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Approfondimenti

Le nostre recensioni

Ogni mese la Biblioteca propone la recensione di un libro scelto tra le novità editoriali o tra i titoli che meritano di essere riscoperti.

La rubrica Le nostre recensioni nasce per offrire ai lettori uno sguardo orientativo e affidabile: brevi presentazioni che aiutano a cogliere il valore di un’opera, i suoi temi e le ragioni per cui vale la pena leggerla. Un invito alla lettura che accompagna il pubblico tra pagine di narrativa, saggistica e spiritualità.

Parlare di Dio

Un dialogo con Simone Weil

Luglio 2026

Ci sono libri che ci parlano più di altri. È un concetto semplice e banale: pensiamo a quanti libri ognuno di noi ha acquistato o preso in prestito e poi lasciato a metà sul comodino perché «Sai che c’è? Non mi ha preso…». Sono pochi i libri che, al contrario, sembrano essere “scritti proprio per noi”, e chissà come mai non li avevamo ancora letti.

«Parlare di Dio», opera di Byung-Chul Han (filosofo sudcoreano professore in Germania), pare essere un libro della seconda categoria. Il testo raccoglie in 7 brevi capitoli alcune riflessioni dell’autore che si pone in dialogo con Simone Weil, filosofa francese del secolo scorso definita dallo scrittore André Gide “la santa degli esclusi”. Di lei Simone de Beauvoir disse con un’invidia profonda: «Aveva un cuore capace di battere attraverso l’universo intero».

Non è facile parlare di questo libro: fin dalla prima pagina ci sentiamo spettatori di un dialogo interiore tra Han e gli scritti della Weil. Da un lato l’analisi puntuale e per certi versi preoccupante della nostra società, del nostro modo di pensare e agire; dall’altro un vero cammino di “salvezza” alla ricerca di una vita piena di senso e bellezza, senza scorciatoie o sentieri comodi.

Simone Weil (1909-1943) è stata una donna che ha preso sul serio la sua vita e si è lasciata provocare dai cambiamenti dell’epoca in cui ha vissuto. Nata in una famiglia di origine ebraica, fin da piccola di salute cagionevole, dopo gli studi a Parigi e la laurea in filosofia, alterna periodi di insegnamento a scelte “atipiche”: abbandona la cattedra per lavorare come operaia alla Renault (per toccare con mano l’alienazione della classe operaia), partecipa alla guerra civile spagnola arruolandosi come volontaria, e infine, dagli Stati Uniti dove la famiglia si era rifugiata, sceglie di raggiungere l’Inghilterra per unirsi alla resistenza francese, prima di spegnersi prematuramente a soli 34 anni.

Il suo percorso filosofico incontra le grandi figure di Marx, Cartesio, gli stoici e Spinoza, Platone. La svolta decisiva della sua vita avviene nel 1937 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi: lì vive un’esperienza mistica folgorante che la porta a inginocchiarsi e a sentire la presenza reale dell’amore di Cristo. Questo incontro straordinario apre la strada ad alcuni concetti che le riflessioni di Han intersecano al nostro presente: in un mondo dove la tecnica e il digitale la fanno da padroni, dove vince il più forte e tutti siamo invitati a performare invece che a vivere, la via che ereditiamo da Simone Weil è quella della decreazione, intesa come l’accettazione del “divenire nulla per amore”. Colpisce che questo pensiero sia nato lì dove ha vissuto Francesco, campione olimpico del “farsi piccolo”. La rinuncia a noi stessi alla quale la Weil ci invita (e che lei ha vissuto fino alla fine in prima persona) non svilisce l’essere umano, bensì è l’unico modo per vivere nell’amore. Scrive il filosofo parafrasandola: «Bisogna che io mi ritragga nella mia anima, la svuoti affinché le cose siano baciate dalla grazia di essere viste da Dio».

