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Approfondimenti

Le nostre recensioni

Ogni mese la Biblioteca propone la recensione di un libro scelto tra le novità editoriali o tra i titoli che meritano di essere riscoperti.

La rubrica Le nostre recensioni nasce per offrire ai lettori uno sguardo orientativo e affidabile: brevi presentazioni che aiutano a cogliere il valore di un’opera, i suoi temi e le ragioni per cui vale la pena leggerla. Un invito alla lettura che accompagna il pubblico tra pagine di narrativa, saggistica e spiritualità.

Alla scuola degli affetti

Contemplare il cuore di Cristo

Giugno 2026

È finalmente arrivato il mese di giugno, da molti desiderato da tempo: i più piccoli ritirano la pagella e iniziano le vacanze dai nonni o nei vari CRE, chi termina un ciclo di studi si prepara per superare finalmente gli esami, mentre qualcuno anticipa le vacanze per evitare il caos di agosto. Il caldo e il sole ci fanno sognare un buon aperitivo sulla spiaggia, la grigliata alla festa della comunità o più semplicemente il dolce far niente.

I latini però ci ricordano che l’ozio (otium) in realtà non consiste nel sospendere le nostre attività e annullarci (magari davanti a uno schermo), ma è un’occasione da dedicare allo spirito, allo studio e alla cura di sé. È dunque il tempo libero da occupazioni, contrapposto al negotium (ciò che non è otium), ovvero tutti gli impegni civili, politici e militari.

Aggiungiamo che giugno è anche il mese per la Chiesa dedicato al Sacro Cuore di Gesù ed ecco pronto per noi un testo da gustare (e non semplicemente leggero) scritto dal padre gesuita Gateano Piccolo: Alla scuola degli affetti. Contemplare il cuore di Cristo.

Possiamo immaginare l’obiezione che potrebbe nascere in chi durante tutto l’anno ha faticato cercando di dedicare un po’ di tempo alla lettura spirituale, alla meditazione o semplicemente all’approfondimento: ma un romanzo leggero no? Magari da portarsi sotto l’ombrellone?

Ebbene, fin dalla prima pagina il libro in questione ci fa capire che la posta è alta: l’estate, tempo di meritato riposo e di routine meno rigide, può essere l’occasione per fermarsi e riportare un messaggio importante al cuore, non solo alla mente (che ha faticato tanto durante l’anno, soprattutto per gli studenti, universitari e non). Qual è questo messaggio? Che Dio ama gli uomini.

Ahimè, la frase più scontata e forse ovvia che rischia di rasentare la banalità. Magari non per tutti, ma i cristiani sono abituati a sentirsi dire che Dio li ama, vuole il loro bene, li accompagna nella vita di tutti i giorni… sì, ma come? Attraverso la vita (e dunque i gesti, le parole e le emozioni) di Gesù di Nazareth, dai suoi primi passi in Galilea fino alle ultime parole sulla croce. Tutta la sua vita racconta di un amore per gli uomini.

Il libro di Gaetano Piccolo è una piccola “mappa” sullo stile di una settimana di esercizi spirituali che, attraverso otto passi, ci conduce tra le pagine dei Vangeli a scoprire che quando diciamo “Dio ama gli uomini” dobbiamo sostituire il complemento oggetto mettendo il nostro nome, provando a sentire che effetto ci fa, quali consolazioni e desolazioni proviamo, quali reazioni emergono dalla nostra interiorità che troppo spesso nella routine quotidiana rimane schiacciata sotto la lista delle cose da fare.

Ecco perché abbiamo usato la parola “gustare”: tutti sappiamo che il gelato è buono, ancor di più in questi pomeriggi d’estate. Ma a chi interessa davvero solo sapere che un cono tre gusti con panna è buono? Non è forse più bello gustarlo?

Perché l’insistenza sul cuore di Gesù? Perché viviamo, come ha ricordato papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos, in un tempo “senza cuore”. C’è una parola che arriva dai padri del deserto che racconta bene questa caratteristica del nostro tempo: sclerocardia, cioè “durezza di cuore”.

Ci aspettano quindi otto tappe per ritrovarci amati da Gesù che ci chiama, ci guarisce, ci chiede di fidarci di lui, che prova compassione e per amore giunge a soffrire per noi. Come non si stanca di annunciare papa Leone, la fede non è solo una scelta personale, è prima di tutto una “risposta”. Una risposta a un amore gratuito che ci supera e che non si può solo “imparare” come una definizione di matematica, ma che va gustato come un gelato artigianale, in buona compagnia, magari su una bella spiaggia italiana.

