoi primi passi in Galilea fino alle ultime parole sulla croce. Tutta la sua vita racconta di un amore per gli uomini.

Il libro di Gaetano Piccolo è una piccola “mappa” sullo stile di una settimana di esercizi spirituali che, attraverso otto passi, ci conduce tra le pagine dei Vangeli a scoprire che quando diciamo “Dio ama gli uomini” dobbiamo sostituire il complemento oggetto mettendo il nostro nome, provando a sentire che effetto ci fa, quali consolazioni e desolazioni proviamo, quali reazioni emergono dalla nostra interiorità che troppo spesso nella routine quotidiana rimane schiacciata sotto la lista delle cose da fare.

Ecco perché abbiamo usato la parola “gustare”: tutti sappiamo che il gelato è buono, ancor di più in questi pomeriggi d’estate. Ma a chi interessa davvero solo sapere che un cono tre gusti con panna è buono? Non è forse più bello gustarlo?

Perché l’insistenza sul cuore di Gesù? Perché viviamo, come ha ricordato papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos, in un tempo “senza cuore”. C’è una parola che arriva dai padri del deserto che racconta bene questa caratteristica del nostro tempo: sclerocardia, cioè “durezza di cuore”.

Ci aspettano quindi otto tappe per ritrovarci amati da Gesù che ci chiama, ci guarisce, ci chiede di fidarci di lui, che prova compassione e per amore giunge a soffrire per noi. Come non si stanca di annunciare papa Leone, la fede non è solo una scelta personale, è prima di tutto una “risposta”. Una risposta a un amore gratuito che ci supera e che non si può solo “imparare” come una definizione di matematica, ma che va gustato come un gelato artigianale, in buona compagnia, magari su una bella spiaggia italiana.

Davide Spinelli

Alla scuola degli affetti
Gaetano Piccolo, Alla scuola degli affetti