Sembra dirci: «C’è posto solo per uno: o Dio o l’Io». E se avremo il coraggio di lasciare posto a Dio potremo raggiungere la beatitudine: l’atteggiamento che propone è quello del digiuno, di chi fa posto ad altro (l’attenzione contemplativa è il culmine del discorso), opposto alla figura del cacciatore, che cerca continuamente e non è mai sazio. Il vuoto che segue la Weil è un vuoto “liberatorio”. Dentro questa cornice è fondamentale il tema del silenzio. La moderna crisi della religione è collegata alla crisi del silenzio. Viviamo nell’epoca del chiasso: tutto è mercato, produzione ed esibizione, infine consumo. Chiudere gli occhi, restare in silenzio per qualche minuto, ritirarsi in preghiera sono gesti rivoluzionari. È qui che la grandezza del pensiero di Simone Weil si incarna in atteggiamenti concreti che ci smascherano.

Persino il dolore assume un senso e ci apre gli occhi al dolore dell’altro, sviluppando l’empatia. Oggi (per certi versi giustamente) si rifiuta il dolore e si rigetta: cerchiamo tutti il bene, nelle forme però liofilizzate del benessere e del like. E quando il dolore compare, diventa ancora più distruttivo. Invece va tenuto ben presente, come insegnavano gli antichi padri del deserto, per ricordare sempre al nostro piccolo Io che da solo non si salva.

Ancora, Byung-Chul Han denuncia un altro atteggiamento oggi molto diffuso: la continua misurazione. La riuscita di un’attività dipende dai calcoli che possiamo fare: quanti partecipanti? Quanti share nel mondo social? Persino nello sport, quanti watt di potenza? La bellezza però è per la Weil “qualità senza quantità”. Di fronte a un tramonto, una confidenza tra amici, un rito religioso non si può misurare nulla, occorre tornare ad essere solo attenzione totale.

La posta in gioco è alta, se scegliamo di prendere la vita sul serio. Come Simone Weil, Francesco d’Assisi o Pier Giorgio Frassati, l’alternativa tra una vita piena e il semplice “vivacchiare” passa dalla postura di ogni giorno, dalle singole scelte. Può essere davvero un buon inizio ringraziare Simone Weil e non lasciarsi scappare questo libro. Buona lettura!

Davide Spinelli

Parlare di Dio
Byung-Chul Han, Parlare di Dio

Alla scuola degli affetti

Contemplare il cuore di Cristo

Giugno 2026

È finalmente arrivato il mese di giugno, da molti desiderato da tempo: i più piccoli ritirano la pagella e iniziano le vacanze dai nonni o nei vari CRE, chi termina un ciclo di studi si prepara per superare finalmente gli esami, mentre qualcuno anticipa le vacanze per evitare il caos di agosto. Il caldo e il sole ci fanno sognare un buon aperitivo sulla spiaggia, la grigliata alla festa della comunità o più semplicemente il dolce far niente.

I latini però ci ricordano che l’ozio (otium) in realtà non consiste nel sospendere le nostre attività e annullarci (magari davanti a uno schermo), ma è un’occasione da dedicare allo spirito, allo studio e alla cura di sé. È dunque il tempo libero da occupazioni, contrapposto al negotium (ciò che non è otium), ovvero tutti gli impegni civili, politici e militari.

Aggiungiamo che giugno è anche il mese per la Chiesa dedicato al Sacro Cuore di Gesù ed ecco pronto per noi un testo da gustare (e non semplicemente leggero) scritto dal padre gesuita Gateano Piccolo: Alla scuola degli affetti. Contemplare il cuore di Cristo.

Possiamo immaginare l’obiezione che potrebbe nascere in chi durante tutto l’anno ha faticato cercando di dedicare un po’ di tempo alla lettura spirituale, alla meditazione o semplicemente all’approfondimento: ma un romanzo leggero no? Magari da portarsi sotto l’ombrellone?