Davide Spinelli

Alla scuola degli affetti
Gaetano Piccolo, Alla scuola degli affetti

Liberi sotto la grazia

Alla scuola di sant’Agostino di fronte alle sfide della storia

Maggio 2026

È passato ormai più di un anno dall’8 maggio 2025, quando nel tardo pomeriggio di un giovedì di primavera abbiamo tutti rivolto lo sguardo al camino più famoso del mondo, che con la sua fumata bianca annunciava l’elezione di un nuovo pontefice. E nonostante il primo anno di pontificato di papa Leone XIV sia stato purtroppo segnato dall’aggravarsi di guerre e crisi internazionali, tutti ci ricordiamo le parole con cui si è presentato al mondo: «La pace sia con tutti voi».

È stato interessante osservare che le richieste di libri di sant’Agostino, specie Le Confessioni, siano aumentate presso le più importanti librerie cattoliche, a testimoniare il desiderio di tanti di conoscere chi fosse, da dove arrivasse e come avrebbe guidato la Chiesa il neoeletto Robert Francis Prevost, ex priore degli agostiniani.

Per chi non fosse sazio, la Libreria Editrice Vaticana in collaborazione con l’Ordine Agostiniano ha da poco pubblicato un volume intitolato Liberi sotto la grazia (espressione tratta dalla Regola del vescovo d’Ippona) che raccoglie in sé gli scritti, le omelie e i discorsi dell’allora priore Robert Francis Prevost (anni 2001-2013), già disponibile al prestito. L’occasione da non farsi sfuggire è quella di poter approfondire alcune dimensioni chiave che hanno segnato la fede e la vocazione di un uomo oggi chiamato a essere Sommo Pontefice. Ci limitiamo in questa sede a sottolineare alcuni spunti ritenuti degni di attenzione.

Il primo contributo, datato 21 settembre 2001, è l’omelia nella Messa di chiusura del Capitolo generale del 2001, nel quale Prevost fu eletto priore. Colpisce da subito la sua profonda conoscenza della vita di Agostino (di cui il giorno dell’elezione si è detto “figlio”), citato non come semplice esempio da emulare ma come vero maestro di vita spirituale. I temi presenti in quell’omelia sono gli stessi che emergono a più riprese nei successivi interventi: l’importanza della conoscenza e frequentazione della Scrittura, l’impegno per l’unità e la fraternità, la vita interiore.

È invece il tema della “libertà del credente” al centro dell’omelia del 30 settembre 2012, uno degli ultimi testi, nel quale, rivolgendosi alle monache agostiniane contemplative, Prevost cita il passo di sant’Agostino che ha dato il titolo alla raccolta: «Il Signore vi conceda di osservare con amore queste norme, quali innamorati della bellezza spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza con il buon profumo di Cristo, non come servi sotto la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia». Commentando questo testo, l’allora priore condivide alcune riflessioni sulla vita monastica. Ricorda in particolare che Agostino è chiamato dalla tradizione Doctor Gratiae, Dottore della grazia e quindi della libertà. E aggiunge: «La vera libertà è quella che riceviamo da Cristo crocifisso e risorto, una libertà che abbraccia l’intera vita e si estende fino all’eternità».

Esattamente una settimana dopo, di fronte alla stessa assemblea che concludeva una settimana di intensi lavori, Prevost rivolge una densa riflessione in cui emergono tematiche attuali e domande profonde: il cambiamento del mondo e il calo delle vocazioni sono elementi che non si possono nascondere. Si chiede: «È ancora possibile proporre una vita comunitaria sulle orme di Agostino?» e risponde che solo passando attraverso l’unità in Cristo la vita monastica può diventare testimonianza: «L’unità non è uniformità, e la diversità è una fonte ricca di vita per tutti, se non abbiamo timore di accogliere il dono che ci viene offerto».

Sono tanti i discorsi in cui l’allora Priore si rivolge a membri dell’ordine agostiniano concentrandosi sulla dimensione contemplativa, ma non mancano gli inviti alla testimonianza e all’annuncio missionario che può nascere anche dentro il monastero: citando san Paolo e sant’Agostino ricorda che «Dio diffonde attraverso di noi la fragranza della sua conoscenza nel mondo, perché noi siamo per Dio la fragranza di Cristo (cfr. 2Cor 2,14-15)». Tutti i religiosi sono dunque chiamati a «diffondere nel mondo l’amore e l’imitazione di Cristo».