Ebbene, fin dalla prima pagina il libro in questione ci fa capire che la posta è alta: l’estate, tempo di meritato riposo e di routine meno rigide, può essere l’occasione per fermarsi e riportare un messaggio importante al cuore, non solo alla mente (che ha faticato tanto durante l’anno, soprattutto per gli studenti, universitari e non). Qual è questo messaggio? Che Dio ama gli uomini.

Ahimè, la frase più scontata e forse ovvia che rischia di rasentare la banalità. Magari non per tutti, ma i cristiani sono abituati a sentirsi dire che Dio li ama, vuole il loro bene, li accompagna nella vita di tutti i giorni… sì, ma come? Attraverso la vita (e dunque i gesti, le parole e le emozioni) di Gesù di Nazareth, dai suoi primi passi in Galilea fino alle ultime parole sulla croce. Tutta la sua vita racconta di un amore per gli uomini.

Il libro di Gaetano Piccolo è una piccola “mappa” sullo stile di una settimana di esercizi spirituali che, attraverso otto passi, ci conduce tra le pagine dei Vangeli a scoprire che quando diciamo “Dio ama gli uomini” dobbiamo sostituire il complemento oggetto mettendo il nostro nome, provando a sentire che effetto ci fa, quali consolazioni e desolazioni proviamo, quali reazioni emergono dalla nostra interiorità che troppo spesso nella routine quotidiana rimane schiacciata sotto la lista delle cose da fare.

Ecco perché abbiamo usato la parola “gustare”: tutti sappiamo che il gelato è buono, ancor di più in questi pomeriggi d’estate. Ma a chi interessa davvero solo sapere che un cono tre gusti con panna è buono? Non è forse più bello gustarlo?

Perché l’insistenza sul cuore di Gesù? Perché viviamo, come ha ricordato papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos, in un tempo “senza cuore”. C’è una parola che arriva dai padri del deserto che racconta bene questa caratteristica del nostro tempo: sclerocardia, cioè “durezza di cuore”.

Ci aspettano quindi otto tappe per ritrovarci amati da Gesù che ci chiama, ci guarisce, ci chiede di fidarci di lui, che prova compassione e per amore giunge a soffrire per noi. Come non si stanca di annunciare papa Leone, la fede non è solo una scelta personale, è prima di tutto una “risposta”. Una risposta a un amore gratuito che ci supera e che non si può solo “imparare” come una definizione di matematica, ma che va gustato come un gelato artigianale, in buona compagnia, magari su una bella spiaggia italiana.

Davide Spinelli

Alla scuola degli affetti
Gaetano Piccolo, Alla scuola degli affetti

Liberi sotto la grazia

Alla scuola di sant’Agostino di fronte alle sfide della storia

Maggio 2026

È passato ormai più di un anno dall’8 maggio 2025, quando nel tardo pomeriggio di un giovedì di primavera abbiamo tutti rivolto lo sguardo al camino più famoso del mondo, che con la sua fumata bianca annunciava l’elezione di un nuovo pontefice. E nonostante il primo anno di pontificato di papa Leone XIV sia stato purtroppo segnato dall’aggravarsi di guerre e crisi internazionali, tutti ci ricordiamo le parole con cui si è presentato al mondo: «La pace sia con tutti voi».

È stato interessante osservare che le richieste di libri di sant’Agostino, specie Le Confessioni, siano aumentate presso le più importanti librerie cattoliche, a testimoniare il desiderio di tanti di conoscere chi fosse, da dove arrivasse e come avrebbe guidato la Chiesa il neoeletto Robert Francis Prevost, ex priore degli agostiniani.

Per chi non fosse sazio, la Libreria Editrice Vaticana in collaborazione con l’Ordine Agostiniano ha da poco pubblicato un volume intitolato Liberi sotto la grazia (espressione tratta dalla Regola del vescovo d’Ippona) che raccoglie in sé gli scritti, le omelie e i discorsi dell’allora priore Robert Francis Prevost (anni 2001-2013), già disponibile al prestito. L’occasione da non farsi sfuggire è quella di poter approfondire alcune dimensioni chiave che hanno segnato la fede e la vocazione di un uomo oggi chiamato a essere Sommo Pontefice. Ci limitiamo in questa sede a sottolineare alcuni spunti ritenuti degni di attenzione.