In tutti i discorsi e le omelie raccolte emergono i tratti del futuro pontefice, attento al tema dell’unità – che non è assenza di differenze, ma armonia e concordia – e dunque della pace, che sottolinea l’importanza del rinnovamento della vita spirituale, con una forte attenzione alla dimensione contemplativa, ma anche dell’anelito missionario che spinge la Chiesa in uscita. È forte l’eco del predecessore Francesco, così come il riferimento costante a sant’Agostino, di cui sottolinea in più testi l’inquietudine che spinge alla conversione e la centralità dell’amore come “grazia” da accogliere.

Non a caso, sono tre le parole chiave che vengono suggerite nell’introduzione per riassumere il pensiero di Prevost: “poveri”, “giustizia” e “pace”. Tre pilastri che coronano la sua visione di unità e grazia, e che mostrano un Papa che fin dall’inizio del suo ministero nella Chiesa ha lavorato per quella Magnifica Humanitas che Dio tanto ama e che desidera felice e in pace.

Buone letture a tutti!

Davide Spinelli

Liberi sotto la grazia
R.F. Prevost, Liberi sotto la grazia

L’ora di religione

Uno spazio per provare a dare senso

Aprile 2026

Che cosa è l’ora di religione nella scuola italiana?

Una domanda, questa, che potenzialmente può scatenare un dibattito infinito. Se provassimo a rovesciarla forse sarebbe più facile rispondere: cosa non è l’ora di religione? Non è un’ora di storia delle religioni, sebbene le indicazioni ministeriali prevedano la conoscenza delle religioni del mondo, non solo di quella cristiana cattolica; non è un’ora di dibattito e conversazione, sebbene rispetto alle altre materie solitamente venga dato più spazio agli studenti; non è un’ora di cinematografia, sebbene tra gli stereotipi riguardo alla materia non mancano l’idea che sia uno spazio di relax tra le ore più impegnative della giornata. Un’altra domanda contribuisce ad aumentare la complessità: chi è il docente di religione cattolica? Tutte le nostre possibili risposte dipendono molto dagli insegnanti che abbiamo avuto e da come hanno progettato le ore di lezione.

Le domande non finiscono qui: perché è l’unica materia della quale è possibile non avvalersi? Quanti sono oggi gli studenti e le famiglie che scelgono di frequentare l’ora di IRC? E ancora, come sta cambiando il suo insegnamento?

Ci viene in aiuto il volume Insegnare religione. Problemi e prospettive pedagogiche curato da Fausto Arici e Maria Teresa Moscato, da poco edito dalla casa editrice Franco Angeli. Il libro raccoglie una serie di approfondimenti tematici particolarmente illuminanti partendo dalla storia della disciplina (ripercorrendo le sue tappe dalla nascita del Regno d’Italia fino ad oggi), passando alla formazione degli IdR (Insegnanti di Religione) e ad alcune ricerche sul campo, chiudendo con alcune riflessioni pedagogiche che sintetizzano e ampliano la riflessione.

Tra i pregi di questo volume c’è proprio la collaborazione tra l’Università di Bologna e la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna: i curatori hanno cercato di sottolineare la preziosità di questo insegnamento, da loro ritenuto «di per sé più essenziale e più urgente di quanto oggi sia socialmente percepito». Da questa convinzione parte il loro sforzo di ridefinire gli obiettivi formativi della materia e la sua importanza nell’economia della scuola, così come la necessità di discutere la formazione dei futuri insegnanti, senza dimenticare gli aspetti giuridici.

Gli interventi brevi e talvolta provocatori degli autori sono utili per lo studente di un Istituto di scienze religiose che un giorno diventerà insegnante così come per genitori ed educatori, catechisti e docenti di altre discipline che desiderano approfondire i fondamenti di un insegnamento che ha tanto da offrire ma non sempre viene percepito nella sua ricchezza.

Il filo rosso che lega tutti i contributi è proprio l’attenzione pedagogica, uno sguardo capace di non parlare di concetti e filosofie astratte, ma di provare a incarnare la disciplina nell’aula di scuola dove l’insegnante spesso si trova a fare i conti con situazioni varie, orari scomodi e pregiudizi di alunni e genitori.

Proviamo ora a offrire una sintesi analizzando tre dimensioni che contraddistinguono l’IRC. Occorre sottolineare che tutti gli autori sono concordi nel considerare l’ora di religione dinamica ed esperienziale, lontana quindi da una fredda trasmissione di contenuti attinenti alla religione. Dal punto di vista storico vengono più volte analizzati i passaggi chiave dell’iter giuridico; qui per brevità citiamo solo la revisione del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica del 1984, visto come punto di svolta dal prof. Cicatelli. I motivi sono tre: prima la religione a scuola era vista come «fondamento e coronamento dell’istruzione elementare in ogni suo grado» (si veda la Riforma Gentile del 1923: l’insegnamento era detto semplicemente “di religione”, non c’era bisogno di specificare quale fosse; la religione cattolica era di fatto religione di Stato), mentre nel Concordato del 1984 l’insegnamento – e non la religione – della R. cattolica viene inserito nelle finalità della scuola. In secondo luogo, cambia la motivazione dell’insegnamento: prima del 1984 tutti dovevano conoscere la religione di Stato, mentre dopo la revisione del Concordato la Repubblica italiana (laica) riconobbe il valore della cultura religiosa, richiamando il legame tra la religione e il patrimonio storico del popolo italiano. In terzo luogo assistiamo a un processo di laicizzazione del corpo docente: prima l’insegnamento era affidato quasi esclusivamente al clero, dopo la revisione nacque la figura dell’insegnante, senza distinzione tra clero e laici (che oggi sono circa il 96% del corpo docente).

Dall’osservazione di questa svolta si possono già dedurre le tre dimensioni che citavamo sopra: quella culturale, quella interreligiosa e quella pedagogica.

L’ora di religione aiuta in tutti i gradi della scuola, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, prima di tutto a conoscere e saper decifrare il patrimonio culturale e storico del nostro Paese e della nostra cultura. In questo senso è vero il detto che “Si fa più religione nelle altre materie che nell’ora di IRC”: dalla letteratura all’arte, dalla storia alla filosofia sono tantissimi gli elementi che derivano dalle religioni, principalmente da quella cristiana, ma non solo. Come poter leggere Dante senza aver presente la storia della Salvezza? O i Promessi Sposi, o un’opera del Caravaggio… si può ammirare il gusto estetico a prescindere da cosa viene rappresentato nel quadro, ma quando si conosce la storia che viene rappresentata si apprezza molto di più, si conosce un pezzetto della cultura che ci precede e parla a noi e di noi, e in ultima analisi ci si preserva da errori grossolani nei giochi a quiz dell’ora di cena in televisione (motivo che è sempre il più apprezzato dagli studenti).

Il secondo aspetto è quello interreligioso: l’insegnamento della religione cattolica è per sua natura dialogico, chiamato a essere ospitante verso le altre tradizioni e fedi specialmente quando professate dagli alunni che scelgono di avvalersi dell’IRC. In questo contesto può diventare davvero un esercizio al dialogo e alla conoscenza reciproca, con il sogno e la speranza, come sottolineato dal prof. Porcarelli, che diventi uno spazio di «esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace».

Il terzo aspetto è quello pedagogico, collegato strettamente al tema della formazione dell’insegnante di religione. Riprendendo l’etimologia della parola disciplina (da discere = imparare) il prof. Porcarelli sottolinea che non c’è un oggetto, una cosa da trasmettere come si farebbe con un pacco postale. L’IRC è prima di tutto un’esperienza culturale, sempre riversa perché si rinnova ogni volta (e questo lo sperimenta chi si trova ad affrontare lo stesso argomento in due classi diverse compiendo percorsi sempre nuovi, perché nuovi sono gli alunni che ha davanti). Se la trasmissione è veicolata da un’esperienza, capiamo l’importanza del mediatore, cioè il maestro o professore, chiamato a essere capace di tessere buone relazioni con i compagni e colleghi (qui si dimostra l’importanza dell’IRC per tutta la scuola, non solo per chi se ne avvale).

Vale la pena citare in conclusione il rapporto tra l’IRC e la catechesi, in quanto entrambe condividono un assetto che vede il “fruitore” non come ricevente passivo ma protagonista: come la catechesi si occupa di “far risuonare” (così anche etimologicamente parlando) la Parola nella vita di chi la ascolta, così anche l’IRC può essere occasione di attribuzione di senso alle esperienze che gli alunni vivono ritrovandosi “letti” dai racconti che leggono e dalle storie che incontrano. Il prof. Gabbiadini porta come esempio la lettura dell’uscita dall’Egitto del popolo d’Israele come significativa per i ragazzi e le ragazze alla soglia delle scuole superiori, chiamati a lasciarsi alle spalle il passato senza rimpiangerlo (le cipolle d’Egitto!) ma allo stesso tempo con la preoccupazione per il futuro che ancora non si vede.

Sono molti i temi trattati nel volume che qui non abbiamo il tempo di citare, ma speriamo che queste righe abbiano acceso l’interesse e il desiderio di ripensare e approfondire una materia che nell’organizzazione della scuola risulta “piccola”, quasi come un granello di senape, ma che può diventare… insomma, la conclusione la conoscete!

Davide Spinelli

L’ora di religione
Insegnare religione. Problemi e prospettive pedagogiche