Il primo contributo, datato 21 settembre 2001, è l’omelia nella Messa di chiusura del Capitolo generale del 2001, nel quale Prevost fu eletto priore. Colpisce da subito la sua profonda conoscenza della vita di Agostino (di cui il giorno dell’elezione si è detto “figlio”), citato non come semplice esempio da emulare ma come vero maestro di vita spirituale. I temi presenti in quell’omelia sono gli stessi che emergono a più riprese nei successivi interventi: l’importanza della conoscenza e frequentazione della Scrittura, l’impegno per l’unità e la fraternità, la vita interiore.

È invece il tema della “libertà del credente” al centro dell’omelia del 30 settembre 2012, uno degli ultimi testi, nel quale, rivolgendosi alle monache agostiniane contemplative, Prevost cita il passo di sant’Agostino che ha dato il titolo alla raccolta: «Il Signore vi conceda di osservare con amore queste norme, quali innamorati della bellezza spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza con il buon profumo di Cristo, non come servi sotto la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia». Commentando questo testo, l’allora priore condivide alcune riflessioni sulla vita monastica. Ricorda in particolare che Agostino è chiamato dalla tradizione Doctor Gratiae, Dottore della grazia e quindi della libertà. E aggiunge: «La vera libertà è quella che riceviamo da Cristo crocifisso e risorto, una libertà che abbraccia l’intera vita e si estende fino all’eternità».

Esattamente una settimana dopo, di fronte alla stessa assemblea che concludeva una settimana di intensi lavori, Prevost rivolge una densa riflessione in cui emergono tematiche attuali e domande profonde: il cambiamento del mondo e il calo delle vocazioni sono elementi che non si possono nascondere. Si chiede: «È ancora possibile proporre una vita comunitaria sulle orme di Agostino?» e risponde che solo passando attraverso l’unità in Cristo la vita monastica può diventare testimonianza: «L’unità non è uniformità, e la diversità è una fonte ricca di vita per tutti, se non abbiamo timore di accogliere il dono che ci viene offerto».

Sono tanti i discorsi in cui l’allora Priore si rivolge a membri dell’ordine agostiniano concentrandosi sulla dimensione contemplativa, ma non mancano gli inviti alla testimonianza e all’annuncio missionario che può nascere anche dentro il monastero: citando san Paolo e sant’Agostino ricorda che «Dio diffonde attraverso di noi la fragranza della sua conoscenza nel mondo, perché noi siamo per Dio la fragranza di Cristo (cfr. 2Cor 2,14-15)». Tutti i religiosi sono dunque chiamati a «diffondere nel mondo l’amore e l’imitazione di Cristo».

In tutti i discorsi e le omelie raccolte emergono i tratti del futuro pontefice, attento al tema dell’unità – che non è assenza di differenze, ma armonia e concordia – e dunque della pace, che sottolinea l’importanza del rinnovamento della vita spirituale, con una forte attenzione alla dimensione contemplativa, ma anche dell’anelito missionario che spinge la Chiesa in uscita. È forte l’eco del predecessore Francesco, così come il riferimento costante a sant’Agostino, di cui sottolinea in più testi l’inquietudine che spinge alla conversione e la centralità dell’amore come “grazia” da accogliere.

Non a caso, sono tre le parole chiave che vengono suggerite nell’introduzione per riassumere il pensiero di Prevost: “poveri”, “giustizia” e “pace”. Tre pilastri che coronano la sua visione di unità e grazia, e che mostrano un Papa che fin dall’inizio del suo ministero nella Chiesa ha lavorato per quella Magnifica Humanitas che Dio tanto ama e che desidera felice e in pace.

Buone letture a tutti!

Davide Spinelli

Liberi sotto la grazia
R.F. Prevost, Liberi sotto la grazia